ALCEST – Les Voyages De L’Âme (Prophecy)

Proviamo a mettere da parte l’attaccamento alle tradizioni. Togliamo pure di mezzo il connaturato fastidio, in noi italiche genti, nei confronti dei cugini franciosi e mandiamo pure in pausa quel po’ di invidia che ancora ci resta verso i vicini di Lutezia quando questi riescono in qualcosa di buono. Detto ciò siamo solo al punto di partenza per dare un giudizio più o meno oggettivo sul terzo capitolo degli Alcest e poter parlare un po’ di musica, di buona musica.  Les Voyages De L’Âme, i viaggi dell’anima. Se l’anima esistesse avrebbe in quella degli Alcest l’ideale colonna sonora del suo ignoto peregrinare. Ma basta con le poeticherie perché il profondersi in ulteriori estatici vaneggiamenti toglierebbe la vera poesia a questa musica ed andrebbe solo ad aumentare il fastidio in coloro che non possono soffrire Neige e la sua band (due cose che sostanzialmente coincidono). Soprattutto a questi ultimi voglio caldamente consigliare di ascoltare Les Voyages De L’Âme e di farsene un giudizio personale non prima però di aver preso in considerazione un paio di argomenti. 

Diciamo subito che piazzare uno scream qua e là non vuol dire fare black metal: negli Alcest manca l’attitudine, l’atteggiamento, le tematiche e tutti gli stilemi musicali principali del genere. L’unico elemento che Neige prende dal BM a piene mani è il genio della potenza evocativa ovvero quella capacità di saper ispirare, attraverso suoni fortemente atmosferici combinati ad arte, immagini di dimensioni alternative a quella reale. Dimensioni di infernali bassezze sataniche ma anche di eterei mondi onirici. E questa è la novità. Un genere che non solo al Male (la tradizione) ma oggi anche al Bene confida i suoi segreti. Una contraddizione di base del cui manifestarsi nessuno avrebbe voluto scientemente essere testimone. Se questa contraddizione non riesce proprio ad andarvi giù avete tutta la mia comprensione, anche se la cosa ideologicamente vi impedisce di andare oltre. Però piuttosto che far voltare la testa inorridita per molti il binomio depressive black – shoegaze ha rappresentato l’imperdibile occasione di aprire le porte del mondo metal in senso stretto ad un nuovo ciclo di fusioni, infusioni ed incursioni di elementi estranei, provenienti da realtà diametralmente opposte. Lo shoegaze, come è già stato giustamente detto, altro non è che l’evoluzione della dark wave degli anni ’80 alleggerita ed ingentilita ma, voglio aggiungere, pur sempre fondamentalmente depressa e confusionaria. È dunque l’alt rock, l’indie, che entra nel metal con prepotenza, mette a fattor comune gli attributi consimili e sintetizza le inconciliabilità apparentemente insanabili con la più grande naturalezza. Le commistioni, oggi che nulla più si riesce ad inventare, sono inevitabili. Se si tratta di una violenza allora siamo in tanti ad essere irrimediabilmente affetti da sindrome di Stoccolma. Nel blackgaze degli Alcest, sia chiaro, non c’è un bel niente di arcano o concettuale da comprendere come non c’è veramente nulla di intellettuale, bisogna ascoltare e basta, ascoltare e lasciarsi andare alle atmosfere ed alle immagini che esse sanno ingenerare. La tradizione non ce la toccherà nessuno perché in fondo il vero black metal è ciò che di più immarcescibile ed immortale vi sia a questo mondo (basta far caso all’inarrestabile numero crescente di uscite discografiche del 2011 che si è imposto con autorevolezza anche e soprattutto per la grande qualità espressa).

Infine va riconosciuto e dato atto a questo gruppo francese di aver dato vita, attraverso una originale mistura alchemica di elementi antichi e più recenti, un nuovo golem musicale che ha ispirato, e sta ispirando continuamente, la nascita di decine e decine di nuove band (ma sono sicuro che il numero è destinato a crescere esponenzialmente). Questo fatto è importantissimo ed imprescindibile per ogni successivo ragionamento: riuscire a spingere attraverso l’esempio persone a fare musica è di per sé un grande merito. Neige non ha fatto altro che comporre un nuovo alfabeto per dare voce a chi non ne aveva o non si riconosceva in nessuno dei preesistenti. Rispetto all’album in sé non ho molto da aggiungere nel senso che gli Alcest con questo terzo capitolo non hanno fatto altro che ripetersi (per fortuna), trovando la giusta mediazione tra i muri sonori del primo Souvenirs d’un Autre Monde e le melodie eteree del secondo Écailles de Lune tirando fuori un lavoro come pochi. Un capolavoro, direi pure, che darà ulteriore linfa a questo stile e modo di fare musica, così come è stato negli ultimi dieci anni di attività di Neige. (Charles)

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