Avere vent’anni: IMPALED NAZARENE – Latex Cult

Latex Cult

Latex Cult fu una sorpresa un po’ per tutti e l’accoglienza all’uscita, me lo ricordo, fu tiepidina. Solo due anni prima c’era stato Suomi Finland Perkele, che presentava il black deviato dei finlandesi in un formato più accessibile (ossia lievemente meno caotico e sbracato rispetto ai loro standard) in cui le classiche sfuriate convivevano in qualche maniera con parti quasi epiche e inaspettati svarioni motorheadiani, classico esempio di roba che sulla carta non dovrebbe funzionare, e invece. Raccattò un bel po’ di consensi, salvo essere quasi subito ripudiato dalla band stessa che lo definì, senza girarci troppo attorno, una merda (chi c’era ricorderà sicuramente le surreali dichiarazioni di Mika Luttinen sul Metal Shock cartaceo, roba che meriterebbe un posto a sé nella storia della comicità italiana tra il monologo di Manuel Fantoni e l’intervista a Mariano Giusti). Poi niente, passarono due anni, venne cacciato via a calci in culo il batterista storico Kimmo Luttinen (additato come principale colpevole dell’ammorbidimento sonoro di Suomi…), arrivò Latex Cult e fu una sorpresa, appunto, perché nonostante la band avesse annunciato a più riprese un ritorno a sonorità più grezze e brutali, nessuno si aspettava davvero un qualcosa del genere.

Gli Impaled Nazarene non erano mai stati un gruppo black metal canonico e Latex Cult, più che un ritorno alle origini, è piuttosto il loro disco meno canonico di sempre, in cui il black è solo un’influenza fra tante. Basta un’occhiata alla scaletta del singolo Motörpenis per capire da dove nasce il tutto. Tagliati via anche quei pochi sprazzi di melodia che emergevano sul disco precedente, quel che rimane suona come una pecorina sotto speed con una prostituta chiattona col santino di Lemmy tatuato su una chiappa e quello dei Terveet Kadet sull’altra. Per il resto non manca niente: il demonio, le capre, la morte violenta, l’alcool, il sesso e le pippe – insomma tutte le cose importanti della vita, cantate in mezz’ora scarsa di trucidume a oltranza, perfettamente in linea con la politica di satanismo etilista portata avanti da casa Osmose in quegli anni. All’epoca i miei gusti andavano altrove e snobbavo per principio qualsiasi cosa in odore di punk, per cui non me lo filai molto (salvo rivalutarlo a posteriori anni dopo), né posso dire di esserci emotivamente troppo attaccato; a ripensarci ora la colonna sonora dei miei momenti più sfascioni (che è poi la funzione primaria della musica degli Impaled Nazarene) resta semmai Suomi… in tandem col successivo Rapture. Però avercene oggi di dischi così. (Andrea Bertuzzi)

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