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Taccuino del Netherlands Deathfest. Giorno I

20 marzo 2017

Foto di Paul Verhagen

Il Roadburn era stato un’esperienza tutto sommato rilassante, con abbastanza tempi morti per gironzolare, cazzeggiare, tirare il fiato. Il Netherlands Deathfest, che si svolge il mese prima nella stessa struttura, è una guerra. Vorresti vedere quasi tutti i gruppi e sbatti come una pallina del flipper dal main stage al palco secondario e poi all’esterno, nel Patronato. Dal punto di vista fisico, è stato il festival più estenuante della mia vita e lo dico da persona, diciamo, allenata. Se pure Bonetta, che ha otto anni meno di me, a fine serata era devastato e se ci siamo visti la maggior parte dei concerti seduti, per quanto ciò possa sembrare poco Manowar, c’è stato un motivo. Ho comprensione per i tizi avvistati a pippare nei bagni, sono sicuro sia gente reduce dall’edizione precedente che di solito non ha il vizio ma a questo giro aveva pensato fosse un additivo necessario, come la marijuana al Roadburn. La domenica, per fare un esempio, erano concentrati in un’ora e mezza su tre palchi diversi Cancer, Convulse, Vastum e Demolition Hammer. Che fai? Ti vedi venti minuti di tutto e in quell’arco di tempo ti fai rampe e rampe di scale sempre di corsa, fumi sigarette sotto la pioggia battente perché, se avevo sbagliato aeroporto, figuratevi se mi ero ricordato di portarmi un giaccone col cappuccio. E in tutto questo devi pur trovare il tempo per un hot dog all’eternit, una birra e un salto agli innumerevoli banchi dei dischi e delle magliette, che ti facevano venire voglia di chiedere un mutuo apposta. Non ero mai tornato da un festival con le vesciche ai piedi. Il primo giorno parte leggero, che arriviamo in loco alle sei del pomeriggio.

BRODEQUIN

Al secondo pezzo abbiamo deciso che tutto il death metal preesistente, se non tutta la produzione musicale del Novecento, era null’altro che funzionale ex post all’incisione di Instruments of Torture, che il miglior disco della storia del cosiddetto slam quantomeno lo è. Quello che in studio sembra monolitico e confuso (e tuttavia sublime), dal vivo è di una precisione assassina. Concerto perfetto. Ci compriamo tutti e due la maglietta, rapiti da un inesorabile afflato di fanatismo. Quanto hanno spaccato i Brodequin diventerà il principale argomento di conversazione della trasferta. L’ultimo giorno ad Amsterdam, nelle ore morte prima dell’aereo, siamo andati al museo degli strumenti di tortura in loro onore. Siamo rimasti rammaricati perché, tra una culla di Giuda e una vergine di Norimberga, una brodequin non c’era. Dovremmo organizzare una raccolta di fondi per donargliene una.

DISCHARGE

Senza di loro una discreta parte dei gruppi nel cartellone non esisterebbero o, quantomeno, sarebbero diversi. Non c’è più Cal Morris da quasi quindici anni e vabbuò. Però i classici sono quelli ed è comunque il delirio; in centinaia li cantiamo invasati. Stiamo una mezz’ora scarsa e poi ci spostiamo. Lo ribadisco: ho visto pochissimi concerti interi, forse solo Impaled Nazarene e Triptykon.

GORGASM

Forse un filino sotto l’allucinante performance dei Brodequin ma tra i migliori gruppi del primo giorno. Del resto, se hai una tecnica pazzesca, sei uno dei tre o quattro migliori gruppi di brutal death classico venuti fuori dagli Usa negli anni duemila e puoi pescare da album come l’ultimo Destined To Violate, è difficile sbagliare.

REPULSION

Semplicemente perfetti. I suoni sono irragionevolmente giusti, chiudi gli occhi e sei nell’89. Scott Carlson ricorda, come al Roadburn, l’episodio sul primo pezzo della band scritto nella stanza di Chuck Schuldiner mentre lui era a lavoro da Taco Bell.

TERRORIZER

Pete Sandoval fa un soundcheck di mezz’ora che incasinerà la scaletta del main stage per tutta la serata ma non sbaglia un colpo. Trey Azagthoth, mo’ che ti sei ripreso Tucker, riprenditi pure lui. È l’unico della formazione originale. Che diamine, Pete, pure tu potevi riuscire almeno a convincere David Vincent, che mo’ sta a spasso. Però alla chitarra c’è Lee Harrison dei Monstrosity. Suonano tutto World Downfall, uno dei proverbiali dischi che mi porterei su un’isola deserta, quindi, anche se è una cover band con il batterista originale e due tizi dei Monstrosity, è difficile non perdere la brocca su Corporation pull-in e Dead shall rise.

MARTYRDÖD

Condivido la delusione del Bonetta ma, per me, non c’entra il genere; è proprio che i pezzi degli ultimi album, List in testa, non reggono il confronto con un In Extremis, che dieci e passa anni fa aveva spedito i Martyrdöd nell’olimpo del crust/d-beat alla svedese insieme ai vari Wolfbrigade e Skitsystem. Dopo un po’, ci approssimiamo ai Bloodbath senza troppa fiducia. Come ci sbagliavamo.

BLOODBATH

Sarà perché non me li sono mai filati troppo, probabilmente a torto, ma i Bloodbath sono stati la sorpresa personale del festival. Riescono a far funzionare benissimo anche i pezzi dell’ultimo, non proprio esaltante, Grand Morbid Funeral. Nick Holmes, intabarrato in una palandrana che gli arriva alle caviglie, ha l’aria di divertirsi un mondo. Quando chiudono con Eaten, rimane a tutti il rammarico che non si siano potuti esibire per due ore.

2 commenti leave one →
  1. blackwolf permalink
    20 marzo 2017 11:20

    basta la foto dello stand magliette/ciddì per far morire d’invidia i non partecipanti… dev’essere davvero il paradiso in terra… quando la vita me lo permetterà, un salto a questi megafestival in terra d’Olanda, devo farmelo per forza… davvero… mannaggia alla diocesi!!!!

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  2. sergente kabukiman permalink
    22 marzo 2017 21:44

    i repulsion sono la perfezione

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