BUFFALO GRILLZ – Grind Canyon (Gangsta Paradise)

Nota bene: conosco Enrico Giannone da dieci anni, in un certo senso mi ha visto crescere. Se la cosa vi dà noia non leggete la recensione e auguri di buon Natale a tutti quanti. Altrimenti sappiate che, come sono sincero ad anteporre questa precisazione, così sono sincero nel giudizio sul disco.

Forse fomentato dalle recenti glorie calcistiche del Napoli torna Enrico Giannone, indimenticato deus ex machina di Undertakers e Ciaff, nume tutelare del grind italiano e, ultimo ma non ultimo, paraculo da competizione. I Buffalo Grillz da un certo punto di vista sono quasi una specie di incrocio dei suoi precedenti gruppi, diciamo, con l’incazzo dei primi e il groove dei secondi. In realtà si sono occupati quasi di tutto gli altri musicisti, tutti già ampiamente noti alle forze dell’ordine: Cinghio (Orange Man Theory, chitarra), Guz (Tsubo, basso) e Mastino (Dr. Gore, batteria). Del tutto naturale che Giannone non abbia più tanto tempo da perdere dietro a ste cose, un po’ perché non ha più vent’anni e un po’ perché quello che aveva da dire l’ha detto, e pure con largo anticipo sugli altri.

Qui poi proprio non dice niente, al massimo grugnisce cose a caso: l’adesivo in copertina recita EXPLICIT NO LYRICS, e difatti i testi letteralmente non ci sono. Le diciassette tracce qui presenti sono più che altro un gradevolissimo divertissement, e del resto le cose sono messe in chiaro sin dall’intro Il Grind è Servito, riproposizione tale e quale della sigla de Il pranzo è servito con un feedback di chitarra sotto. A tal proposito, poco tempo fa c’era stato un gruppo power italiano che aveva addirittura fatto un seriosissimo video con un pezzo il cui ritornello ricordava paurosamente quella canzoncina. Il picco comunque i Buffalo Grillz lo raggiungono con la titletrack, aperta da un sample dello uatatatatà di Ken il Guerriero, che se la memoria non m’inganna mi pare sia quello mitologico del combattimento contro Souther sulla piramide. Ma che ne sapete voi se non siete cresciuti con Ken, che cazzo ne sapete. Poi Grand Magnè, The Boss Anova, Veni Vidi Grindi, New World Disagium (di cui potete ammirare il video qui sotto), tutte mazzate in mezzo ai denti che ti fanno dire vaffanculo come attitudine alla vita. 

Ciò che rende Grind Canyon un gioiellino è la sensazione di cosa fatta bene. A parte i nomi coinvolti, che rendono i Buffalo Grillz praticamente un supergruppo di zozzoni, si resta stupiti dal video promozionale e soprattutto dal suono, grazie alla masterizzazione al Visceral Studio di Scott Hull (Pig Destroyer, Agoraphobic Nosebleed, Anal Cunt). Il non prendersi sul serio della band poi è estremamente sincero: capisco che da qualche tempo tra i gruppi grind (così come preconizzato –e stigmatizzato- dai Dillinger Escape Plan in Irony Is A Dead Scene) vada di moda il non prendersi sul serio, ma in quei casi l’autoironia è elevata a canone stilistico. Qui invece si parla proprio di gente a cui piace suonare sta roba e che sa benissimo che tutto è stato già detto e già fatto. Quindi, in linea con lo spirito della band, se vi piace bene, se non vi piace avete ragione pure voi: tanto vale ascoltarsi From Enslavement To Obliteration. Però da parte mia ho comunque la sensazione che vi stiate perdendo qualcosina. Non il disco della vostra vita, ovviamente, ma pur sempre qualcosina. (barg)

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