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ALCEST – Shelter (Prophecy)

26 aprile 2014

Alcest-Shelter1Sarebbe onesto specificare sin da subito che il nuovo Alcest dà corpo ai peggiori timori che l’evoluzione della band ha comunque da tempo reso legittimi. Non è che Shelter abbia poco a che vedere con i dischi precedenti; semplicemente, da questi riprende tutti gli elementi alieni al metal, e solo quelli. Ecco, Shelter non è un disco metal. Non sarebbe un’evoluzione così inaudita, se non considerassimo che il punto d’arrivo è il dreampop. Ma è proprio il punto d’arrivo il problema; non perché non ci piacciano gli Slowdive, ma perché gli Slowdive sono oggettivamente quanto di più distante ci sia dal nostro mondo. Paragoni con il percorso compiuto da gruppi diversissimi come Opeth o Anathema sono fuori luogo perché i suddetti si ispirano ad altri gruppi, altri generi, altre cose; invece ascoltando Shelter ti sembra strano non solo che l’autore sia transitato nei Peste Noire, anche se per poco; ma ti sembra strano persino che gli Alcest siano mai stati un gruppo metal in primo luogo. Il che potrebbe anche non costituire problema, o perlomeno non quanto il constatare come, di quel mirabile esempio di post-black metal bucolico e fiabesco in punta di piedi che erano i vecchi Alcest, sia rimasta solo un’estetica new age e fricchettona con in sottofondo gli uccellini che cinguettano e i coretti impalpabili NA-NA-NAAAAAAAA per tutto il disco. 

140116-Neige-alcest

Neige, ovvero quando un’immagine vale più di un coming out

Lungi da me mettermi ora a fare il duro e puro, anche perché gli Slowdive sono un mio amore d’adolescenza; ma è davvero un peccato che l’equilibrio su cui si è fondata finora l’intera discografia degli Alcest sia saltato. Anche perché non è che Shelter sia bruttissimo o detestabile (la titletrack ad esempio non è affatto male), ma si perde nel mare magnum di cloni degli Slowdive che prosperano da più di vent’anni a questa parte, senza apportare niente di originale né di particolarmente meritorio alla causa; e di certo non aiuta la partecipazione di Neil Halstead, cantante proprio degli Slowdive, in Away. Neige è stato un pioniere e ora si accontenta di confondersi nell’anonimato: questo è ciò che rimane alla fine dell’ascolto. Non so se questa sarà la forma definitiva degli Alcest, o un significativo passo verso di essa; di sicuro non saranno ricordati per Shelter, quantomeno non da parte nostra che li seguiamo sin dagli esordi. Però ha tutte le carte in regola per diventare il disco più ascoltato nelle comuni hippie, magari l’obiettivo finale era quello. (Roberto ‘Trainspotting’ Bargone)

15 commenti leave one →
  1. Lorenzo permalink
    26 aprile 2014 17:13

    Oddio che disco noioso, delle belle idee presenti su Souvenirs d’un Autre Monde non è rimasto niente

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  2. MorphineChild permalink
    26 aprile 2014 17:19

    completamente d’accordo. non brutto ma insignificante, a parte un paio di zampate che, pur essendo più morbide di quelle di un micino, riescono a restarti in testa (la title track e, per quanto allungata a dismisura, Delivrance). non riesco nemmeno a definirlo una delusione perché in realtà sospettavo si finisse proprio da queste parti
    da passare istantaneamente per le armi il produttore, ovvero il ceffo dei Sigur Ros, che riesce a cancellare completamente basso e grancassa dal mix rendendo il tutto più piatto dell’Adriatico a Ferragosto

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    • MorphineChild permalink
      26 aprile 2014 17:24

      visto l’orientamento di Neige, spero che il suddetto produttore non si sia presentato in studio seguendo il saggio consiglio del capitano Ano (un grosso tappo di cemento in culo) e ne abbia pagato le conseguenze

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  3. hnort permalink
    27 aprile 2014 12:37

    A me Shelter è piaciuto e non poco! Volevo anche porre una questione: che sbocchi potevano prendere gli Alcest dopo Les Voyages De l’Ame e considerando anche i side project di Neige (Amesoeurs, Old Silver Key ecc…)? Questa svolta mi pare la più naturale possibile, anche perché prima di Shelter gli Alcest godevano già di un pubblico molto trasversale ed eterogeneo.

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    • 28 aprile 2014 11:05

      E’ una svolta naturale se diamo per scontato che l’evoluzione debba sempre e necessariamente tradursi in un ammorbidimento del suono, il che non è detto. Il problema, come scrive Roberto, è che questo è un disco che si confonde nella massa laddove, per citare un’altra band staccatasi completamente dal metal, un album degli Anathema è sempre personale e riconoscibile.

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  4. Snaghi permalink
    27 aprile 2014 14:19

    un vero peccato perchè a me i dischi che faceva prima piacevano molto sebbene non fossero proprio il mio genere. ziliani direbbe “talento sprecato”

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  5. Lo so che bruciare chiese non va più di moda da un pezzo, ma... permalink
    27 aprile 2014 19:02

    Considerata la parabola di Alcest (ma anche di gruppi come, ad esempio, sempre in orbita Neige, Lantlos, oppure Svarti Loghin), la mia domanda è: ma perché lo sviluppo deve essere sempre questo? Ma allora il black metal è diventato la vera chiave d’accesso al mercato discografico “alternativo”??? Le comunità hippie stanno conquistando il mondo?

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    • 28 aprile 2014 11:15

      Il black metal è un genere che si presta ad essere approcciato e interpretato da persone e prospettive estranee al settore e che per questo ha finito per attrarre un vastissimo pubblico di estrazione indie o hardcore. Il discorso è lungo e ho provato ad accennarlo qui: https://metalskunk.com/2014/03/31/lunga-vita-alla-nuova-carne-speciale-profound-lore/

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      • ...c'è modo e modo di essere ecosostenibili permalink
        28 aprile 2014 14:33

        Ti ringrazio per la risposta e per il rimando all’articolo sulla Profound Lore (che avevo letto con viva attenzione, dato che anch’io ho amato alla follia White Tomb, e i SubRosa li ho scoperti da pochissimo) e tanto di cappello alle capacità di selezione di questa etichetta! Quello che apprezzo negli Altar of Plagues è che hanno deciso da soli di chiudere il loro ciclo e quindi, forse, qualche contenuto a cui prestare attenzione dovevano pur averlo. E non hanno usato mai copertine luminose per i loro album. Tutta questa luce e i colori pastello associati a un retaggio “black metal” è una cosa che proprio non si può vedere.

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