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SAINT VITUS – Lillie: F-65 (Season of Mist)

9 maggio 2012

Ci sono band di cui non si può fare a meno. O meglio di cui tu non puoi fare a meno e nemmeno la storia può fare a meno. Una di queste sono i Saint Vitus, indiscutibilmente uno dei gruppi migliori del mondo, come dice una delle tag che usiamo qua a MS. Quello che i Black Sabbath crearono ormai più di quarant’anni fa è stato ripreso e reinventato a seconda degli stili. Band come Pentagram in America e Candlemass in Svezia possono essere annoverate tra i più importanti esecutori della musica lenta ed esasperante, su questo non v’è dubbio alcuno. E poi c’erano (e ci sono ancora, grazie a Belzebù) i Saint Vitus. Semplicemente terrificanti, con il loro sound opprimente e quell’accordatura, con quel wah che ti risuona nelle orecchie, e quei riff… Dio mio, quei riff… Dave Chandler è un personaggio sporco e cattivo. Un drogato allucinato e schizoide. Uno la cui vita si svolge probabilmente a ritmi talmente bassi ma talmente bassi che potrebbe campare altri cento anni e sfornare capolavori a iosa, come già ha fatto a ripetizione negli scorsi decenni, d’altronde.

Una volta, quando vivevo nella “ridente”, piovosa e nebbiosa Forlì (senza offesa per i forlivesi, bravissima gente), vengo svegliato in piena notte da rumori molesti e luci tipo strobo che provenivano dalla strada. Mi affaccio e vedo un’ambulanza in mezzo alla sede stradale, con tanto di lampeggianti accesi. La via dove abitavo io è stretta e a senso unico, in più le macchine parcheggiate da ambo i lati rendono praticamente impossibile il transito in una condizione del genere. Noto una certa frenesia intorno al mezzo. Portantini che escono dalla cabina con una barella in mano e tutta l’attrezzatura da rianimazione, ed irrompono nel palazzo accanto. Dopo un po’ una macchina si infila nella via e, trovando il passaggio ostruito, il conducente decide bene di suonare il clacson e dire all’autista dell’ambulanza qualcosa del tipo “Beh, mo’ ci muoviamo, soc’mel!”. Quello per tutta risposta, con un tono piuttosto alterato, gli fa: “Mo’ non vedi che sta morendo?”. Almeno questo è quello che ho sentito.

Ora, io sono uno di quelli che considerano il silenzio più rumoroso del casino ed è per questo motivo che in tutta la mia carriera universitaria non ho mai potuto fare a meno di studiare con la musica, magari a tutto volume. Stesso discorso vale per il sonno. Per conciliarlo io metto sempre su qualcosa nel mio stereo. E questo qualcosa può essere sia death metal che qualche orchestra swing degli anni quaranta. Poco importa. L’importante è che sia nelle mie corde in quel momento preciso. Indovinate cosa avevo messo su, appena tutto quel frastuono proveniente dalla strada mi aveva svegliato? Beh, era proprio la pesantissima Born Too Late ad accompagnare quei momenti da Real Tivvì. Tragica la vita, tragico il destino. Eppure penso che sarei contento di udire quelle note al momento del mio trapasso. Niente si addice di più. Toccatevi pure i testicoli, ma questa è una verità sacrosanta. Quell’album è talmente depressivo e depresso che risulta anche essere antidepressivo in certi frangenti. Perché ti rendi conto che, mentre sei depresso come una merda e ascolti The Lost Feeling, ci sono persone che la depressione ce l’hanno attaccata alla pelle come un tatuaggio, e da questa condizione hanno tratto delle autentiche opere d’arte. I loro nomi sono David Chandler e Scott Weinrich. Quindi qualunque minchiata tu possa avere per i cavoli tuoi sai sempre che in confronto a loro sei e sarai sempre un maledettissimo dilettante, visto che questi loschi figuri del malessere più puro hanno fatto un autentico stile di vita.

Eravamo rimasti al 1995, anno in cui vedeva la luce il cimiteriale Die Healing. Era leggermente diverso perché allora era il turno di Scott Reagers dietro al microfono. Qua tocca ancora una volta a Scott “Wino” Weinrich. E si sente. Gli echi di album favolosi come Born Too Late sono presenti dall’inizio alla fine. Ed è un bene, credetemi, visto che quell’album è semplicemente cruciale nella storia del doom mondiale. Questo Lillie: F-65, dalla durata analoga a quella del capolavoro già citato (un trentacinque minuti scarsi), segna il ritorno sulle scene degli Dei, e lo fa in grande stile. Lo so che chi mi conosce dirà: “Ma tu non eri quello che snobbava le reunion a più di dieci anni di distanza?” Sì, cazzo. E’ vero. Lapidatemi ma sui Vitus mi sento in dovere di fare un’eccezione. A parte che questo è sì il loro primo disco dal 1995, quindi teoricamente ne sarebbero passati ben diciassette di anni, ma se proprio vogliamo essere pignoli allora vi dico che la reunion del 2003, in quel di Chicago, dove registrarono un concerto che venne pubblicato anche su dvd quattro anni più tardi, abbassa il tempo di attesa a nove anni.

Let Them Fall, l’opener, l’abbiamo già gustata il mese scorso, con quel bellissimo video da suicidio. Track pesante come un macigno di granito, niente da dire. Sentitevi la successiva The Bleeding Ground, impossibile non accostarla, almeno inizialmente, alla fantastica Dying Inside, già presente su Born Too Late, nonché inno di tutti gli alcolisti. Sentitevi l’accelerazione finale, cosa che i nostri hanno sempre proposto con parsimonia, ma mai inutilmente, soprattutto nei dischi con Wino. Davvero coinvolgente. Quando c’era Scott Reagers erano un po’ più esuberanti, è vero, e capitava un po’ più spesso di sentire cavalcate come la mitica White Stallions o War is Our Destiny. Ma qua si respira la stessa atmosfera che ci dovrebbe essere al Verano di notte, e pezzi come Blessed Night (l’altro singolo apripista) e The Waste of Time non fanno assolutamente eccezione.

Eppure è con Dependence che si toccano i livelli di mal di vivere che tutti riconosciamo al quartetto losangelino.

Woke up sick/ again today
a new gash/ on my face
I can’t remember/ what I did
now pain sets in…

Alzi la mano chi di voi, almeno una volta nella vita, non ha provato tutto ciò (vabbè, dai, anche più di una volta, nessuno vi giudica qua).

La sensazione che si ha, ascoltando pezzi come questo, è la stessa che si insinua dentro di te nel momento stesso in cui apri gli occhi cisposi dopo una nottata di bevute colossali. Nausea, malessere, stomaco sottosopra. Però ci si sente un po’ meno male allo stesso tempo, perché sai che, qualunque sia il motivo per cui hai alzato il gomito così in alto la sera prima, sia perché la pischella ti ha mollato, o perché hai perso il lavoro, o qualunque altra brutta situazione che si è cercata di dimenticare, Dave Chandler e Scott Wino ti guardano, dall’olimpo degli Dei del doom, e ti sorridono benevoli. Album del 2012, per ora. Ma a questo punto deve uscire qualcosa di sconvolgentemente strepitoso per scalzarlo dal gradino più alto del podio. (Piero Tola)

A proposito, quasi dimenticavo:

R.I.P. Armando Acosta (1952-2010).

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