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Musica da camera ardente #9

21 marzo 2013

caveQuando esce un nuovo disco di Nick Cave and The Bad Seeds è sempre bene appizzare le orecchie. Da queste parti ci eravamo abbastanza eccitati al suono sporco e lazzarone dei Grinderman, il progetto di Nicola senza i semi vari, che però già alla seconda prova, almeno per me, erano un pochetto calati. Ad ogni modo quell’atteggiamento fancazzista e l’olezzo di blues-rock avvinazzato riuscì a insinuarsi agilmente nella matrice compositiva dello scorso album, il Lazarus, il quale, con lo standing di un rapinatore dal capello gelatinato, un toscano in bocca, il sorriso piacione e un minaccioso canne mozze sotto al braccio indolente che entra in una banca per lasciare tutti di stucco, era niente meno di un manrovescio in faccia che ti faceva voglia di averne un altro e un altro ancora. La sindrome di Stoccolma. Insomma, talmente fico da perdere i sensi che si può considerarlo, senza esagerare, uno dei migliori schizzi di inchiostro di Cave di sempre. Push the Sky Away invece sta bene in questa rubrica anche perché gli ammiccamenti al suono ambient e darkettone sono tanti.

imagesDetta un po’ brutalmente sembra che, dopo la sbornia di rum & cola, Nick voglia darsi una riassettata, spazzar via la forfora dalle spalline, tirar su le braghe e dare la stretta a una cinghia troppo lenta. È il disco del darsi un contegno. Intanto un bel ‘peccato’ non me lo toglie nessuno perché, sebbene abbia amato Let Love In e abbia amato con Let Love In (non c’è tributo migliore per quel disco) e quindi sia particolarmente affezionato al Cave più intimo e morbido (si dice crooneristico), sono rimasto un po’ di cazzo, come dicono quelli che hanno studiato dai preti, quando Push The Sky Away mi si è rivelato prono sulla maniera di Nocturama e nocturamane sparso (ma non altrettanto palloso), piuttosto che sulla sguaiata cazzimma del Lazzaro. I colori non appaiono dunque così nitidi anzi le sfumature si colgono facilmente, ovvero in Push è come se si avvertisse che qualcosa nel frattempo è intervenuto, che nel mentre qualcuno s’è fatto un’overdose di scopate, per dirla sempre come un seminarista, e sembra si voglia celare uno spirito fracassone che però non si riesce mai a vomitare fuori e che resta, dunque, sostanzialmente inespresso. Non parliamo di un disco uniforme e monotono (pare comunque scritto in hangover) bensì di un lavoro che ha una identità ben lontana dagli orgasmi biblici da predicatore eretico del precedente. Anche se il (mò ci vuole) crooneristico e sudato Cave da jingle-jangle non mi dispiace affatto, ho scoperto di preferire quello che mi prende a pizze in faccia. Ma qui siamo in una camera ardente, diamoci tutti una bella calmata.

Se fosse uno stato d’animo sarebbe la trepidazione. Se fosse una patologia sarebbe la nevrastenia. Se fosse un film sarebbe Inception. Strati sonori su strati sonori. Si parla dei My Bloody Valentine. Che per alcuni è passata realmente una vita dall’ultimo disco. Se a un vero metallaro parli di shoegaze quello di tutta risposta ti rutta in faccia. L’atteggiamento da post-rocker weirdos un po’ depressi che si ‘guardano le scarpe’ in cerca di un significante è pressappoco l’opposto del ‘contegno’ hm. Roba da posers insomma. Per chi se ne fotte di tutto ciò continuo dicendo: questi signori negli anni ’90, che tutti si facevano belli col grunge, prendevano alcune idee di gente come i Jesus & Mary Chain e le ributtavano in terra come fossero un mazzetto di bastoncini da Shangai, dando così vita a un’altra identità sonora, straniante e solo apparentemente disordinata e irrazionale. Ci vuole destrezza e pazienza. Ancora oggi c’è chi si cimenta nel gioco di non far implodere l’edificio instabile e precario ma sono pochi quelli che evitano il crollo. La messa di questo San Valentino di sangue oggidì viene ricelebrata quasi ovunque e nei più disparati ambiti musicali.

images (1)Enigmi acusmatici, feedback e saturazione, campionamenti, echi, riverberi e interferenze, refrain ossessivi, paranoia e psichedelia, distorsioni, entropia, evanescenza e tanta altra bella roba sono tutt’ora una parte degli elementi che compongono la tavola pitagorica sonora dei MBV di Kevin Shields. E MBV è per l’appunto il titolo del terzo e ultimo disco, uscito dopo oltre vent’anni dalla pubblicazione dell’incommensurabile Loveless. È stato pure distribuito on-line all’intrasatta. Il fatto in sé è segno che questa gente ci sta ancora con la testa tutto sommato. Fa strano se poi pensi che, musicalmente parlando, sembra che nulla, o ben poco, sia mutato in questi lunghi anni di ‘onorato disservizio’. Ragionare con la testa di oggi ma suonare con lo spirito di un tempo. Del resto pare che la maggior parte del materiale pubblicato sia stato messo giù proprio ai tempi di Loveless. Per questo e per molti altri motivi che sfiorano la dimensione personale di qualcuno di noi, la mia in questo caso, è pressoché impossibile dare un voto, un giudizio o quantomeno un parere vagamente oggettivo su MBV, forse è anche impossibile farsi un’idea davvero precisa di cosa ci si trovi a sentire. Quello che so è che MBV va ascoltato, as usual, in loop e a volumi smoderati. Prendetevi un giorno di ferie o datevi malati, mettete da parte i libri, chiudete le comunicazioni col prossimo vostro e dedicate quel tempo a MBV. Poi, quando avrete finito, ricominciate d’accapo. Perdita del senso del ‘dove’ e del ‘quando’ assicurata.

Ok, ho sparato le cartucce migliori. Trovare il modo per chiudere la rubrica è stato affare arduo e pernicioso. Dopo due nomi (bla-bla-bla e ancora bla) così importanti chiunque altro avessi interpellato avrebbe rischiato di interpretare l’ovvio ruolo del terzo incomodo. Alla fine -fumata bianca- l’opzione è caduta su The Black Heart Rebellion, mica peracottari. Da non confondersi coi The Black Heart Procession che fanno tutt’altra roba, i componenti dei ‘Rebellion appartengono ad un gruppo di persone –il collettivo multiculturale– che si fa chiamare Church Of Ra. Qualcuno conoscerà gli Amenra che fanno parte della stessa cricca, autori lo scorso anno di un disco, Mass V, da recuperare. Musica per gente con gli occhiali? Direi che è meno banale di così, ma comunque, a prescindere dal modo in cui si pongono e in cui manifestano la loro presenza, non ultimo l’impatto visivo su cui concentrano molti dei loro sforzi, si tratta sicuramente di un modo affascinante di concepire l’espressione musicale. Stefano Greco se li vedrà entrambi al prossimo Roadburn e ci dirà se e quanto sono convincenti dal vivo.

Har+Nevo+the_black_heart_rebellion_har_I richiami alla narrazione biblica sono presentissimi (Har Nevo -secondo disco ad oggi- è il nome ebraico del monte su cui Mosè ebbe la folgorazione del bla-bla-bla e sempre bla) ma si distinguono, a parer mio, per l’aura ben studiata di misticismo frammisto ad elementi dark, folk ed esoterici. I rimandi musicali si attestano sui sempre più citati Neurosis/Isis/Cult Of Luna e compagnia sludge-doomeggiante, ma pure ambient, hc, noise (e chi più ne ha più ne metta), e strizzando l’occhio ad atmosfere e suoni tribali di preparazione ad un sacrificio sull’altare o qualcos’altro di questo tipo. Il substrato cultural-filosofico-religioso-settario (quale che sia) cui fanno riferimento sarà qualcosa che chi vorrà approfondirà da sé. Il tutto è molto nero, sinistro e già molto efficace di primo acchito. A me più di tanto non interessa anche perché mi basta affrontarli in questo modo sia pure superficiale ma sufficiente a lasciarmi affascinare da quel quid di oscuro e vagamente massonico. La troppa conoscenza e il facile accesso ad essa a volte svilisce gli sforzi che uno fa per incuriosire di sé gli altri attraverso il ‘non detto’. Fatum nos iunget. (Charles)

9 commenti leave one →
  1. hnort permalink
    21 marzo 2013 11:27

    Premetto che il nuovo album dei TBHR non l’ho ancora ascoltato, ma il loro precedente (Monologue) è una bomba! Lontano anni luce da Har Nevo però.

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  2. 21 marzo 2013 11:36

    Quei soggetti della chiesa di Ra vanno pure in giro con le magliette AMICITIA FORTIOR, che tipi.

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  3. MorphineChild permalink
    21 marzo 2013 11:39

    ecco qui un po’ di bella roba da ascoltare accanto a mi-pugnalo-nel-cuore Elliott Smith… oggi c’è anche il sole e c’è bisogno di uno sforzo supplementare per stare male…

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