Skip to content

Roadburn Festival 2012 – 12/13/14 aprile, Tilburg – Olanda

10 maggio 2012

Sull’aereo che mi riporta a casa, con le orecchie che ancora fischiano sono vittima un lieve delirio regressivo, mi sento come in seconda media al ritorno dalla settimana bianca: non deve finire mai, non voglio tornare… Si chiama post-roadburn depression. Non me ne voglia la mia bella famigliola ma a Tilburg mi sento a casa mia, è la mia dimensione, il paese dei balocchi dei miei sogni di adulto (che poi sono gli stessi del ’93). La riff-filled land.

Unica consolazione è la speranza di esserci anche il prossimo anno per un’edizione 2013 che già promette bene; il curatore sarà Jus Osborn e ci saranno gli Electric Wizard (confermato qui), segretissime  indiscrezioni danno presenti pure i Saint Vitus con doppio set (uno con Wino, l’altro con Scott Reagers), questa voce è rigorosamente non-confermata  ma se ben ricordate lo scorso anno con la storia dei Voivod ci avevamo preso quindi…

Day 1: Symposium of Iommic Research

Dopo una sveglia di mattina presto e una lunga sequenza di trenino – aereo – macchina – eccetera intorno alle tre e venti la prima birra arriva sul tavolo del Polly Maggoo. Sto appoggiando le labbra sul bicchiere quando squilla il cellulare, il nome del mio capo lampeggia intermittente. Terrore. Dopo un attimo di doverosa esitazione decido di rispondere, si tratta di una richiesta semplice, gli rispondo con cortesia e gli comunico un’informazione scorretta. Finisce la telefonata, spengo il cellulare. Ora per tre giorni per favore non rompetemi il cazzo. L’ennesimo sguardo all’intricatissimo bill per tentare di organizzare il migliore itinerario possibile; l’unica certezza è che non ci sarà certo tempo per mangiare, ma chi ha bisogno del pane quando si hanno la birra e il rock’n’roll?

Entrando allo 013 dobbiamo constatare che il primo tassello dell’elaborato puzzle messo in piedi è già saltato, impossibile entrare in una green room stracolma in cui gli Horisont sembra stiano già arrostendo il popolino. Ci ritroviamo nella Batcave (da quest‘anno ribattezzata Stage01) per gli Year Of The Goat, band di cui non ho mai sentito neanche parlare, ma che mi convince per il semplice fatto di avere un caprone non sulla copertina ma nel nome stesso, alle volte questo può bastare. In realtà mi aspettavo una cosa un minimo più esoterica però si fanno ascoltare, da qualche poi parte tocca pure cominciare. Un breve giro di ricognizione e assestamento tra le sale varie e area merchandise e si va a prendere posti per l’esibizione degli ottimi Saturnalia Temple, show a due velocità, partenza lenta ma crescendo notevole, punto di svolta la scoppiatissima Dreaming Out Of Death, finalmente il collo si comincia a torcere. Misteri orfici, satanismo un tanto al chilo e una chitarra detuned oltre il limite per la sturata di orecchie che da avvio alle danze. Per la prima volta scorgo la presenza di una ragazza dai tratti orientali (d’ora in poi ‘la cinese’) che sarà il mio heavy metal wet dream dell’edizione 2012. Purtroppo la fittezza del programma non permette di tentare chissà quale approccio perché è già ora di andare a e vedere gli OM (il conte Max opta per gli Hammers Of Misfortune che peraltro mi dirà essere molto bravi). Nella semi-oscurità con suoni perfetti, un Cisneros in costante espansione come l’universo su cui ama interrogarsi celebra l’aspetto interiore e deliberatamente spirituale della sua musica, zittendo per circa un’ora l’orda di birromani solitamente dediti al culto del rutto tonante. Cremation Ghat I & II vengono seguite con religiosa attenzione e rispettoso silenzio. Lo show termina fra gli appalusi ma il nervosismo per lo show successivo è già alto. Attendo l’esibizione dei Killing Joke con una serie di aspettative esagerate e purtroppo l’apocalisse che mi ero immaginato non si materializza. Nonostante una partenza bomba con European Super State, alcuni brani nuovi eccelsi (Fema Camp) e l’abbondanza di classici dalle varie ere, lo show non riesce mai ad essere totalmente coinvolgente. Forse il suono doveva essere più alto, forse è l’impostazione totalitaria, forse c’è una freddezza calcolata ma qualcosa nello show non è andato per il verso giusto, poi è chiaro che quando ascolti pezzi come tipo Asteroid, The Great Cull o The Wait non è che stai col culo fermo a lisciarti la barba. Abbastanza ridicolo il comportamento del chitarrista Geordie Walker, autore di una sceneggiata fuori luogo verso il fonico di palco ed annesse minacce da parte del roadie a qualche non-identificato membro del pubblico. Una cosa completamente senza senso che ha creato un’atmosfera negativa rendendo il chitarrista bersaglio di bottiglie e costringendolo a stare dietro a Jaz Coleman per evitare ulteriori lanci. Per un momento ho quasi desiderato che le cose degenerassero, perché l’elemento di imprevedibilità è sempre interessante all’interno di questi show ultra professionali.

“Ozzy, chi era costui?”

Con un po’ di amaro in bocca ci si avvia all’Het Patronaat, nuova location che ha l’arduo compito di non fare rimpiangere il favoloso Midi Theatre luogo di alcune delle migliori performance delle ultime due edizioni. Nonostante il palco sia un po’ piccolo il locale è eccellente nei suoni ed evocativo nella struttura, si tratta infatti di una sorta di chiesa in legno con tetto a spiovente e vetri coi santi alle pareti. Location ideale quindi per l’esoterismo da supermercato degli uber-passatisti Orchid. Fedeli al motto sabbathismo senza limitismo il quartetto californiano tira fuori una prestazione clamorosa, perfettamente credibili nella loro clonazione dei maestri surriscaldano il pubblico e alzano la temperatura del locale a sauna di belzebù; Capricorn He Who Walks Alone tra gli highlight assoluti della tre giorni. Eroi. Mo’ la sparo: se i Sabbath (quelli veri) intendono non dare una delusione ai loro fan forse dovrebbero farsi scrivere i pezzi dagli Orchid. Tiè, l’ho detto. Quasi a mezzanotte a non ancora do(o)mi ci si trova ancora una volta a dover compiere scelte durissime, tipo quella di dover rinunciare alla prima apparizione dei Voivod (visti tre volte lo scorso anno e che comunque suonano pure il giorno dopo) per sgomitare ad ottenere posti sotto gli ampli per i Sigiryia, gruppo nato dalle ceneri degli Acrimony e il cui unico album (Return To Earth) si è insidiato in maniera subdola nei miei ascolti negli ultimi due mesi. Suono spesso e compattissimo per tre quarti d’ora che sono una vera bomba, partenza svitacollo con The Mountain Goat (sì, sì, le capre non ci abbastano mai), e altri pezzi dai titoli quali Whiskey Song, Robot Funeral. Clamoroso finale con Deathtrip to Eryri. Robba di classe. La mazzata della buonanotte. Pure oggi ci siamo guadagnati la pagnotta.

Day 2: Au Dela Du Reel

La giornata numero due parte in gran spapponamento con la solita assunzione esagerata di calorie al buffet per poi proseguire con il rammollimento gentilmente offerto dall’albergo a base di piscine idromassaggio, bagno turco e saune varie. Tutto molto rancho relaxo se non fosse per l’inquietante vecchiaccia olandese che minaccia di chiamare la polizia se osiamo non toglierci le mutande in sauna, inutile tentare di spiegarli che veniamo dalla piscina dove invece il costume te lo devi tenere, ci leviamo le mutande per la sua gioia, purtroppo per noi lei è un cesso ributtante di circa 70 anni; col terzo occhio formo un immagine della cinese in pantaloni di pelle con lacci che mi rende subito più tranquillo ed in pace col mondo. Nel primo pomeriggio visita culturale alla mostra di Away che espone vari dei lavori che abbiamo ammirato sulle copertine dei Voivod più altre cose, lui è lì e chiacchiera di qualsiasi cazzata con tutti quelli che entrano, una personcina davvero ammodo, tutto tranne che inavvicinabile, la figata del Roadburn è anche questa. Archiviata la parentesi artistica si è di nuovo pronti per il mosh pit, ancora una volta il piano originale che prevedeva i Farflung in apertura di giornata salta per l’impossibilità di accedere nella sala, il girovagare ci porta agli Hexvessel, però siamo alla ricerca di vibrazioni più rozzamente heavy metal e quindi la scelta cade sui Danava a causa del logo con font dei Pentagram, le t-shirt con le motociclette e foto di copertina che li raffigurano come personaggi di una bruttezza rara. Sembra la scelta giusta ma lo show si rivela una mezza sola, non certo per la proposta ma per il mancato coinvolgimento generale, accentuato anche da qualche problema tecnico. Dato che le alternative non mancano si prova con i Solstafir di cui non ho mai sentito una nota e non so manco che genere facciano e che si riveleranno essere molto interessanti. Un look abbastanza improbabile (cowboy nibelunghi?), un sound possente ma al contempo dilatato ed evocativo, nonostante una indiscutibile heavyness il concerto ti prende più a livello di testa che di pancia. Bello davvero. Una delle proposte più originali che ho visto al festival, nessuna delle innumerevoli (quanto spesso inutili) etichette che conosco sembra fare al caso loro, a pensarci è una cosa piuttosto rara. Di sicuro andrò a cercare i loro album. Si ritorna su lidi più riff-oriented con i Witch che sono una sorta di variante garage-indie della musica del demonio, notevoli per groove, pompa e approccio cazzone. Nota di colore: dietro la batteria siede J. Mascis dei Dinosaur Jr. Finito il set voglio subito il disco, vado diretto al loro banchetto ma i due album (entrambi su TeePee Records) sono esauriti. Rosico, meno male che esiste Amazon. Le mazzate vere però stanno per arrivare, la prima è una bastonata da 10 quintali ovvero gli Yob che fanno tutto The Unreal Never Lived (i.e. quel macigno di quattro brani che si apre con Quantum Mystic e si chiude con The Mental Tyrant). Sono un gruppo piccolo per numeri ma qui al Roadburn sono una band enorme, probabilmente tutti i fans che hanno in Europa sono in questa sala e questo crea un’atmosfera davvero speciale. Nel bis piazzano pure quella bomba di Adrift In The Ocean dal favoloso ATMA. Trionfo totale. Corro a comprarmi la maglietta, stavolta ho successo (era anche l’ultima, fichissima, la sfoggerò in ogni occasione di livello).

Soddisfatto dell’acquisto si rientra per quella che già solo sulla carta sarà una roba epocale ovvero Voivod performing Dimension Hatross in his entirety (in realtà manca Batman sul finale, io e qualche altro sfigato la invochiamo a ripetizione, alla fine Blacky ce ne concede dieci secondi per bocca e basso). Apice toccato con Macrosultions To Megaproblems, il sorpresone arriva però sul finale (per la bile di Ciccio) dove mettono come bis Jack Luminous dal grandioso The Outer Limits (che è poi il nome inglese del film che da il nome alla giornata di oggi – Au Dela Du Reel). L’ennesimo trionfo per una band che, annunciata a sorpresa lo scorso anno, è riuscita a fare di questo festival casa propria, sarà strano non averli qui il prossimo anno.

Ce ne sarebbe abbastanza per andare a dormire con il sorriso sulle labbra ma il mai domo conte Max mi trascina a vedere gli Huata, le cui cassette confezionate a guisa di piccoli tomi medievali penso abbiano stimolato la sua fantasia di oscuro bibliotecario. Il cantante indossa un saio rosso, si concede frasi in latino e beve una sorta di fragolino per tutta la durata del concerto. Nonostante questi grandiosi effetti speciali il concerto è una mezza rottura di palle, anche il conte stesso alla fine li bollerà come ‘noiosi e pretenziosetti’, forse lo zozzo crust dei Doom sarebbe stato una scelta più corretta ma troppe opzioni alla fine possono essere un problema (accade anche questo). Un paio di brani degli Anekdoten e poi tutti a nanna che anche domani sarà tosta.

Day 3: Proceed the weedian…

Il terzo giorno si apre con una visita al Grasscompany e il conseguente girovagare a caso per la città, l’inutile pellegrinaggio si concluderà solamente con una sosta ad un bar per ingozzarsi di untuosi onion rings. Adeguatamente (?) rifocillati si inizia con i Celestial Season, band che ricordavo facesse roba molto differente da quello che propongono qui oggi (growling a go-go), non è nelle mie corde quindi ci si dirige verso altri lidi. Il programma prestabilito prevede: Church of Misery, Purson, Obsessed, Sleep e Devil. Riuscirò pure ad infilarci in mezzo pure il finale dello show dei Pelican (oh yes). Ma andiamo con ordine, i Church Of Misery sono uno dei miei gruppi preferiti ma mi aspettavo la fregatura dato il cambio di cantante e chitarrista; in realtà il nuovo singer è indistinguibile dal precedente ed ha solo il difetto di essere notevolmente meno brutto, Tom Sutton invece è ancora al suo posto quindi niente brutte sorprese, la pacca è inalterata. E comunque ci sono prodotti con i quali si va sempre sul sicuro: il doom metal giapponese dalle tematiche serial killer è uno di questi. Li adoro, mi ci sono pure fatto una foto, sarà per sempre sul mio comodino accanto a quella di mio figlio e alla cartolina autografata di Antonio Benarrivo.

I Purson, la nuova sensazione della Rise Above, sono un gruppo di ragazzini inglesi con uno/due singoli alle spalle e fanno lo show che ti aspetti da gente che ha i pantaloni a zampa d’elefante e medaglioni al collo. L’album dovrebbe uscire entro fine anno, credo mi piacerà. Per la cronaca: la cantante Rosalie Cunningham oltre a fare tutto (pure gli assoli) è anche piuttosto bona. Senza sosta si scende a cercare posto per gli Obsessed, il fato vuole che la cinese sia accanto a noi, mando in avamposto il conte Max VonG (noto anche come il George Clooney del metal italiano) purtroppo mio fratello è troppo preso dalla performance del trio per difendere la reputazione degli italiani all’estero. C’è poco da biasimarlo però perché lo show è intenso e potente, la formazione (quella di The Church Within con l’onnipresente Guy Pinhas) gira alla perfezione. Wino dopo la performance deludente dello scorso anno, sembra invece pienamente ripreso. Un’altra tacca su un gruppo che prima o poi toccava vedere. Finisce lo spettacolo ma nessuno si muove. Ci siamo, nel giro di mezz’ora gli Sleep saranno sul palco. Si percepiscono vibrazioni di eccitazione e nervosismo, l’intero festival è stato in funzione di questo, il loro merchandise è esaurito dal primo giorno (mi mangio le mani per non aver preso la t-shirt). Questo è l’evento. Il main stage si riempie con largo anticipo e davvero non l’ho mai visto così pieno. Matt Pike è inguardabile, ai limiti dell’inquietante: panza gonfia di birra, i jeans calati a metà sedere e senza mutande sotto, la vista del suo culo flaccido è l’apocalisse del doom, davvero too much information. Attaccano con Dopesmoker di cui suonano la prima sezione (una ventina di minuti). Boom. Poi varie cose da Holy Mountain, difficile trovare un apice, un set di un’ intensità rara, un volume assolutamente inaudito. Cisneros richiede che qualcuno gli passi una canna d’erba che però non abbia tabacco (i californiani, che siano loro o i Cypress Hill, sono gente che ai dettagli ci tiene). Parte Anctarticus Thawed, ad un certo punto il volume era così alto ho temuto che mi stesse saltando un’otturazione. Sul finale credo davvero che i muri stessero tremando e il tetto potesse crollare, è stato bellissimo. Jim Marshall guarda e sorride. Il concerto entra diretto nella mia top five personale. File under: cose da raccontare ai nipoti. Uscendo guardavo le facce della gente per capire quale fosse l’umore, erano tutti tra l’estasiato e l’annichilito. Un tizio mi guarda e presumo interpretando il ghigno sulla mia faccia mi domanda “How good was that?”, faccio un cenno di assenso con la testa, provo ad articolare qualcosa ma in realtà sono senza parole.

Una cosa del genere andrebbe metabolizzata invece tempo tre minuti mi ritrovo nella green room per vedere in azione gli alcolici  Devil e cantare Break The Curse (il brano eletto inno ufficiale della trasferta dai fratelli corna). Mi godo lo show ma comunque sto davvero con la testa da un’altra parte, ad un certo punto oso anche pensare che forse dovrei uscire, che forse ne ho avuto abbastanza. Fortunatamente mi viene in mente che domani sarò su un aereo e lunedì sarò seduto in ufficio a contare i minuti che passano tra l’orario di entrata e quello di uscita; quindi è meglio che non faccia lo stronzo e mostri una certa gratitudine al dio del metal (Ronnie James che ci guardi di lassù) che tanto generoso è stato oggi. Faccio il mio dovere di buon headbanger, cosa che consiste nell’andare a prendere una birra e celebrare il finale con l’unico coro possibile: “witches, witches, witches on fire!”. Finisce lo show, guardo mio fratello, è un uomo felice. Ce l’abbiamo fatta, siamo sordi e cotti ma non siamo mai stati meglio. Tipo zombi del rock’n’roll entriamo a guardare la heavy jam in cui una serie di personaggi suona contemporaneamente assoli a cannone, fico, ma dopo dieci minuti decidiamo che è davvero troppo. Non oso neanche pensare quanta roba da paura mi sono perso, gesummio che festival. (Stefano Greco)

15 commenti leave one →
  1. Nunzio Lamonaca permalink
    10 maggio 2012 11:59

    D’annazione

    Mi piace

  2. max von g. permalink
    10 maggio 2012 14:58

    Io al RB ci voglio tornare l’anno prossimo e pure quello dopo. Io a Tilburg ci voglio morire sordo e essere sepolto all’ingresso della Green Room: “Qui risposa Max Von G, amò il Metal, odiò il Jazz”

    Mi piace

  3. Luke permalink
    10 maggio 2012 15:08

    Non ti sei sparato gli Ancient VVisdom? Sarebbero stati il top per sbollire un attimo senza staccare dal clima psycho-cactus del fest.

    Mi piace

    • Max Von G permalink
      10 maggio 2012 15:35

      rispondo per chippy visto che eravamo assieme: purtroppo l’offerta è talmente ampia che capita di dover fare dolorose rinunce; gli AVV erano contro i Killing Joke, uno dei picchi del festival, per i quali abbiamo rinunciato pure ai Lord Vicar, non so se rendo l’idea..

      Mi piace

  4. Piero Tola permalink
    13 maggio 2012 18:41

    il doppio set dei Vitus con i due cantanti storici dev’essere una roba da orgasmo letale… morire godendo….

    Mi piace

Trackbacks

  1. SLEEP // A STORM OF LIGHT @Circolo degli Artisti, Roma, 16.05.2012 « Metal Skunk
  2. Certezze che crollano: Matt Pike va a disintossicarsi « Metal Skunk
  3. UFOMAMMUT – Oro: Opus Primum (Neurot) « Metal Skunk
  4. Music to light your joints to #3 – i dischi perduti « Metal Skunk
  5. Playlist 2012 « Metal Skunk
  6. Musica da camera ardente #9 | Metal Skunk
  7. ORCHID //TROUBLED HORSE @Traffic, Roma, 17.05.2013 | Metal Skunk
  8. Roadburn Festival 2013 – 18/20 aprile, Tilburg, Olanda | Metal Skunk
  9. Music to light your joints to #9 – Satana al supermarket | Metal Skunk
  10. Musica di un certo livello #19: NACHTMYSTIUM, SOLSTAFIR, EMPYRIUM | Metal Skunk

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: