LES DISCRETS – Ariettes Oubliées… (Prophecy)

Una proposta musicale, quella dei Les Discrets, che merita un approfondimento doveroso da parte di chi vuole scrivere di essi, non fosse per la ricerca e lo studio appassionato che sta dietro i loro lavori. Sebbene non si tratti di autarchia, essendo prodotti dalla tedesca Prophecy, i francesi sembrano offrirsi principalmente ad un pubblico nazionale che più facilmente può apprezzarne i rimandi artistici non solo perché i testi delle canzoni sono in lingua madre ma soprattutto, credo, a causa del background culturale di un popolo che negli studi di formazione è molto più vicino ai propri autori per quanto siano di portata europea. Ariettes Oubliées, le canzoni dimenticate, prima dei Les Discrets (e ovviamente stiamo parlando di altri tempi ed altri contesti) fu l’idea di Claude Debussy di musicare l’omonimo ciclo di poesie di Paul Verlaine. In pratica quello che oggi chiameremmo un concept album. Questa ricerca musicale e poetica, come dicevo all’inizio, colloca concettualmente e temporalmente i Les Discrets nell’ottocento decadente e simbolista che sono probabilmente le migliori chiavi interpretative per apprezzarne al massimo la proposta. Che siate o meno ben disposti verso la poesia (mi ritrovo nella seconda categoria ed è un limite che so di non poter superare, per quanto ami Rimbaud) non conta perché per i simbolisti essa ha in sé i poteri del veggente di comprendere le verità più oscure e può esprimersi non solo con la parola ma soprattutto attraverso la musica. E qui finisce il mio personale, per quanto elementare, approfondimento e non me ne vogliate ma lo ritenevo necessario. Volendo ora tornare al disco sappiate che uno o due ascolti sicuramente non bastano a coglierne tutte le sfumature. A coloro che hanno voglia di approfondire basti sapere invece che Ariettes Oubliées… supera la prova più grande, quella ovvero di lasciarsi alle spalle il paragone con gli Alcest, unica eccezione nel brano Ariettes Oubliees I: Je Devine a Travers Un Murmure… a conferma della regola. Anche se il mondo fatato e fanciullesco che propongono gli Alcest non ha poco da spartire con le tinte oscure dei Les Discrets, onestamente è impossibile non nominarli, essendo come più volte ribadito gli apripista di un modo innovativo e diverso di concepire e fare musica, come del resto è impossibile non fare confronti. Il mastermind dei Les Discrets, Fursy Teyssier, ha un’attivissima vita artistica come il suo amico Neige, ma che va anche al di là delle sette note. Come ricorderete tra i suoi disegni vi sono pregevoli quadri d’arte – non saprei definirli altrimenti – tra i quali la copertina e le altre pitture racchiuse nel booklet di AO che evocano bene quel senso di spleen e stati d’animo insondabili. La musica ne segue il fil rouge, o forse meglio il fil noir: l’incedere dei brani è lento ed opprimente, ma non angosciante e nemmeno pessimista, e induce a riascoltare nuovamente tutto il disco anche perché solo a fatica, almeno per chi scrive, si imprime nella memoria (a parte qualche colpo da maestro ben assestato come in Le Mouvement Perpétuel, la migliore prova di grandezza di tutto l’album). Questo non essere così immediato potrebbe anche rappresentare un fine voluto ma, nonostante il titolo dell’album, propenderei per un’ipotesi contraria partendo dall’assunto che chiunque componga musica lo faccia per essere ricordato in saecula saeculorum. Tutto ciò comunque conferisce al disco un che di serioso. Forse la parola più esatta è importante. Che sia un bene o un male, lo giudicherete voi, i momenti aggressivi sono sempre più sparuti, a parte le fugaci accelerazioni “post-metal” che servono al solo scopo di stabilire un ponte fra una fase drammatica e l’altra. Dal mio punto di vista una proposta di nicchia (il cui ascolto integrale in streaming è possibile qui sotto e gentilmente offerto dalla casa madre) ma anche una significativa conferma delle qualità di un gruppo che avevo già largamente apprezzato col precedente Septembre et Ses Dernières Pensées. (Charles)

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