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Quanto è bello il nuovo ep dei CANDLEMASS

17 ottobre 2016

candlemassEravamo rimasti al giugno 2012, quando i Candlemass pubblicarono quel discone di Psalms For The Dead, che ci esaltò come baccanti per l’oscura bellezza delle composizioni e ci gettò, al contempo, nello sconforto più nero per via dell’annuncio secondo il quale codesto disco sarebbe stato l’ultima incisione del gruppo, che – dicevano – si sarebbe limitato da allora in poi a esibirsi dal vivo. Time, quite frankly, does not give a shit ricordava, del resto, l’intro recitata di Black As Time, uno dei pezzi più memorabili di quello che rimane uno dei migliori album di doom classico degli ultimi anni insieme a Lillie: F-65 dei Saint Vitus. Con un po’ di fatica, eravamo riusciti a farci una ragione della sospensione dell’attività in studio. In fondo se ne era pure andato Robert Lowe. Al suo posto era arrivato (o tornato, a seconda dei punti di vista) l’ex Abstrakt Algebra Mats Levén. El Greco li beccò al Roadburn del 2014 e sentenziò che non c’era confronto. A favore di Levén, però. E se lo dice lo stregone fumogeno che Lowe dal vivo aveva iniziato a perdere colpi da quel dì, io mi fido. Un tour tira l’altro e il buon vecchio Leif Edling torna a intingere la penna nella pece. Il risultato del ripensamento è per ora solo un ep di quattro brani, uno dei quali per giunta strumentale, che sono nondimeno talmente belli da stracciare il 90% di quanto uscito nel frattempo nell’ambito del genere (nel restante 10% ci sono ovviamente i fantastici Crypt Sermon, che agli autori di Nightfall si ispirano pesantemente).

Da appassionato di doom, a volte mi capita di riflettere quanto questo genere mi piaccia così tanto perché, da certi punti di vista, incarna più di ogni altro quel paradosso che rende certe frange dell’heavy metal quanto di più filosoficamente vicino al blues esista. Ovvero, puoi pure usare sempre gli stessi riff, quello che devi azzeccare sono i pezzi, il feeling, i suoni. A fare la differenza è la magia, quella che i Candlemass non hanno mai perso nemmeno nelle fasi meno ispirate della loro carriera ed esplode subito non appena parte la title-track, una canzone da manuale che recupera la vena più hard rock e ariosa della band anche grazie alla voce espressiva, e più limpida rispetto al predecessore, dell’ottimo Levén. Un ritornello che ti si pianta in testa subito, uno stacco acustico cristallino. La successiva, insinuante, Sleeping giant è forse pure migliore, tra assoloni pirotecnici e cambi di registro calibrati alla perfezione. Sinister and sweet e Goose hanno un sapore ancora più classico, meno cupe e mortuarie di come suonava Psalms For The Dead, nel suo ruolo teorico di epitaffio. Death Thy Lover sembra l’esaltante trailer di un nuovo capolavoro che, auspichiamo, verrà. In caso contrario, siamo disposti a sequestrare Leif in stile Misery non deve morire perché lo incida. (Ciccio Russo)

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