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Music to light your joints to #3 – i dischi perduti

25 agosto 2012

Se c’è un movimento che ha raccolto molto meno di quanto avrebbe dovuto, questo è di sicuro la prima ondata dello stoner rock; mentre nella prima metà degli anni novanta band dalle coordinate tutto sommato abbastanza simili (i Soundgarden dei primi album non sono granché distanti dai Kyuss) occupavano classifiche e spazi sui network internazionali, una manciata di gruppi di qualità eccelsa e localizzazione differente sopravviveva nel semi-anonimato schiacciata dalla storia che li aveva posti esattamente nel mezzo tra la rivoluzione delle camicie a scacchi e quella delle tute Adidas.

Il tempo, si sa, è galantuomo, e molte delle band in questione vengono oggi considerate (a ragione) dei classici, tanto che abbiamo gli Sleep headliner al Roadburn e il nome Kyuss è al centro di una controversia legale fra i suoi fondatori a causa della reunion un po’ farlocca portata avanti dai componenti più sfigati della band. Ovvio che questo rientri parzialmente anche nel generico (e ciclico) revival a cui ogni decennio viene sottoposto, legittimo quindi anche che i protagonisti dell’epoca aspirino a racimolarci qualche quattrino oltre a godere di gloria tardiva. Monster Magnet e Fu Manchu si sono buttati nel giro dei tour in cui si propongono gli album per intero, e i mutilati Kyuss Lives! suonano oggi davanti a platee che all’epoca neanche si potevano immaginare (io e il Conte Max presenziammo ad una delle poche calate italiche degli originali, circa ’95, al vecchio Circolo degli Artisti, e si era al massimo in 200 persone).

Questa sua caratteristica di movimento dal potenziale (commercialmente) inespresso fa sì che molti album dell’epoca abbiano avuto una sorte quantomeno problematica. Il caso più eclatante è quello di Dopesmoker, opus maximum degli Sleep e uno dei vertici assoluti dell’epopea dello stoner rock che, dopo un’esistenza travagliatissima, vede in questi giorni la sua ristampa definitiva ad opera di quelli strafighi della Southern Lord. La storia dell’album è abbastanza nota ma vale comunque la pena di ricordarla brevemente: la London Records, arrivando tardi su un filone underground oramai agli sgoccioli, prese sotto contratto gli Sleep mettendogli a disposizione un budget per loro inusitato per la registrazione di un nuovo album. Cisneros, Hakius e Pike spesero il bottino quasi interamente in cannabinoidi e qualche mese dopo si presentarono agli uffici della casa discografica con Dopesmoker, ovvero un bombardone di sessantatré minuti che gira intorno ad un unico riff condito da sproloqui mistici da fattanza; gli executive comprensibilmente si rifiutarono di pubblicare una roba del genere e, dopo varie controversie irrisolte sul mix e il formato da pubblicare, si arrivò alla fine del contratto e conseguentemente della band stessa. Nel 1999 una versione parziale a nome Jerusalem venne tirata fuori dalla Rise Above (sempre sia lodata) mentre per quella integrale (TeePee Records) ci sarebbe voluto ancora qualche anno.  L’idea del brano-mostro è ricorrente nella storia del rock che spinge sulla psichedelia (dai Pink Floyd agli Ufomammut) e nel giro della stoner caravan ci avevano provato qualche anno prima anche i Monster Magnet con il lisergico Tab (risentito di recente non è manco male). In Dopesmoker gli Sleep portano quest’idea all’estremo e creano un album che tocca alcuni snodi fondamentali per l’evoluzione del sound heavy. Ripulito dal delirio indotto da abuso di THC e dell’ideologia del fumo che lo avvolge e dalla quale comunque è inscindibile, il disco è l’epifania ultima del riff iommiano e del feedback fuori controllo; i droni, la ripetitività ossessiva settano lo standard e pongono il confine ultimo per quella che sarà la destrutturazione definitiva del sound ad opera dei Sunn O)), non sorprende quindi che questo remaster/ristampa definitiva avvenga proprio sotto la copertura della etichetta di Anderson e O’Malley. Un album da avere assolutamente e sul quale consumare i timpani.

Stessi anni, storia differente ma parallela è quella del favoloso John Garcia, oggi si autocoverizza nella blanda operazione Kyuss Lives! (e ancora prima con Garcia Plays Kyuss) – roba ottima per un concerto, sia chiaro – ma sul cui senso è quantomeno legittimo avere qualche dubbio. All’indomani dello split dei re del deserto, il cantante conobbe un periodo attivissimo ed irrequieto quanto sfortunato. Il passo successivo furono gli Slo-burn, il cui lascito è un 4 pezzi di difficile reperibilità licenziato in attesa di un album che non vide mai la luce, lo sfortunato Ep è tra i vertici assoluti del suono post-Kyuss: un Garcia infoiato e un gruppo di giovinotti che lo assecondano nella furia primigenia del rock and roll. Amusing the Amazing (Semaphore) è oggi venduto  a prezzo gonfiato ma in realtà si trova con una certa facilità nei negozi che hanno un usato decente, io stesso ne ho dovuto comprare una seconda copia dopo che il mio amico Pulciarone – oggi gestore di un noto sito di notizie sulla AS Roma – mi aveva rubato il cd perché ne era totalmente ossessionato. Pilot The Dune è nella top del desert sound di sempre. Chiusa questa parentesi ce ne fu una brevissima con i Karma To Burn di cui l’unico lascito ufficiale è rintracciabile qui. Il capitolo seguente furono gli Unida, la cui prima release sulla insuperabile Man’s Ruin Records (R.I.P.) recuperava parte del testosterone misto furia che si era sciolto nella svolta narcolettica di Homme del primo omonimo album dei QOTSA (uno dei miei 10 dischi preferiti di sempre). In Coping With The Urban Coyote non mancano comunque altissimi momenti psych (You Wish è capolavoro totale) e il disco diventa un diventa top seller per l’etichetta di Frank Kozik tanto che il gruppo viene addirittura messo sotto contratto per un pacco di soldi dall’American di sua maestà Rick Rubin. L’uscita prevista per il 2001 fu posticipata per non ben precisati problemi riguardanti la distribuzione: probabile invece che, in un periodo in cui il rock commerciabile non sembrava avere sbocchi che non fossero la contaminazione con il rap, un album dalla così forte connotazione settantiana venisse visto come prodotto non vendibile; davvero assurdo perché, al contrario di Dopesmoker, opera commercialmente impubblicabile, se c’è un disco che poteva fare il botto in senso di vendite era proprio The Great Divide, di sicuro il più accessibile degli album partoriti da uno dei pionieri dello stoner aveva tutte le caratteristiche per essere un best seller: pezzi coesi, psichedelia eccessiva smussata, la semi ballad e una produzione perfetta che accentua la dinamicità di una band che anche dal vivo aveva una botta assurda (guardate questo video). L’album è facilmente reperibile online e gode di un grosso credito fra gli appassionati, forse un giorno troverà una sua release ufficiale e conseguente tour, se dovesse succedere però è probabile che il chitarrista (il disperso Arthur Seay) ne faccia parte, le vie delle reunion sono infinite…

Nel frattempo siamo ad agosto, se non sapete cosa mettere nell’autoradio mentre andate al campeggio, con The Great Divide non potete sbagliare, forse rimorchiate pure. Un saluto e attenti alle guardie. (Stefano Greco)

PS: bonus relics – i misconosciuti Santoro, side project dei recentemente defunti Natas (che al contrario si legge seitàn) band argentina tra le più apprezzate del genere, un unico omonimo album (People Like You, 2001) che viaggia su citazioni kyussabbathiane dal sapore latino, un’altra piccola gemma che si riascolta sempre con piacere.

9 commenti leave one →
  1. sergente kabukiman permalink
    26 agosto 2012 12:34

    apro metal skunk e vedo la copertina di dopesmoker.infarto istantaneo

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  2. 26 agosto 2012 12:59

    Dopesmoker è tutto, stamattina tornavamo dalle ‘vacanze’ con Dragonaut, le guardie non c’hanno fermato, eppure non passavamo inosservati. Segno della presenza di Satana.

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    • sergente kabukiman permalink
      26 agosto 2012 16:28

      fidati..sentirla dal vivo con matt pike a pochi metri di distanza è sconvolgente,,aveva gli occhi girati tipo undertaker e purtroppo indossava una maglietta..ma rimane il fatto che certa gente ci fa vivere meglio

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