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AVERE VENT’ANNI: agosto 1997

31 agosto 2017

LORD BELIAL – Enter The Moonlight Gate

Ciccio Russo: Kiss The Goat aveva il suo perché. Il caprone in copertina era tecnicamente un muflone e ciò non mancava di suscitare lazzi in piazzetta a Cagliari. Il primo brano si chiamava pure Hymn of the Ancient Misanthropic Spirit of the Forest, uno dei migliori titoli da generatore automatico della storia. I Lord Belial iniziarono però a raccogliere un minimo di attenzione critica e commerciale solo col successivo Enter The Moonlight Gate. Continuo a preferire il primo, più grezzo e beheritiano, c’era una vena di follia allucinata che sopperiva alla non eccelsa ispirazione complessiva. Questa vena in Enter The Moonlight Gate si perde un po’ ma c’è una coscienza dei propri mezzi che in Kiss The Goat mancava. Guizzi come gli stacchi acustici della splendida Path With Endless Horizons e l’uso personalissimo delle tastiere e della voce femminile, che irrompono all’improvviso nei frangenti più sparati, fanno ancora sussultare. Confesso di aver totalmente smesso di seguirli dopo questo disco e, recuperatolo, non ne capisco il motivo. Si sarebbero sciolti nel 2009, dopo altri sei lp. Provarono a riunirsi nel 2015 ma la cosa non andò in porto dissero, per “problemi di salute e mancanza di motivazione”.

Trainspotting: Riascoltando Enter the Moonlight Gate capisco quanto siamo stati fortunati a vivere quel periodo: era molto bello, non un capolavoro, ma di sicuro dischi così ormai non escono più. E ne uscivano tanti, a fine anni novanta, di questo livello. È per questo che si confuse nel mare magnum di uscite discografiche, in cui i monumenti sonori che svettavano sugli altri facevano in modo che album del genere passassero in secondo piano. Black melodico svedese purissimo, con almeno due/tre pezzi indimenticabili (Lamia, la titletrack e la meravigliosa Path with Endless Horizon). Niente di più, niente di meno: non era The Somberlain, non era manco Vittra, ma rimane comunque un album da conoscere a tutti i costi, se vi piace il genere.

DISMEMBER – Death Metal

Luca Bonetta: Dire che Death Metal è il mio disco preferito dei Dismember sarebbe riduttivo, in realtà è anche uno dei miei dischi preferiti in assoluto, e lo dico con tutta la tranquillità del mondo. Persino il blasonatissimo (ed invero stupendo) debutto della band svedese non mi ha stregato fino a questi livelli. Questo disco ha tutto ciò che ho sempre potuto desiderare in un album death: i riff, la melodia al posto giusto, gli schiaffoni in faccia, assolutamente TUTTO. Death Metal è il manifesto di un intero sottogenere musicale, ne canonizza gli stilemi, l’attitudine e lo stile. Suona esagerato, me ne rendo conto; ma ad oggi, anno di grazia 2017, posso contare sulle dita di una mano monca i dischi post-2000 che sono riusciti a colpirmi anche solo la metà di questo lavoro. Death Metal è il punto più alto dei Dismember, uno zenith che non riusciranno più ad eguagliare, pur sfornando altri dischi validissimi prima dello split e lasciando dietro di sé il ricordo di una band che ha avuto il merito di insegnare al mondo intero di cosa sono capaci cinque ragazzi pieni di passione ed idee. Viva il death metal, viva la Svezia.

OASIS – Be Here Now

TrainspottingPer parlare di Morning Glory ho versato lacrime e sangue; per Be Here Now ho idea che me la caverò molto più velocemente. Fu una delusione, una delle prime della mia vita da appassionato di musica, tanto più cocente perché non è che facesse schifo, eh, ma era un disco piuttosto normale che riportava i fratelli Gallagher sulla terraferma dopo che i precedenti due album me li avevano fatti proiettare sull’Olimpo non solo da un punto di vista musicale ma anche personale. I Gallagher erano tutto ciò che noi adolescenti intimamente nichilisti volevamo essere, le uniche rockstar possibili per noi nati nell’epoca del grunge e il cui personale Santo Graal era un devastante cocktail chiamato resuscitamorti sorbito nell’austero contesto di un pub sul lungomare di Brindisi.

I Gallagher bevevano, fumavano, ruttavano, spaccavano le chitarre in testa a chi gli stava sul cazzo e per qualche congiunzione astrale erano riusciti a diventare famosissimi con la loro musica adatta come sottofondo di una rissa in qualche squallido pub della provincia inglese più fetente. Be Here Now invece aveva il singolo d’apertura moscio (D’You Know What I Mean), qualche ballatona che piaceva anche alle nostre compagne non rockettare – orrore e raccapriccio, riempitivi insulsi e più in generale non riusciva mai a spingere anche nei momenti più riusciti, come My Big Mouth oppure I Hope, I Think, I Know. Be Here Now faceva diventare gli Oasis un gruppo normale; e fu un bello scontro frontale con la realtà. Non ho mai smesso di stimare davvero Noel (musicalmente e personalmente), ma per quanto riguarda Liam questa è stata la pietra tombale.

PANTERA – Official Live: 101 Proof

Il Messicano: I Pantera sono probabilmente uno dei gruppi più importanti per quelli della mia generazione. Per molti di noi hanno rappresentato una sorta di ingresso nel mondo dell’”estremo”, diciamo così. Troppo duri per i fighettini e troppo puliti per gli amanti del metal estremo: erano il gruppo perfetto per cominciare a “transitare” dagli Iron Maiden a death/black/grind e via discorrendo. Con il tempo, per forza di condizioni, li abbandoni gradualmente per tanti motivi: perché scopri altro, perché li hai ascoltati talmente tanto che ad un certo punto ti tornano su come la peperonata, ecc., ecc., però di certo non li dimentichi, nonostante la loro figura, giustamente, ai tuoi occhi venga ridimensionata. Personalmente ho sempre apprezzato una loro peculiarità: l’attitudine ignorante come la merda, nonostante – attenzione – fossero un gruppo sotto major che vendeva ai tempi d’oro MILIONI di dischi. Ricordo come fosse ieri, ad esempio, che rimasi di sasso quando, ai tempi di Reinventing the Steel, me li vidi spuntare nella top ten italiana di quella trasmissione pseudo-musicale del sabato pomeriggio presentata da quella cavallona della Casalegno. Official Live: 101 Proof da giovincello l’ho ascoltato fino allo sfinimento. Sono sincero: non lo risento da oltre dieci anni. E’ strano: non saprei nemmeno dire se sia un buon live o una cacata immonda. So solo che ai tempi mi piaceva. I Pantera sono come una vecchia fidanzatina: aveva tantissimi difetti, rompeva il cazzo ed era una mezza squilibrata, ma in base ai tuoi ricordi di ragazzino faceva dei gran bocchini (che poi magari in realtà non erano di chissà che livello) e quindi la archivi in automatico nei ricordi piacevoli e vaffanculo. L’unica cosa che mi impressiona davvero di questo live è che siano già passati vent’anni dalla sua uscita. Un tizio, più o meno in tema, scrisse questo:

Il tempo è gratis ma è senza prezzo.
Non puoi possederlo ma puoi usarlo.
Non puoi conservarlo ma puoi spenderlo.
Una volta che l’hai perso non puoi più averlo indietro.

E aveva ragione. I Pantera hanno fatto la finaccia che tutti conosciamo e noi siamo invecchiati, pur rimanendo sempre for ever stronger than all.

LEGENDA – Autumnal

Ciccio Russo:Suomi Finland Perkele è una merda”, andava asserendo Mika Luttinen nelle interviste promozionali di Latex Cult. Nel frattempo c’era stata la traumatica separazione dal fratello Kimmo, allora batterista, con il quale aveva fondato gli Impaled Nazarene e che, dopo Ugra-Karma, aveva spinto per una svolta più melodica, mentre Mika propendeva per il violentissimo black’n’roll motorheadiano che è ancor oggi la cifra stilistica dei finlandesi. Il risultato fu un disco suggestivo ma scombinato come è appunto Suomi Finland Perkele, per quanto svariati fan (io no) lo considerino un capolavoro. Quanto fossero profonde le divergenze tra i due fratelli lo dimostrò il progetto che, dopo il divorzio, Kimmo fondò, occupandosi della voce e di tutti gli strumenti tranne il basso, affidato a tale Niko Karppinen, un tizio che passava di lì il cui picco di carriera fu fare il turnista dei Sentenced dal vivo per qualche mese. Autumnal all’epoca fu accolto da buone recensioni. Io lo accantonai dopo pochi ascolti e non l’ho più rispolverato fino a oggi. I Legenda suonavano una sorta di gothic/black depressivo con le tastiere e tutti quei tic del metallo finlandio che oggi sono stati codificati ma all’epoca, quando la Finlandia era ancora poco più che provincia dell’Impero del Male, posti in modo così spudorato, suscitavano ancora una certa curiosità. La curiosità resta il principale motivo per il quale un recupero distratto ad Autumnal lo si può concedere. Ci sono pezzi, come la title-track, dove l’approccio ritmico rimanda più all’elettronica che al rock, anticipando certe intuizioni di gruppi molto più tardi come gli Omnium Gatherum. Il duo incise un altro album l’anno dopo e si sciolse. Avremmo rivisto Kimmo in giro poco dopo con i The Black League, fondati insieme a un altro ex ImpNaz: il bassista dei Sentenced Taneli Jarva.

JAG PANZER – The Fourth Judgement

Cesare Carrozzi: L’unico e solo motivo per il quale comprai questo album all’epoca fu che ci suona sopra Joey Tafolla, per il quale ho sempre nutrito un certo affetto (rigorosamente etero). Penso d’averlo ascoltato forse due volte al massimo in vent’anni. Ma anche meno. Io non riesco a capacitarmi che esista gente a cui i Jag Panzer piacciono, mannaggia la puttana. Che mondo infelice. Di base Harry Conklin (il cantante) è sgraziato da morire, i pezzi – tranne qualcosina tipo Shadow Thief – lassa perde proprio, metal americano al peggio. Eppure hanno un certo seguito, immagino per l’evidente passione che ci mettono, se non soprattutto per il culo di essere usciti con Ample Destruction nel 1984 (epoca d’oro per ‘sta roba). Non certo per chissà quali meriti artistici o boh (Tafolla a parte).

BIOHAZARD – No Holds Barred

Il Messicano: Un inutilissimo live dei Biohazard. Non c’è veramente un cazzo da dire su ‘sta roba. Nessuno voleva parlarne (giustamente) e allora l’ho fatto io. Chi non li conosce si spari i primi tre album e vada tranquillo. Arrivederci.

FOREST OF SOULS – Contes et légendes d’Efeandayl

Ciccio Russo: Unico full di una formazione transalpina che, invece di copiare i norvegesi, aveva colto la filosofia identitaria del black metal, un po’ come da noi gli Inchiuvatu, però senza scacciapensieri. Quindi parlavano delle foreste francesi, delle antiche leggende francesi eccetera. Come era giusto che fosse. Dopo questo Contes et légendes d’Efeandayl i membri della band non faranno nulla di rilevante altrove. In seguito, a nome Forest of Souls, Metal Archives riporta solo un ep del ’99 e una demo del 2003, si suppone un tentativo di reunion finito male. Una delle tante schegge impazzite del metal estremo anni ’90 che, se ci incappavi per caso, potevano pure diventare il tuo nuovo gruppo feticcio. L’idea di base era buona. Mischiare il black metal con il doom alla Saint Vitus, voce compresa (sentitevi Deliverance), concedendosi qualche svarione folk e sperimentazioni quasi new wave, bizzarrie che allora si stava cominciando a chiamare “avantgarde black metal”, intuizioni alle quali i gruppi post-black fighetti di oggi sono arrivati quasi vent’anni dopo. Necroculto vero.

8 commenti leave one →
  1. blackwolf permalink
    31 agosto 2017 18:19

    Death metal dei Dismember è una bomba. Roba che appena parte comincia a salirti un’overdose di adrenalina e senti il bisogno di distruggere tutto, fare a pugni con un grizzly, scalare una montagna e partecipare a un pogo violento di 10000 persone, tutto nei prossimi dieci minuti. Pezzi con un tiro pazzesco e come ha detto Luca c’è tutto, ma proprio tutto dentro. Una cosa immensa. Violento, ma ti prende bene come non mai e mi mette sempre di buon umore.
    Nel live dei Pantera secondo me Anselmo comincia ad avere un po’ una voce di merda, su alcuni pezzi. Però rimane un live dei Pantera. E’ vero, sono cresciuto e non li ascolto tanto come anni fa, ma l’effetto è sempre lo stesso. Una delle mie 2-3 band che se sento qualcuno parlarne male, diventa un pretesto per riempirlo di insulti, fino a farlo vergognare di essere nato. La gente deve parlare bene dei Pantera o giù schiaffi. Una delle band migliori per rilasciare il neandertaliano che vive in te.
    Come dice il Messicano, For ever stronger than all.

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  2. Nicolas permalink
    31 agosto 2017 20:39

    La recensione degli Oasis è una cosa messa lì nel senso di uno scherzo tipo “trova l’intruso e vinci una notte di passione con il caporedattore di MS”? Ah, no… ce n’è pure un’altra….. e sono pure serie… … maledetto algoritmo contro l’odio! L’hanno messo già in azione!

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  3. fredrik permalink
    31 agosto 2017 23:09

    Death metal è anche il mio preferito dei Dismember, ho preso -anche- il cd shaped e il singolo trendkiller tanto per completismo compulsivo. E’ vero che c’è tutto, velocità, rimandi maideniani, suono spaccaossa, è la summa di tutto quello che mi piace del metal.
    Lord Belial… anche qui ottimo disco, quasi alla pari con il primo. Vanno recuperati, senza se e senza, compreso l’EP purify sweden, stracensurato perchè pare sia comunemente accettato ricoprire di insulti il cristaccio, ma cantare di una moschea da usare come carbonella per la grigliata suina non vada bene…

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  4. 1 settembre 2017 09:01

    E “Somewhere Out In Space” dei Gamma Ray? 😐

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  5. Fanta permalink
    1 settembre 2017 12:56

    Dei Lord Belial si tende, in effetti, a ricordare solo questo album. Fredrik dice bene: vanno assolutamente recuperati, revisionati e rivalutati anche per ciò che hanno prodotto in seguito. Tralasciando Angelgrinder, album stilisticamente confuso, ci sono chicche come Unholy crusade (che ha l’unica pecca di presentare una copertina imbarazzante), Nocturnal Beast e The Black Curse. Quest’ultimo ha dei suoni di batteria di una plasticosità che manco in un parco acquatico per bambini, però i pezzi sono tutti splendidi. Molto molto bello anche l’unico full dei Death Tyrant, progetto di uno dei fratelli/cugini Backelin di qualche anno fa.
    Sui Dismember che dire…anche per me Death Metal è una meraviglia.

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  6. weareblind permalink
    4 settembre 2017 19:37

    Oasis? Pantera, Messicano sempre ragione hai.

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