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Roadburn Festival 2014 – 10/11/12 aprile, Tilburg – Olanda

5 maggio 2014

RB2014Il biglietto comprato sei mesi prima dell’evento, le mega compilation onnicomprensive a scopo preparatorio mandate giù a memoria, i lunghi periodi di latitanza di musica dal vivo, tutto concorre a fare in modo che la sera prima della partenza io stia letteralmente fremendo all’idea di tre giorni sotto gli amplificatori. Conto le ore che mancano all’inizio e mi sento addirittura fortunato a prendervi parte, questo festival mi recuperato da una parabola discendente di ascoltatore che mi vedeva bloccato sempre sui soliti gruppi, le stesse etichette e il vuoto completo del mainstream. Grazie a Walter e soci ho recuperato interesse per l’underground e dissotterrato roba dimenticata; lo dico: il Roadburn mi ha reso una persona migliore. Vabbè, il resto del panegirico e la cronaca sono qui sotto.

Giorno I
Il running order del giovedì di quest’anno è con ogni probabilità il peggio assemblato della storia, l’idea di perdermi (tra gli altri) Beastmilk, Goatess e Conan mi ha provocato grosse crisi interiori, tanto da farmi perdere ogni dignità e andare sulla pagina Facebook del festival a frignare con gli organizzatori di tanta crudeltà. Il mercatino di dischi e merchandise posizionato all’aperto per quanto molto invitante, dovrà aspettare e quindi archiviata la prima irrinunciabile birra di rito al Polly Magoo (il momento più bello dell’anno) è subito ora del rock’n’roll. In preda all’ansia di vedere tutto il possibile, ascolto pezzi di Brutus, Sourvein e Regarde Les Hommes Tomber, mi sembra tutta roba mediamente fica ma sono un po’ in confusione. Passata la fase bulimica il primo scapocciare serio parte con I Lord Dying, uno dei molti gruppi della pattuglia Relapse presenti quest’anno, che oltre a spaccare di brutto ripropongono a distanza annuale l’annoso dibattito sul perché l’heavy metal richiami a sé da sempre gli ASG1individui dalla fisionomia più ributtante. Il frontman degli americani è un ciccione gigantesco che fa affermare al Conte Max, persona generalmente sobria nell’effettuare tale tipo di affermazioni, “questo per me non scopa manco con la chitarra in mano”. Sarebbe stato interessante chiederglielo ma abbiamo convenuto che sarebbe stato quantomeno indelicato. Questa sorta di thrashone incafonito e modernizzato è esattamente quello di cui sentivo il bisogno, bene, avanti così. Complici le mille sovrapposizioni perdo anche i The Shrine che rischiavano di essere interessanti, ma a questo punto è essenziale guadagnare posti decenti per i Napalm Death. Il set è particolare ed esplora il lato più lento della loro proposta, lo show è corredato da visual fichissimi che Costin Chioreanu ha messo insieme apposta per l’occasione. Presentano un nuovo pezzo (Dear Slum Landlord), si concedono qualche scivolata su quella che è la loro indole più distruttiva (Persona Non Grata) e ti rendi conto di che razza di bestie che siano. Shane Embury poi è un uomo di rara bellezza. Piccola pausa pappa poi ASG e a seguire Crowbar, show simile a quello visto a Roma ma con maggiore volume e qualità audio, le teste che scapocciano in sincrono sono sempre una delle visioni più rincuoranti sui destini del mondo. Ce ne sarebbe abbastanza per la sordità ma siccome non ci facciamo mai mancare niente ci si concede anche un finale da sturbo con i megalitici Bong e il loro sound monoriff-mononota a volumi paradossali (del disco ne parleremo a parte in un prossimo Music to light your joints to perché ne vale davvero la pena). Feedback e sitar che ti entrano diretti nell’ipotalamo per nuove ed inedite prese di coscienza. Mio fratello è in catalessi e dopo aver rischiato di cadere a faccia in avanti in un paio di occasioni si fa una signora dormita sulle scale, alla fine del concerto sarà riposato come un bambino e pronto per riportarmi a letto. Il primo giorno si può archiviare con onore.

Giorno II
Neanche ventiquattro ore ma gli effetti benefici del metallo sono già evidenti, la positività è alle stelle e le conversazioni della mattina hanno come principale argomento fantasie selvagge tipo mollare tutto e trasferirci da queste parti: vita di provincia, poco stress e poi ovviamente lo 013 con la sua programmazione sempre gravida di eventi per gli amanti della musica e delle capre. Si discute quindi dei possibili business, le scelte vanno a cadere su quelle che sono notoriamente le eccellenze del Made in Italy.Menu Io voto per il cibo, il conte Max per l’alta moda. Il problema è che se nessuno mi cucina io sono capace di mangiare esclusivamente pasta al pesto per settimane, lui che vaneggia di un fantomatico atelier ‘Fratelli Greco – le grandi firme italiane’ è un tizio che va in giro con il marsupio e ha un dress code inadeguato anche per un centro sociale. Chiunque abbia idee su come aprire un fruttuoso business all’estero è pregato di contattarmi in privato, grazie.
Il secondo giorno era la grande scommessa dell’edizione di quest’anno, non pochi avevano mostrato scetticismo sulla scelta di Mikael Åkerfeldt come curatore in quanto poco affine alle tipiche sonorità del festival. Perché se sono ormai alcuni anni che il bill sta in maniera graduale espandendo i propri tradizionali orizzonti, la scelta di puntare in maniera così decisa sul progressive poteva essere un passo falso. Così non è stato e forse dei vari curatori che ci sono stati nel corso degli anni Åkerfeldt è stato forse il migliore, sicuramente quello che ha osato di più e che ha vinto la propria personale scommessa. L’inizio di giornata è qualcosa di fenomenale, i Magma sono esperienza quasi rivelatrice, show progressivo nel senso meno deteriore del termine, una cosa tra il folle e il furibondo, top assoluto della tre giorni. Quelle cose che ti danno il senso di quanto poco ne sai e ti fanno voglia di passare il resto della tua esistenza chiuso in una stanza ad ascoltare e recuperare dischi. Quelle cose che dici: solo al Roadburn. Ancora scosso da tale bombardamento sonoro mi ritrovo per caso in un turbine di psichedelia vecchia scuola, Lenny Kaye invitato dagli organizzatori a parlare di Nuggets si sta ora esibendo con alcuni rabbiosi giovinastri heavy psych che rispondono al nome di Harsh Toke. Siamo al momento in cui tutto sembra essere perfetto, il festival (o forse sono io) sembra essere entrato nella sua zona aurea. La vista dei Comus mi lascia inizialmente disarmato: una serie di vecchi bacucchi seduti su delle sedie e senza manco una batteria ma solo un percussionista a dare il ritmo, bastano pochi i brani dal classico First Utterance e qualcosa dal disco del ritorno a farmi cambiare radicalmente idea su quello che sto vedendo. Come diceva il grande Pizzul: tutto molto bello. Un po’ di shopping tra magliette, cd e vinili e si rientra per onorare i compatrioti Goblin che dopo un inizio super poliziottesco virano come da copione verso tutto il baraccone horror, tra spezzoni di film e storiche colonne sonore di paura lo show è poco meno che trionfale. Menzione obbligatoria e complimenti per il suono assolutamente perfetto. CandlemassIn un flusso pressoché ininterrotto arrivano poi i Candlemass alle prese con Ancient Dreams, il nuovo cantante Matt Levens ha un’impostazione ultra classica, per quel che mi riguarda un deciso passo avanti rispetto al semi impresentabile Robert Lowe e al suo occhio scappellato; nel finale arrivano anche Bewitched e Solitude tanto per gradire. In questo favoloso contesto forse sono proprio gli Opeth in chiusura ad essere l’anello debole, sarà che li conosco poco ma in generale se una band ha avuto una tale evoluzione nel corso del tempo forse ha senso che proponga quello che fa oggi piuttosto che fare un pastone in cui convivono cose così distanti fra loro. Nonostante alcuni buoni momenti il concerto mi sembra quantomeno disgiunto, pensare di fare un live in cui voler mettere insieme tutto e il contrario di tutto non mi sembra una soluzione ottimale. Poco male, per oggi può bastare.

Giorno III
Il terzo giorno ai festival è sempre più rilassante, non so spiegarmelo, forse la gente è un minimo più sedata di watt, in generale sembra esserci ovunque meno ressa e l’accesso ai vari concerti è più tranquillo. Nello sbrago generale è giusto concedersi un po’ di shopping, vagando tra i vari stand e guardando cose comprendo un minimo l’impulso femminile irrefrenabile al girovagare per mercatini. Uno dei banchetti ha una serie di toppe assolutamente inarrivabili che fanno sorgere in me il rimpianto di non aver mai avuto un battlejacket e la conseguente voglia comprarmi un giacchetto jeans smanicato e iniziare a decorarlo con roba da vero headbanger. Meglio tardi che mai, ma è sempre importante avere un progetto nella vita. Il martirio sonoro inizia prestissimo pestando duro con gli 11 Paranoias, pesantissimi ma abbastanza dinamici per il genere (doom claustrofobico) soprattutto grazie al batterista che sostituisce il dimissionario Mark Greening, oggi a tempo pieno negli Electric Wizard. Guardando la scaletta, decido a priori che gli E-Musik Gruppe Lux Ohr con un nome del genere sono il mio nuovo gruppo preferito, mi avvio a vederli non sapendo ne chi siano né che roba suonino. Si tratta di alcuni tizi male in arnese che suonano pianole sintetiche dall’iperspazio. Idoli. WindhandSi entra nel vivo della giornata con il gruppo più classicamente Roadburn visto fin ora, gli ottimi Windhand, Soma l’ultimo album è finito da varie parti nelle playlist finali dello scorso anno (e anche nella nostra), quindi c’è parecchia attesa. Qualche tempo fa ho scoperto che il cantante è in realtà una donna, cosa che a sentirli non si direbbe molto (e manco a vederla in effetti), la band ha pacca e presenza, forse solo lei è un po’ asettica rispetto al resto però canta parecchio bene. Ottimi. Gli Scorpion Child e il loro roccone ultra settantiano, a me non dispiacciono ma per qualche motivo stanno sul cazzo al conte Max a cui lo show degli 11 Paranoias ha messo voglia solo di rimestare nel torbido, cosa che riesce ad ottenere con lo show dei crautari Obelyskkh. Più teteschi che non si può nella parlata ma anche piuttosto seri quando si tratta di fare casino, fanno uno spettacolo che il conte mi riferirà concludersi in gloria/caciara. Io mi dileguo solo perché gli Yob stanno suonando The Great Cessation sul palco grande. La title track è una cosa immensa, intensità di suono imponente, bellissimi i video acquatici che accompagnano la musica. Impatto come pochi altri, però li ho visti qui tre volte nel giro di cinque anni, mi rendo conto benissimo che qui siano idoli e considerati quasi di casa, questa cosa però alla lunga rischia di diventare un po’ un limite. Old Man Gloom iper muscolari e violentissimi, vai così senza tregua. Per qualche motivo gli Horisont sono stati messi a suonare al bar di fronte, il numero di posti e limitato e la situazione scomodissima. Con uno dei migliori palchi e impianti al mondo a 50 metri mi rifiuto di vedere una roba nell’equivalente (fico) del fetido Coetus pub, quindi ciao ciao e posti di lusso per i Loop. Il lato più heavy dell’indie rock vecchia scuola chiude il festival per la seconda volta dopo gli Swans. Feedback a valanga e vibrazioni detroitiane, unica pecca sono le eccessive pause tra un pezzo e l’altro che spezzano un po’ l’effetto maelstrom sonico, idealmente dovrebbero suonare tutti i pezzi attaccati, non credo però sia possibile dato il notevole traccheggio di Mark Thompson su effetti e pedaliera tra un pezzo è il successivo. Straight To Your Heart top sonico del set. Finale a sala piena e orecchie lesse, volendo ci sarebbe tempo anche per gli Horse Latitudes ma ad un certo punto ti devi rendere conto che hai dato tutto e purtroppo il gioco è arrivato alla fine. Tutto il girovagare successivo è solo un modo di prolungare di qualche minuto l’amarissimo momento del distacco. Concludo come ogni anno: ci sono i festival fichi e poi c’è il Roadburn che è un’altra storia, Non penso riuscirò mai a dire basta.

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