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BLOODBATH – Grand Morbid Funeral (Peaceville)

15 dicembre 2014

458406Il concetto di ‘all stars band’ mi repelle in un modo simile alla luce solare per i vampiri: per quanto buone possano essere le intenzioni sottese al progetto non posso impedirmi di pensare che,  sotto al coacervo di musicisti più o meno blasonati che si riuniscono all’esterno delle proprie band madri per creare musica, si nasconda il bieco desiderio di spillare soldi alla gente facendo leva sui nomi in copertina. I Bloodbath iniziarono esattamente così: dalla mente di membri di Katatonia e Opeth (con la supervisione di Dan Swanö), desiderosi di riesumare i vecchi tempi in cui il death metal era niente di più e niente di meno che una passione viscerale ed incondizionata, prima che la maturità (artistica e anagrafica) prendesse piede portando gli uni a cambiare radicalmente pelle e gli altri ad intraprendere un percorso sfociato nella demenza più totale.

L’esordio Breeding Death è quanto di più bello la band abbia prodotto finora; death metal svedese senza fronzoli, diretto e suonato con passione; peccato fosse solo un EP. Con gli anni il progetto è cresciuto fino a diventare qualcosa di più di un semplice divertissement, e probabilmente è proprio qui che casca l’asino. Il penultimo, The Fathomless Mastery, è un buon lavoro tutto sommato, con delle ottime idee al suo interno, rovinate però da una produzione talmente finta e pretenziosa da risultare stucchevole. Se stessimo parlando di una band qualunque diremmo che si sono venduti e forse è l’unico modo di spiegare la parabola negativa intrapresa dai Bloodbath da qualche anno a questa parte. Grand Morbid Funeral sancisce l’uscita di Mikael Åkerfeldt, troppo impegnato a fare lo snob sputando nel piatto dove ha mangiato per vent’anni e cercando di strizzare l’occhio da un lato ai fan del prog e dall’altro a tutti gli indiboi con Sunbather nell’ipod e i poster di Neige in camera, gente che rifiuta il concetto stesso di metal perché non sufficientemente intellettuale e raffinato, in sostanza delle mezze seghe. Fuori Åkerfeldt dicevo, e dentro Nick Holmes, vocalist dei Paradise Lost ed ennesima vittima di quella nostalgia che a quanto pare coglie i musicisti intorno ai 40 anni spingendoli a riscoprire le proprie radici. La notizia di questo cambio mi colse con piacere, ho sempre apprezzato la timbrica di Holmes e in qualche modo ritengo che abbia un’attitudine più adatta al concept dei Bloodbath (perlomeno a quello che in origine ERA il concept dei Bloodbath). Grand Morbid Funeral insomma si presenta così, in scala di grigi, cupo e cazzuto, ma questo ahimè è solo l’artwork perché quando si passa alla musica i nodi vengono al pettine. Riprenderei le parole che usai all’epoca della recensione di Back From Beyond dei Massacre: non è un disco brutto, è inutile. E questo è quanto, pur avendolo ascoltato diverse volte ormai fatico a trovare un qualunque modo per descriverlo perché davvero, non c’è nulla da dire.

Grand Morbid Funeral è un gigantesco agglomerato di ‘niente cosmico’, non c’è una sola idea, un solo spunto, un solo riff degno di essere anche solo vagamente immagazzinato nel vostro cervello. Parlerei di tempi morti ma questo presuppone che ci siano anche dei momenti in cui succede qualcosa e invece no. Non riesco a parlarne troppo male perché faccio fatica anche solo a parlarne, in 15 anni che ascolto metal raramente mi sono trovato davanti a dischi così privi di contenuti. Rimpiango The Fathomless Mastery, sembrava prodotto in una fabbrica di silicone ma almeno qualche appiglio c’era. (Luca Bonetta)

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