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NAPALM DEATH – Utilitarian (Century Media)

5 marzo 2012

Un po’ lo dobbiamo ammettere quanto siamo pretenziosi. Tutti pronti noi ad alzare le cornine non appena Bruce Dickinson ci fomenta, tutti pronti a rimangiarci il nostro sdegno davanti a quelli che, deludendoci sempre più, sono stati e resteranno comunque (nostro malgrado) degli idoli. Io, per dirne una, The Final Frontier non l’ho ne’ comprato, ne’ scaricato. Mi è bastato quel pezzo in download gratuito chiamato El Dorato per capire dove andavano a parare. Ma sono sempre i Maiden, suvvia.

Così, dovremmo cercare di essere un tantino obiettivi pure con i Napalm Death. Da quant’è che fanno sempre lo stesso disco? Intendiamoci, belli tutti da The Code is Red…Long Live The Code ma quanto ci annoia la solita produzione a 8 bit di Russ Russell, i soliti riffoni morbidi di Mitch Harris e la voce di Barney, sempre aggressivo ma ormai sgolatissimo. Anzi, piccola parentesi esplicativa in favore Barney: una voce come la sua (e cioè umana, reale, fisiologicamente al passo con l’età) è ancora capace di una sincera espressione di rabbia a metà strada tra coscienza proletaria e lo sdegno sociale.

Della manica di dischi infilati da Order Of The Leech in poi quello che più mi è piaciuto è proprio The Code is Red e, volendo, pure il devastante Time Waits For No Slave che faceva tanto popolo in rivolta. Smear Campaign non era affatto male ma tant’è. Questo disco suona come quelli lì, in più ha John Zorn che gonfia istericamente il suo sassofono su Everiday Pox e noi tutti lì a dire ma senti come si mescolano bene. Poi c’è Mitch che fa sempre più da secondo cantante (ugola isterica pure la sua), Danny che suona sempre alla stessa maniera (e cioè pulito, preciso e groovy). C’è il basso tonante di Shane Embury che ritrovi uguale in ogni disco in cui suoni il ricciolone pelatone. E come ormai sperimentato da anni, il ritorno ossessivo di un certo feeling fantascientifico (o meglio industrialoide), affidato a parti vocali che nelle intenzioni di Barney vorrebbero essere uno strascico d’influenza che gli Swans hanno lasciato nel loro sound ma che in realtà altro non sono che dei piccoli e melodici cedimenti a vocalizzi un po’ alla Fear Factory di Demanufacture. E non che sia un male. La melodia giusta al posto giusto nel momento giusto ma forse con le premesse più errate di sempre. Ma chissene pure qua.

La formula del groove pestone ormai la conoscete. Purtroppo niente più pillole di ultraveloce grind riconducibile anche solo all’esperienza di Enemy Of The Music Business. Seconda parentesi. Come si fa a non rendere merito ad un disco spezza-catene come quello? Sul serio. È un disco pauroso. Va bene che dal vivo qualche vecchio mezzo-classico del periodo Dream Catcher spunta sempre ma come si fa a ricordarsi di hully-gully come Breed To Breathe e non di TUTTO Enemy? Bah. Chiusa pure questa.

Insomma il disco è tutto così. Certo, la band osa sempre più ed ogni tanto tira fuori delle cose francamente un po’ stranianti ma va bene, che tanto Suffer The Children l’hanno già incisa secoli fa. Sempre più modernista, grottesco a tratti ma divertente, tutto sommato.

E torniamo al principio. Dal vivo sconquassano ancora come pochi altri e allora lì sì che ti rimangi tutto. Poi io a Barney devo molto. Anni fa quando vidi i ND per la prima volta in vita mia Barney mi sembrò onesto, simpatico, piacevolmente rude ma anche tanto umile e gentile. Shane piuttosto confuso (…), Danny più simile ad un turista. Ma Barney -che tenerone!- mi firma i dischi, mi vende le magliette, mi dà il resto. Tutto questo intervallato da retromarce col furgone, carezze ai cani che gironzolavano per il centro sociale (il miglior Barney che conosciamo), panini alla soia (vedete come tutto ritorna?), foto con i fan, una mano ai cavi e via. C’è qualcosa di strano nell’acqua di Birmingham, lo riconfermiamo ancora una volta, solo che a sessant’anni succede che cacci il batterista perché vorrebbe essere pagato a dovere mentre a quarantacinque fai un po’ come se i dischi venissero fuori ad un barbecue con Lilker, Sharp e gente del giro.

Insomma, anche per questo motivo non riesco a non fare un po’ due pesi e due misure. Cacca il diavolo e fiori a Gesù, che chi merita alla lunga la vince. Insomma, lo sai che i (puntualissimi) dischi dei Napalm ti arrivano in negozio sempre con lo stesso marchio, packaging e copertina e già pregusti come saranno dentro, un po’ come avviene per i Darkthrone. Perciò noi non stronchiamo e ancora una volta ringraziamo che tanto chi doveva capire ha capito tutto già dal 29 Febbraio. Però, promettetecelo, il prossimo disco deve essere veramente diverso e rivoluzionario.

E cacciate Russ Russell, vi prego. Ma come si fa?

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25 commenti leave one →
  1. 5 marzo 2012 11:27

    porcatroia c’ero anch’io al forte!!mi si poteva riconoscere facilmente: ero quello che ha perso un dente su “next on the list”…
    ormai i 5 euro per vedere i napalm death li caccio fuori come termine di paragone per qualunque cosa: “andiamo lì che suonano quelli” “mmm…quanto costa?” “7 euri” “che scherzi? 7 euri un gurppo di cui non me ne frega un cazzo?io a 5 ci ho visto i napalm death…”
    Barney è la persona più tranquilla del mondo…maglietta degli agnostic font e stronzata pronta.

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    • Tonio Bragaglia permalink
      5 marzo 2012 20:33

      Maglia degli Agnostic Front solo sul palco però, stando a quanto mi ricordo. La cosa che mi è rimasta più impressa era lui che scendeva dal furgone, si scrollava le briciole del panino di soia dalla panza e ne dava un pezzo ad un cagnone che gironzolava là intorno. Che dire, per me era poesia. Uno dei concerti più belli della mia vita. Poi Shane, al quale cercavo disperatamente di chiedere info nel mio inglese allora stentato (noio volevam savuar) e lui che mi risponde “Massì, domani siamo in Sardinia”. Se ricordi bene, aprirono i Comrades, senza Petralia alla voce. Almeno è quello che ricordo. Comprai una maglietta, qualche disco, varie spille e toppe. Giannone sul palco che batteva autentici homerun rilanciando quelli che lo assediavano.

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      • 6 marzo 2012 00:50

        io invece ricordo il contrario…maglietta AF al banchetto e gruppo grind che ora non mi sovviene sul palco(dovrei avere da qualche parte una foto, se la ritrovo confermo)…il primo gruppo erano quelli che dedicarono un pezzo ad un loro amico che si era beccato una denuncia dal merchandise dei ND perchè vendeva le magliette tarocche fuori dai concerti…no, proprio non sanno che si perdono…

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  2. Certain Death permalink
    5 marzo 2012 11:39

    Sono d’accordo sul fatto che Enemy Of The Music Business sia un disco enorme e pure Order of The Leech, ma quest’ultimo disco è diverso, sarà colpa di John Zorn, ma io l’ho trovato assai diverso dal precedente, più ehm sperimentale, che fa un po’ ridere come termine accostato ad una band come i Napalm Death, ma porca puttana per non sentire le differenze ce ne vuole.

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  3. passoaprendertistasera permalink
    5 marzo 2012 14:39

    Ottimo full-length questo “Utilitarian”,secondo me,meglio del già onesto “Time waits…”A volte mi ricorda “Fear Emptiness Despair”.Anch’io ricordo con piacere di Barney che vende magliette e si concede tranquillamente alle richieste di foto e autografi a tutti.A Cascina Monluè di Milano ricordo di loro che facevano la coda assieme a tutta la gente per mangiare…Gente con i piedi per terra che ha scritto una pagina indelebile nella storia della musica

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