CANDLEMASS – Psalms for the Dead (Napalm)

E finisce tutto così? Un abbraccio e una stretta di mano? Per favore, non voglio crederci. Ok, ammetto di aver perso di vista i Candlemass da un po’ e per qualche tempo ho creduto pure di essere riuscito a campare tutto sommato bene anche senza di loro. Mai mi sarei aspettato un disco come Psalms for the Dead. Quest’album è una grande messa nera, una liturgia doom. Ciò che mi ha disturbato seriamente però è l’aver appreso a freddo, mentre mi approcciavo a decantare le lodi degli svedesi, che siamo ufficialmente di fronte all’ultimo atto dei Candlemass, cioè l’ultimo disco. Basta, stop, zero carbonella, fine. Va bene, è la punizione divina che mi merito per non essermeli filati a sufficienza negli ultimi anni. Ma non si fa, non si fa! Soprattutto ora che, con Psalms, hanno ritirato fuori 3 dei pezzi in assoluto tra i più belli del 2012. Mi riferisco nell’ordine a Prophet che è la summa di una carriera, con chitarre spiccatamente settantiane e sabbathiane, dai cori ricchi ed evocativi; The Sound of Dying Demons altrettanto atmosferico ma più lugubre, epico e maligno nel vero senso delle parole, a metà tra Black Sabbath e Iron Man; Black as Time che chiude il disco con una condivisibilissima riflessione narrata sul tempo, di quanto esso sia pericoloso e indifferente; il tempo che non guarisce nulla, che è senza fine ed incomprensibile e che inesorabile scandisce gli attimi che portano alla TUA fine, l’unico momento in cui il tempo non è relativo, bensì crudele e nero come la morte. Poi partono i chitarroni ed un brivido misto di ansia e terrore ti sale lungo la schiena. Nel disco è presente anche qualche riempitivo non altrettanto efficace quanto i tre pezzi citati ma questi da soli bastano a trainarlo di diritto nella parte alta della playlist 2012 (siamo a metà anno e bisogna cominciare a farsi due calcoli visto che pure questo è stato un anno d’oro per gli amanti del metallo). 

Musicalmente parlando, in buona sostanza, si può dire che il doom è solo una parte del tutto, sebbene predominante, visto che dietro e ficcato in mezzo quando meno te lo aspetti, si ritrovano rimembranze del più classico HM e hard rock, bordate quasi power (soprattutto grazie all’eclettismo della timbrica di padre Robert Lowe), e poi quell’hammond dannatamente progressive ci sta come il basilico sulla caprese. Però che cavolo, ti lascia veramente con l’amaro in bocca. Bisognerebbe fare un grande discorso più generale su cosa stia accadendo ai grandi nomi del heavy metal, ai gruppi storici, quelli che stanno lì da 30 anni e più e che ancora battono il ferro. Bisognerebbe puntare l’attenzione su questa chiara volontà di farla finita con le sperimentazioni e le innovazioni a tutti i costi e la voglia di tornare a ciò che si sa fare meglio. I cari vecchietti riscoprono la propria identità, il proprio suono, unico e riconoscibile. Perché sì, tutto sommato nel frattempo non è successo un gran che, nessuno è riuscito a far loro le scarpe, nessuno è riuscito a inventarsi ‘sto cazzo. E allora gente come i Candlemass tira fuori gli assi e lo sai già che sono sempre quei 4 assi, ma con queste carte si vince per forza. E niente, Edling ha pure cacciato il cantante, uno dei più bravi e dotati che abbiano mai avuto, per non si sa quale stupido motivo. Davvero, sono molto incavolato. Dice che si concentreranno sui concerti, con Mats Levén alla voce (ce lo ricordiamo da Facing the Animal) e Per Wiberg degli Spiritual Beggars alle tastiere, ma niente più studio albums. Uno schiaffo in faccia, tiè, BAM! (Charles)

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