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Napalm Death @Traffic, Roma, 25.06.2012

29 giugno 2012

Il concerto concludeva la tre giorni del Gods Of Grind, che aveva portato la settimana prima sul palco del Traffic il tour di addio alle scene dei Nasum, sempre con i Wormrot al seguito (Nunzio ci ha da poco raccontato la gig bolognese), e i redivivi Antropophagus, alle prese con la presentazione del nuovo album Architecture Of Lust, che esce a oltre dieci anni di distanza dall’esordio No Waste Of Flesh, con il contorno di alcuni dei più efferati esponenti del genere italiani, dagli Tsubo agli immancabili Buffalo Grillz. Per intoppi di natura lavorativa sono riuscito, ahimè,  a godermi solo la terza e ultima serata, suggellata da coloro che più di chiunque altro possono fregiarsi dell’appellativo di Dei del Grind, ovvero i sempiterni Napalm Death. I vostri umili scribacchini giungono al club di via Prenestina mentre è in corso lo show di Bologna Violenta. Un po’ per i morsi della fame, un po’ perché – sinceramente – non è affatto il nostro genere, ci dirigiamo verso il contiguo ristorante cinese, quello che propone il menù all’italiano, al solito popolato dall’umanità più borderline che si possa immaginare, tanto che alla fine gli avventori più tranquilli e normali risultano, come sempre, i figuri ipertatuati con le magliette dei Trap Them che discutono della visione politica dei Converge. A questo punto io e Roberto pensiamo che dovremmo lanciare una pubblicità progresso chiamata Fai la cosa giusta: diventa metallaro. Un primo filmato potrebbe essere ambientato proprio qua. Dettaglio dell’insegna. Esterno notte. Un gruppo di una decina di persone inquadrato da dietro scende dalle macchine. Controcampo. Attraverso le vetrate i proprietari intravedono losche figure che si avvicinano all’ingresso. Il principale apre il cassettino per controllare se c’è ancora la pistola. Si apre la porta ed entrano dei sudici capelloni sorridenti. I volti dei ristoratori si distendono. Meno male, sono i soliti metallari che sono venuti a vedere i Vaginal Impalement al Traffic, da queste parti non si sa mai chi ti può capitare. Oppure in un altro si vede un coatto al pc che legge il messaggio della morosa che lo ha piantato via facebook. Mette su una struggente canzone di Tiziano Ferro o uno di quei brani hip hop che dicono che le donne sono tutte puttane ma poi finiscono sulla compilation allegata a Repubblica e si cala una generosa dose di ketamina. Si sente subito malissimo ed esce di casa per prendere un po’ d’aria. Si accascia sui gradini e sviene. Un cane randagio gli piscia in testa. Altri due coatti accostano il motorino, lo prendono a calci per qualche minuto, gli fottono il portafogli e ripartono sgommando. A un certo punto si ferma una macchina. Dettaglio sugli anfibi dei suoi occupanti, quattro metallari che scendono e raccattano il rifiuto umano di cui sopra. Lo caricano sul sedile posteriore lo svegliano con un paio di amichevoli ceffoni, gli passano subito una birra e un sifone e anch’essi ripartono sgommando con Living After Midnight che esce dalle casse con i volumi a palla e tutti cantano felici. E la scritta, bianco su nero, Fai la cosa giusta: diventa metallaro.

Mentre elaboriamo questa meravigliosa campagna per il sociale che, ne siamo sicuri, un giorno ci varrà qualche alta onorificenza dal Quirinale, spazzoliamo la nostra porzione di glutammato monosodico di gran lena che i The Orange Man Theory non ce li vogliamo perdere. Li ho visti crescere ma è un pezzo che non li vedo dal vivo. L’esperienza accumulata sui palchi esteri si fa sentire e il quartetto romano si conferma capace di gestire con l’aggressività e la cazzimma adeguate una materia sonora tutt’altro che semplice da rendere in modo efficace on stage, ovvero un post-hardcore schizzato e contaminatissimo che affonda le radici nel Relapse sound dei primi anni zero (sono sicuro che hanno un sacco di aneddoti fantastici da raccontare su Steve Austin, che ha prodotto entrambi i loro album in studio). Ci piovono sulla capoccia i brani del più recente, e migliore, Satan Told Me I’m Right (la predilezione per i titoli dadaisti è la seconda cosa che li accomuna ai Buffalo Grillz insieme alla presenza di Cinghio, qua al basso, lì alle sei corde) alternati a robba isterica de dieci anni fa, come la presenta il cantante Gianni Serusi, che nel frattempo si è tagliato i dread. Una buona prova che ci riscalda a dovere per la carneficina che seguirà.

I Napalm Death elaborano un concept contro Gianni Alemanno mentre attendono il notturno sulla Prenestina

I Napalm Death salgono sul palco dopo un soundcheck che ci appare interminabile. In precedenza Barney e Shane si erano aggirati tranquilli tra il pubblico con la solita placida attitudine da squat. Scrivere un report di un concerto dei Napalm è un esercizio abbastanza gratuito, tanto la band di Birmingham è una risaputa garanzia di sbrindellamento auricolare, quasi sorniona nel servire al pubblico una gragnuola di lessons in violence che non ti lasciano sazio nemmeno per un attimo. La prima parte della scaletta è incentrata sul nuovo Utilitarian, dal quale vengono pescati ben otto pezzi, che si rivelano più divertenti live che in studio, alternati a un pugno (sui denti) di canzoni risalenti alla fase più recente della loro carriera, dall’inno delle folle Cant’Pay Won’t Play a Next Of Kin To Chaos. Relativamente più recente. Siamo in giro da trentun anni, ricorda un Barney Greenaway incontenibile sia quando fa il ballo di San Vito che quando arringa gli astanti con gli immancabili pipponi hardcore pregni dei sani valori di un tempo, che vengono accolti con grandi applausi anche da chi non ne ha capito una parola. Anche io e Roberto siamo in giro da trentun anni ma la cosa più rilevante che abbiamo fatto finora è stata provare a convincere la Norwegian Air Shuttle a mettere la faccia di Euronymous sulla coda degli aerei. Loro invece hanno fatto quattordici dischi in studio e ancora spaccano il culo. Qualcuno grida v’avemo fatto er cucchiaio memore dei quarti di finale. Peccato non poter vedere, che so, i Grave Digger questa sera. Vorrà dire che andremo allo Wolfszeit con le maglie di Balotelli. A un certo punto scoppia pure un accenno di rissa hardcore, con un tizio che fa crowdsurfing fino alle file posteriori e si scontra con un altro che evidentemente non aspettava altro, ma la cosa rientra quasi subito, ché a Barney non piacciono queste cose, non bisogna fare a mazzate tra noi proletari ma tocca conservare tutte le energie necessarie per dare l’assalto al sistema. Gli orizzonti temporali della setlist iniziano a farsi più remoti. Unchallenged Hate e sento che la cervicale inizia a svitarsi. Il grido isterico di Mitch Harris lacera l’aria insieme al suo spietato riffare e Danny Herrera è la solita sicurezza. Shane Embury è una fottutissima icona che nella mia testa è più vicino a un Eddie The Head o a uno snaggletooth motorheadiano che a una persona reale (ma l’ossessione estetica per il bassista dei Napalm è una cosa abbastanza diffusa tra i fan, ho scoperto). Te lo immagini a fare la stessa roba anche tra vent’anni, ovvero quando avrà presumibilmente superato il quintale. Suffer The Children e divento per un paio di minuti la persona più felice del mondo. Breed To Breathe e ho di nuovo quindici anni. Nazi Punks Fuck Off ed è l’inferno. Una breve pausa e il bis è tutto dedicato a Scum. La title-track, Human Garbage, l’obbligatoria You Suffer, la canzone più bella della storia, che era stata richiesta a gran voce per tutto il concerto. Ci danno il colpo di grazia con Istinct Of Survival e capisci che nella vita la cosa importante è sempre avere dei punti fermi. Io, per esempio, ho i Napalm Death. (Ciccio Russo)

Scaletta:

Circumspect

Errors in the Signals

Everyday Pox

Can’t Play, Won’t Pay

Protection Racket

Silence Is Deafening

The Wolf I Feed

Fatalist

Practice What You Preach

Quarantined

Next of Kin to Chaos

Analysis Paralysis

Dead

Deceiver

Dementia Access

When All Is Said and Done 

Unchallenged Hate 

Nom de Guerre 

Suffer the Children 

Breed to Breathe 

Nazi Punks Fuck Off

Scum

Human Garbage

You Suffer

Instinct of Survival

6 commenti leave one →
  1. 29 giugno 2012 11:14

    Suffer the Children è probabilmente uno dei migliori pezzi della storia dell’umanità. Shane Embury è veramente un uomo bellissimo. Prima o poi devo vedermeli però i Napalm dal vivo, eccheccazzo.

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  2. passoaprendertistasera permalink
    30 giugno 2012 11:03

    http://youtu.be/q7CPwIij06Y qui un assaggio del concerto di Milano

    Mi piace

  3. 30 giugno 2012 18:45

    Grandissimi come sempre.Qui un assaggio del concerto di Milano http://youtu.be/q7CPwIij06Y

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