NAPALM DEATH – Utilitarian (Century Media)

Un po’ lo dobbiamo ammettere quanto siamo pretenziosi. Tutti pronti noi ad alzare le cornine non appena Bruce Dickinson ci fomenta, tutti pronti a rimangiarci il nostro sdegno davanti a quelli che, deludendoci sempre più, sono stati e resteranno comunque (nostro malgrado) degli idoli. Io, per dirne una, The Final Frontier non l’ho ne’ comprato, ne’ scaricato. Mi è bastato quel pezzo in download gratuito chiamato El Dorato per capire dove andavano a parare. Ma sono sempre i Maiden, suvvia.

Così, dovremmo cercare di essere un tantino obiettivi pure con i Napalm Death. Da quant’è che fanno sempre lo stesso disco? Intendiamoci, belli tutti da The Code is Red…Long Live The Code ma quanto ci annoia la solita produzione a 8 bit di Russ Russell, i soliti riffoni morbidi di Mitch Harris e la voce di Barney, sempre aggressivo ma ormai sgolatissimo. Anzi, piccola parentesi esplicativa in favore Barney: una voce come la sua (e cioè umana, reale, fisiologicamente al passo con l’età) è ancora capace di una sincera espressione di rabbia a metà strada tra coscienza proletaria e lo sdegno sociale.

Della manica di dischi infilati da Order Of The Leech in poi quello che più mi è piaciuto è proprio The Code is Red e, volendo, pure il devastante Time Waits For No Slave che faceva tanto popolo in rivolta. Smear Campaign non era affatto male ma tant’è. Questo disco suona come quelli lì, in più ha John Zorn che gonfia istericamente il suo sassofono su Everiday Pox e noi tutti lì a dire ma senti come si mescolano bene. Poi c’è Mitch che fa sempre più da secondo cantante (ugola isterica pure la sua), Danny che suona sempre alla stessa maniera (e cioè pulito, preciso e groovy). C’è il basso tonante di Shane Embury che ritrovi uguale in ogni disco in cui suoni il ricciolone pelatone. E come ormai sperimentato da anni, il ritorno ossessivo di un certo feeling fantascientifico (o meglio industrialoide), affidato a parti vocali che nelle intenzioni di Barney vorrebbero essere uno strascico d’influenza che gli Swans hanno lasciato nel loro sound ma che in realtà altro non sono che dei piccoli e melodici cedimenti a vocalizzi un po’ alla Fear Factory di Demanufacture. E non che sia un male. La melodia giusta al posto giusto nel momento giusto ma forse con le premesse più errate di sempre. Ma chissene pure qua.

La formula del groove pestone ormai la conoscete. Purtroppo niente più pillole di ultraveloce grind riconducibile anche solo all’esperienza di Enemy Of The Music Business. Seconda parentesi. Come si fa a non rendere merito ad un disco spezza-catene come quello? Sul serio. È un disco pauroso. Va bene che dal vivo qualche vecchio mezzo-classico del periodo Dream Catcher spunta sempre ma come si fa a ricordarsi di hully-gully come Breed To Breathe e non di TUTTO Enemy? Bah. Chiusa pure questa.

Insomma il disco è tutto così. Certo, la band osa sempre più ed ogni tanto tira fuori delle cose francamente un po’ stranianti ma va bene, che tanto Suffer The Children l’hanno già incisa secoli fa. Sempre più modernista, grottesco a tratti ma divertente, tutto sommato.

E torniamo al principio. Dal vivo sconquassano ancora come pochi altri e allora lì sì che ti rimangi tutto. Poi io a Barney devo molto. Anni fa quando vidi i ND per la prima volta in vita mia Barney mi sembrò onesto, simpatico, piacevolmente rude ma anche tanto umile e gentile. Shane piuttosto confuso (…), Danny più simile ad un turista. Ma Barney -che tenerone!- mi firma i dischi, mi vende le magliette, mi dà il resto. Tutto questo intervallato da retromarce col furgone, carezze ai cani che gironzolavano per il centro sociale (il miglior Barney che conosciamo), panini alla soia (vedete come tutto ritorna?), foto con i fan, una mano ai cavi e via. C’è qualcosa di strano nell’acqua di Birmingham, lo riconfermiamo ancora una volta, solo che a sessant’anni succede che cacci il batterista perché vorrebbe essere pagato a dovere mentre a quarantacinque fai un po’ come se i dischi venissero fuori ad un barbecue con Lilker, Sharp e gente del giro.

Insomma, anche per questo motivo non riesco a non fare un po’ due pesi e due misure. Cacca il diavolo e fiori a Gesù, che chi merita alla lunga la vince. Insomma, lo sai che i (puntualissimi) dischi dei Napalm ti arrivano in negozio sempre con lo stesso marchio, packaging e copertina e già pregusti come saranno dentro, un po’ come avviene per i Darkthrone. Perciò noi non stronchiamo e ancora una volta ringraziamo che tanto chi doveva capire ha capito tutto già dal 29 Febbraio. Però, promettetecelo, il prossimo disco deve essere veramente diverso e rivoluzionario.

E cacciate Russ Russell, vi prego. Ma come si fa?

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