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Gente che mangia la soia #3

25 luglio 2011

Gridlink  – Orphan (Hydrahead) & Wormrot – Dirge (Earache)

A ‘sto giro due bei nippo-pipponi.
Partiamo coi Gridlink che tirano fuori un disco che già sembra vecchio di due anni talmente va veloce. Ah ah, bella battuta.
Scherzi a parte, i Gridlink per me sono stati sempre una sorta di incognita. La prima volta che ascoltai Amber Gray, il precedente album del 2008, non riuscivo a rendermi conto di che senso potesse avere quel disco. Prima c’erano già stati i Discordance Axis a sviluppare un grindcore evoluto lungo le linee meno canoniche del genere, cioè quelle tipiche del riffing thrashcore, per intenderci, eppure il tutto mi si riproponeva come un pranzo indigesto. Dischi troppo complessi per poter essere fruiti da un pubblico in cerca di emozioni forti ma chiare, album lunghetti, produzioni non all’altezza della resa sonora che definire tecnica a parole non rende minimamente l’idea del vortice vertiginoso creato dal gruppo. Eccetera. Il culmine della follia era poi anche la voce adoperata da John Chang, cantante di origini asiatiche originario della precendente band e dotato di uno screaming acutissimo e lacerante, qualcosa come un perenne “uatatatatatatà!” a tonsille strappate.

Nulla di male, sia chiaro, abbiamo ascoltato di peggio, però uno si chiede anche che senso abbia tutto quel parossismo musicale. Cioè, capisco pure il volere portare il genere su livelli non convenzionali (e in questo i Discordance Axis sono stati maestri di sperimentazione assieme ai Brutal Truth) ma credo che a questo punto se suoni grindcore e vuoi sperimentare, gli esiti non possano che essere solo due: o mandi tutto in vacca e tiri fuori un monstrum di influenze ed eclettismo disumano, o ti mantieni sempre nei ranghi che il genere prefissa ma affini la tua tecnica di volta in volta e sempre di più (un po’ come fanno i Misery Index).

Ora io non sarò un esperto, ma mi sembra che il gruppo abbia scelto la seconda strada e cioè sperimentare senza però mai tirare fuori nulla di lontanamente paragonabile, che so, a Prey dei Brutal truth, traccia posta alla fine del disco “Sounds of the Animal Kingdom”. Volendo, i Gridlink non fanno altro che portare alle estreme conseguenze lo stesso ragionamento, proponendo un suono più compatto rispetto ai Discordance, molto più melodico e ricorrendo a pezzi brevi, velocissimi ma anche un tantinello più quadrati. Per capirci: i Brutal Truth scelgono il caos, i Gridlink l’ordine disumano.

Il secondo disco del gruppo (un mischione di membri di vari gruppi: la già citata band madre, gli Hayano Daisuki e i nuovi arrivati al basso e alla seconda chitarra, rispettivamente da Burnt By The Sun e Human Remains, gente seria, insomma) risponde dunque a queste raffinatezze ulteriori nel riffing, nella batteria disumana e nel cantato, più urlato che mai e meno growling.

Una palestra insomma, una competizione continua? No, la palestra erano appunto i Discordance Axis. Questi nippo-americani hanno un appeal orecchiabile maggiore ed un’estetica del grindcore sicuramente più rassicurante. Io un’ascoltata la darei, e magari anche al disco precedente, chissà che vi capiti di scoprire finalmente una band che suoni un grindcore pulito e dai riff belli chiari e distinti l’uno dall’altro, pur se spaventosamente violenta e veloce. Inoltre il disco dura sì e no dieci minuti, roba che Reign in Blood in confronto è The Wall.
Produce Hydrahead.

Mai seguiti più di tanto i Wormrot, e – stando alle mie paure di allora – a ragione. Sono una band di Singapore che solo dal nome e dalla provenienza geografica lasciava presagire una formazione ed uno stile musicale impressionisticamente associabile a quei gruppi underground sudamericani con le cartucciere, le borchie tanta l’una, il facepainting e un immaginario nucleare rubato al thrash metal degli anni ’80.

E invece no. E dunque ho scoperto con mio sommo stupore che non solo suonano una foggia di grindcore veramente piacevole e radicale (tra l’altro rinunciando al basso, a riconfermare la tesi che “se non senti il basso, è grind”), ma risultando anche particolarmente personali nelle strutture e nella scelta dei riff. La proverbiale ciliegina è la loro totale devozione ai canoni del grindcore che, assieme alla naiveté postadolescenziale che si portano dietro, contribuisce a generare l’illusione che per un genere così al limite la sindrome del cùl de sac non arriverà mai. Ovviamente questo implica un gioco di sottintesi che non perdoneremmo mai ai Carcass, ma è quello che in questi casi si dice “supportare l’underground”.
I pischelli con questo nuovissimo “Dirge”, anticipato tempo addietro dal buon Ciccio,  infilano 25 tracce ora veloci, ora cadenzate, rette da un drumming da manuale e da un riffing che nei momenti più moshy mette in chiaro una formazione debitamente hardcore. Non saranno i Nasum (figuriamoci i Pig Destroyer) eppure hanno un suono chiaramente ispirato ad un grindcore non di seconda mano ma piacevolmente acerbo. Sembra poi che siano del tutto scevri da tematiche sanguinolente tipiche di un certo grind, a confermare la loro toccante spontaneità. Di culto poi è la copertina che mostra una specie di zombie, o roba del genere, contagiato dall’ennesima melma radioattiva (gli asiatici stanno avanti).

Produce, in un momento di lucidità, Digby Pearson, che mette il disco in free download sul sito della Earache. Fidatevi, ascoltatelo e, se vi piace, fate qualcosa pure per recuperare il precedente “Abuse”. Se non altro resterete piacevolmente colpiti da un trio di ventenni realmente motivati, che tra le altre cose, ha dovuto sospendere la propria attività di band per svolgere il servizio militare. Nulla di più punk, un po’ come facevano i punx italiani (Bloody Riot: “Questa è una canzone contro il servizio militare. Parto a maggio… mortacci vostri!!!”).

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