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DEAFHEAVEN – Sunbather (Deathwish, Inc.)

17 settembre 2013

deafheaven20131

A guardarli bene, questi due soggetti sembrano un provocatore neonazista in fissa con il catalogo Cold Meat Industry e un nerd occhialuto che ha trascorso l’adolescenza a stroncarsi di tromboni con Alison degli Slowdive di sottofondo. Il nome dei Deafheaven, complice un battage pubblicitario che neanche il nuovo album dei My Bloody Valentine, sta circolando parecchio in giro, si parla di loro su tutti i maggiori siti d’informazione musicale, metal e non. Da una parte i detrattori, che li accusano di hipsterismo, paraculismo, frociaggine acuta e quant’altro. Dall’altra parte gli accaniti sostenitori, che salutano i nuovi Alcest del momento, i Mogwai del black metal sentimentale, i Converge (!) che non vi aspettavate. Sunbather è il nuovo Souvenirs d’un autre monde. No, anzi, Sunbather è il nuovo Jane Doe (il nuovo Jane Doe?). No, anzi, Sunbather è un lavoro disorganico, noioso e – attenzione – fin troppo standard. Un mare di opinioni in cui è difficile orientarsi con criterio. Come al solito, la verità sta nel mezzo.

deafheave.sunbather.cover

Senza falsi radicalismi, si deve ammettere che le influenze della band di San Francisco sono tanto disparate quanto interessanti: post-rock, shoegaze, ariette scandinave, voce tiratissima e dissonanze math rock, un crocevia di stili che si fondono in maniera apparentemente ingenua. In realtà è tutto studiato alla perfezione: certosina la produzione, memorabili i pezzi, d’effetto le liriche; spesso si parla di amori finiti male, di quanto è brutto essere sfigati, della tipa che non te la dà, insomma, spleen come se piovesse. Dream House apre le porte della sala del trono, gli stilemi classici del black metal da camera dei Wolves In The Throne Room incontrano la dimensione onirica degli Alcest (dal minuto 2:40 in poi è puro plagio creativo), un muro di suono che si interrompe solo con la successiva Irresistible, che di irresistibile ha solo l’inutilità di quelle chitarrine à la Explosions In The Sky. Che poi, voglio dire, il fatto che ci siano le chitarrine malinconiche è già indice del tipo di percorso musicale che si vuole intraprendere. Il problema, semmai, è che chiunque abbia un minimo di tatto musicale si sarà sicuramente reso conto che quello specifico discorso -il post-rock – è ormai vecchio di vent’anni. A proposito di ismi da quattro soldi, postmodernismo è quello che tollero di meno, soprattutto quando se ne parla in relazione alla musica; i Deafheaven ne incarnano appieno lo spirito: anche se i pezzi sono ottimi e restano subito in testa, troppo spesso si perdono in un gioco citazionista fine a sé stesso. Talvolta il citazionismo sfocia nel plagio, e i bersagli preferiti sono i Mogwai di Rock Action e i sopracitati Explosions in the Sky. Nella title-track provano addirittura a rileggere gli Agalloch in un’ottica da centro sociale, il che, come avrete intuito, non ha alcun senso. In realtà, a essere onesti, il vero problema è che un disco metal non dovrebbe in nessun modo compromettersi con una copertina dalle sfumature cromatiche tendenti al rosa. Poi vieni a sapere che la copertina è disegnata da Nick Steinhardt, chitarrista dei Touché Amoré, ed immediatamente ti è subito chiaro cosa e perché.

Sunbather non è un disco metal, è proprio un’altra cosa. I Deafheaven non sono metallari, sono evidentemente un’altra cosa. Il black metal per loro è stata una rivelazione post-adolescenziale, probabilmente hanno scoperto i Darkthrone dopo i vent’anni, quando si erano già formati – musicalmente parlando – a suon di Galaxie 500Sunbather un po’ ci prova a dire qualcosa che non sia già stato detto, ma lo fa nella maniera sbagliata. (Gianni Pini)

10 commenti leave one →
  1. Massimo Stirneri permalink
    17 settembre 2013 11:31

    Il colore rosa della copertina è esattamente l’unico motivo per cui non mi sogno nemmeno di scaricare l’abum per dargli un’ascoltata.

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  2. sergente kabukiman permalink
    17 settembre 2013 15:15

    ahahahahahha touché amoré ahahahahhahahahahahahaha no vabbè nu se po’

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  3. MorphineChild permalink
    17 settembre 2013 21:46

    Il precedente Roads To Judah, magnificato un po’ ovunque sul web, non mi aveva per niente convinto. Questo non l’ho ascoltato, ma se il picco di creatività consiste, come nel disco precedente, nell’estremizzare i vocalizzi in scream fino a renderli ridicolmente parodistici, siam messi bene

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  4. Stiv permalink
    14 marzo 2014 17:05

    a me ha detto una fava

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