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Avere vent’anni: IRON MAIDEN – The X Factor

22 ottobre 2015

Questa è stata la mia prima recensione. Non su internet, ovviamente, e neanche sulla carta stampata; l’ho scritta su un quadernone a caso, senza nessun motivo, perché non l’avevo comprato da molto, The X Factor,  eppure lo stavo già consumando, ed era come se sentissi il bisogno di sfogare tutta l’esaltazione e le farfalle nello stomaco; così, non sapendo suonare, né avendo nessuno che potesse comprendermi, ho preso un quadernone e ho scritto. Lo ascoltavo tendenzialmente di notte, e questa abitudine mi è rimasta. In quel periodo ero in viaggio-studio in Inghilterra e dormivo a casa di una famiglia di questo paesino perso tra lo squallore suburbano della profonda provincia di Manchester. I componenti di questa famiglia si sforzavano di essere gentili con me e il mio amico, ma a me sembravano parecchi passi indietro nel processo evolutivo, o alternativamente una degenerazione abominevole della società postindustriale. Mangiavano sempre schifezze sul divano e le uniche volte che la signora si sforzava a cucinare uscivano cose barbare e incivili tipo il pollo con la crosta di miele o la pasta con la marmellata. Era tutto molto sporco e unto, in bagno c’era la moquette per terra e la gente in città non faceva altro che bere, fare a botte e giocare a calcio. Alcuni miei compagni di corso una sera furono circondati e picchiati per strada così, solo perché italiani, venti contro cinque, con zigomi rotti, denti saltati, orbite fratturate, ambulanze a sirene spiegate, cose del genere. Non è stato un bell’impatto con gli inglesi in generale. Insomma era in questo contesto che ascoltavo The X Factor fino alla nausea finché un giorno presi un quadernone e ne scrissi una recensione. Non ricordo esattamente cosa scrissi, magari ce l’ho ancora stipata da qualche parte, ma di sicuro accennavo al fatto che mentre sentivo The Aftermath in cuffia, di notte, scattavo sempre col pugno verso il cielo quando Blaze gridava I’m just a soldier. Se la ritrovo la posto nei commenti.

The X Factor è un disco cupo, notturno, crepuscolare, e rimane un unicum nella storia dei Maiden, sia per fattori stilistici sia per essere l’unico vero capolavoro del post-Seventh Son; un album mai più replicato, anche se potevano avvertirsi i primi prodromi già nel tono sommesso di No Prayer for the Dying e Fear of the Dark. E del resto anche la scelta di Blaze Bayley, il fattore x, è stata dettata dalla stessa logica: incupire il suono, esplorare la parte oscura dei Maiden, con una presa di distanze anche grafica rispetto agli spandex colorati e alle copertine barocche degli anni ’80. Purtroppo i fan reagiranno male, e Steve Harris è uno che dà molto peso a queste cose: per cui immediatamente dopo ci sarà un brusco dietrofront col più vivace Virtual XI e l’infame reunion con Dickinson e Smith, che porrà la pietra tombale sulle velleità creative della band condannandola a diventare la continua replica di sé stessa.

All’epoca di The X Factor invece ci credevano ancora sul serio. O quantomeno: Steve Harris ci credeva ancora sul serio. Così come The Number of the Beast fu un netto cambio di rotta rispetto ai dischi con Di’ Anno, The X Factor doveva, nelle intenzioni, inaugurare per la band una nuova era cucita addosso alle caratteristiche del nuovo cantante. Il fallimento dell’esperimento non dipese dal disco in sé, ma da alcune scelte sbagliate di Steve Harris di cui il disco è figlio. Innanzitutto non si può non partire dalla stessa scelta di Janick Gers qualche anno prima: un chitarrista confusionario, autore di assoli spesso orridi, e soprattutto un compositore non all’altezza. Nel momento in cui è uscito Adrian Smith ed è entrato Janick Gers i Maiden sono, da un punto di vista creativo, morti. E così per la cronaca, anche se qui non c’entra, corollario di questo sbaglio è stato un altro sbaglio: tenersi Janick Gers anche dopo la reunion. Poi la produzione: The X Factor è il primo disco completamente prodotto da Steve Harris, e si sente; certo il successivo Virtual XI suonerà addirittura molto peggio, roba da demo di qualche gruppo stoner della Camilluccia, ma il vero peccato capitale sta nell’aver rovinato questo disco con un suono piatto e poco profondo, dimesso anche quando non serve, e che non spinge nei momenti in cui dovrebbe spingere. E no, Man on the Edge non fa testo, essendo un singolo a cui sicuramente avrà messo mano qualcun altro. La terza scelta sbagliata è Blaze Bayley stesso. Ci tengo a specificare che a me è sempre piaciuto il povero piccolo Blaze, non riuscirei a immaginare The X Factor cantato da nessun altro e il personaggio peraltro mi ha sempre fatto molta simpatia, ma, se dovessi essere del tutto franco, a posteriori, se fossi Steve Harris, non l’avrei preso nella band. Certo, una volta presolo sarei andato fino in fondo nella mia decisione, e non mi sarei fatto ricattare dagli altri membri del gruppo per cacciarlo via, ma sono sicuro che anche Steve Harris ogni tanto pensa che se potesse tornare indietro non lo prenderebbe.

Però insomma, alla fine scelse Blaze Bayley. E lui lo ripagò interpretando The X Factor col suo timbro basso, roco, e con una manciata di canzoni ammantate da un desolante spleen proletario: una su tutte 2 AM, uno squarcio della squallida vita solitaria di un ingranaggio della macchina, quasi al livello degli inglesi da cui stavo io. Però l’intera esperienza di Blaze dietro al microfono degli Iron Maiden si può riassumere con Sign of the Cross, il capolavoro che non ti aspetti, una composizione di undici minuti in larga parte strumentale che raccoglie l’eredità dei precedenti pezzi lunghi dei Maiden rivisitandone lo spirito in un modo mai praticato prima. È forse proprio Sign of the Cross il manifesto programmatico del nuovo corso dei Maiden, che però nacque e morì con questo disco. In Sign of the Cross c’è forse la migliore prestazione di Nicko McBrain di sempre, insieme a Where Eagles Dare; e tutta la seconda metà del pezzo, quella strumentale, è strutturata come un crescendo in cui le chitarre e la tastiera si intrecciano, e l’atmosfera claustrofobica si apre pian piano e cede il passo alle accordature aperte, alle chitarre gemelle, a tutto quel tripudio di rifferama e madonne di cui i Maiden erano capaci ai tempi d’oro e che Sign of the Cross riporta meravigliosamente alla mente. Il pezzo è firmato dal solo Steve Harris, chiaramente. L’opener è il picco, ma nel resto del disco si trovano cose pregiate: il singolo Man on the Edge, una meravigliosa cafonata poco in linea col resto dell’album ma dotata di un ottimo testo a firma Blaze Bayley che riprende più o meno il tema di quel film con Michael Douglas che impazzisce nel traffico, sbrocca e inizia a prendere a fucilate la gente; vedete come il sentire proletario di Blaze ritorna sempre? Poi Lord of the Flies, la più classicamente maideniana, a cui la produzione toglie tantissimo in potenza e incisività ma che quel SAINTS AND SINNERS riesce sempre a fartelo cantare col pugno verso il cielo. Poi The Edge of Darkness, Fortunes of War, Judgement of Heaven, eccetera. Avete capito.

Purtroppo l’impazienza feroce dei fan stroncherà sul nascere le aspirazioni di Steve Harris, che già dal successivo Virtual XI farà una frettolosa marcia indietro lasciando l’eredità di The X Factor alla sola Virus, l’inedito contenuto nel greatest hits del ‘96, una canzone talmente nonsense da essere irresistibile. Ne hanno fatto pure un video, irresistibile anch’esso. Questo album è l’ultimo alito di vita degli Iron Maiden: dopo di esso si rassegneranno ad interpretare sé stessi, anche se a volte, come in Brave New World, gli riuscirà particolarmente bene. Ma negli ultimi venticinque anni è The X Factor il solo a essere degno di stare al fianco dei classici dei Maiden sullo scaffale.

28 commenti leave one →
  1. 22 ottobre 2015 14:26

    Ho sempre trovato X Factor un disco bello e molto particolare, con il suo punto di forza proprio nella voce cupa di Blaze Bailey. Nonostante ci siano alcuni pezzi (non pochi, a dire il vero) che non mi fanno propriamente impazzire, l’album si giostra bene nel suo provare a staccarsi da un sound e da una composizione ormai consolidati, con una buona dose di rischio nel provare effettivamente delle nuove soluzioni, andando a mettere seriamente in discussione il lavoro di quasi vent’anni.
    In questi pezzi, ma anche nel successivo, e di gran lunga peggiore, Virtual XI, a mio avviso si trovano tutti gli elementi che, sviluppati, andranno a infarcire le canzoni della reunion: gli arpeggi basso-chitarra, le strutture dilatate all’infinito e così via. Solo che qui, proprio per il loro essere ancora in uno stato semi embrionale, non “stuccano”, come invece succede nei successivi. Brave New World QUASI escluso, ma probabilmente perchè eravamo tutti impegnati a farci le seghette perchè era rientrato Dickinson piuttosto che per una oggettiva valutazione qualitativa. Infatti a risentirlo ora anche da qui tendo a salvare pochi pezzi, e a pensare che sarebbe un discone se ogni pezzo durasse un terzo.

    e quale sarebbe quindi questo fattore X che ha causato una così vistosa retromarcia? io direi il soldo. Diciamo che già gli anni 90 non mi pare siano stati il periodo più luminoso dei Maiden. Se poi aggiungiamo, come detto, una brusca virata verso lidi sonori estremamente diversi a quelli a cui la band ci aveva abituato, ed un cantante che, pur facendo un’ottima figura sui pezzi che gli sono stati cuciti addosso, si trova in sede live a stuprare pezzi ormai impressi a fuoco nelle orecchie del pubblico (stupro tanto ovvio quanto prevedibile nel momento in cui si scelgono cantanti con due registro vocale che hanno assolutamente niente in comune tra loro) abbiamo un calo drastico delle vendite, che siano di dischi o di concerti o di merchandising o di qualsiasi altra cosa. Credete che gli altri Maiden abbiamo dato l’ultimatum a Harris perchè con Blaze si sentivano limitati nella loro creatività? O perchè avrebbero dovuto rivedere lo stile di vita al quale si erano ormai abituati?

    Purtroppo Harris ha dimostrato, in quell’occasione, di non avere le palle. E ce ne ha dato conferma tenendosi quel catafalco di Janick Gers per quindici anni and counting. Murray lo salviamo perchè fa gli assoli in legato che ci piacciono tanto anche se in quarant’anni ha limitato il suo apporto creativo a qualche riff e al pezzo “Carlotta la Mignotta”, il che dovrebbe dire parecchio del personaggio in questione. Smith lo salviamo perchè, cazzo, è Adrian Smith, fa degli assoli della madonna, scrive dei pezzi della Madonna e sta praticamente tenendo in piedi la macchina IronMaiden Inc. da solo insieme al multitasker Bruce Dickinson.
    Ma Gers? forse perchè in caso si rompesse il pupazzone di Eddie possono utilizzare lui.

    Lunga vita a Blaze, del quale ho un’opinione altissima, soprattutto dopo che dividemmo per quaranta minuti un divano al Wacken, sul quale smanacciava alla grande la sua “manager” e a intervalli regolari mi guardava e mi faceva l’occhiolino mugugnando “Eh? Eh? Eh?”.

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  2. Cattivone permalink
    22 ottobre 2015 14:45

    Un paio di anni fa ebbi il piacere di vedere Blaze Bailey dal vivo al Machete Fest in provincia di Savona; alternava il palco con Paul Di’Anno mentre una cover band degli Iron Maiden (i Children of the damned) suonava i pezzi. Fu un bel concerto, al termine del quale riuscii a bere una birra con Blaze ed a farmi fare un autografo, sia la mia impressione che quella degli organizzatori fu che si trattasse di una persona estremamente cortese e disponibile.
    Sul disco concordo appieno riguardo quel senso di “occasione sprecata”, vista l’impossibilita’ di replicare i fast del passato sarebbe stato meglio seguire una nuova strada con Blaze, cambiare un po’ la proposta musicale ed andare in una nuova direzione, un po’ come successe quando cambiarono da Di’Anno a Dickinson.

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  3. 22 ottobre 2015 17:12

    Lo coprò un mio amico con cui suonavamo, suonavamo nel suo garage e ce ‘aveva su in cameretta. Alla fine delle prova salimmo su a sentirlo ed ero carico come una scimmia a molla. Play e ……..gneeeeeeeeee dieci minuti di monaci tibetani e poi parapoonziponzipò the sign of the crò.
    Sentimenti contrastanti. Ma tanta voglia di virarlo in positivo.
    La copertina poi…dio mio
    A ripensarci ora un disco coraggiosissimo, prodotto col sedere, e forse si, ultimo alito di vita dei maiden

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  4. 22 ottobre 2015 18:06

    …Il mio errore fu di errare
    e non ero un eroe
    ma sono vivo
    e sono qui…

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  5. weareblind permalink
    22 ottobre 2015 21:38

    Purtroppo faceva schifo. E lo fa ancora. Anche se avete ragionissima sul tentativo di fare una forte virata, tentativo coraggioso.

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    • 22 ottobre 2015 22:52

      dai qualche pezzo si salva però (tipo 3-4)
      È bello ritrovarti qui :D

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      • weareblind permalink
        23 ottobre 2015 07:51

        Ahhahah ciao Fomentor, sono qui da un anno circa. Sono molto concorde con quanto hai scritto, solo che io salvo solo Man on the edge e Sign of the cross.

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  6. bonzo1979 permalink
    22 ottobre 2015 21:59

    anche a me piace molto… produzione a parte. disco coraggioso, unicum nella discografia dei maiden… basta il ritornello di judgement of heaven per mangiarsi le linee vocali di mezzo ultimo album

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  7. 23 ottobre 2015 12:50

    A me quest’album l’avevano dipinto come la peggio merda dei Maiden. I miei compagni di scuola ne parlavano malissimo, così come l’internet e alcuni libri (tipo quelli che hanno dentro 10.000 recensioni di dischi a caso, due righe e le stelline come voto). Invece mi ha colpito sin da subito per quanto fosse “tetro” rispetto ai loro standard. Ha i suoi difetti (certi pezzi non pompano come dovrebbero, sembra quasi che i Maiden avessero raggiunto i settant’anni), però sicuramente è il migliore degli anni ’90. No Prayer for the Dying, quello lì si che è l’abisso dei Maiden.

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  8. sergente kabukiman permalink
    23 ottobre 2015 12:51

    personalmente lo considero un capolavoro mancato, ottimo nelle intenzioni, alcune canzoni bellissime e blaze spacca il culo ma in generale è azzoppato da dei suoni atroci ( due chitarre di cui se ne sente si e no mezza), un paio di canzoni che girano un po’ a vuoto e lo stesso blaze castrato da tonalità mai usate, una band un po’ più intelligente avrebbe usato chitarre ribassate tanto per dirne una. che poi uno dei b-side del disco si chiama judgement day e paradossalmente è meglio di alcune canzoni effettivamente finite su disco. davvero un peccato, ed è un peccato ancora più grande il fatto che i maiden non abbiano avuto il coraggio di proseguire la strada intrapresa.

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    • sergente kabukiman permalink
      23 ottobre 2015 13:13

      ah dimenticavo, mi dispiace andare contro bargone ma non condivido il giudizio su Gers, ottimo chitarrista e ottimo compositore, ma qui si tratta di gusti personali ovviamente.

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      • 23 ottobre 2015 14:48

        se ti capita guarda questo video sul youtube com/watch?v=ewyJT-claSo
        Nota la pulizia del suono e la nonchalance con cui interpreta un pezzo che suona ad ogni data dei maiden da 25 anni
        il riff di fear of the dark swingato mi mancava :)

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      • sergente kabukiman permalink
        24 ottobre 2015 15:08

        ecco, ti sembrerò un paraculo ma in effetti l’unica cosa che critico a Gers e che mi sono dimenticato di scrivere è l’eccessiva sporcizia del tocco.

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  9. Luca permalink
    23 ottobre 2015 13:50

    cazzo, il 90% degli inglesi sono proprio come li descrivi tu, soprattutto quelli di provincia.

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  10. 23 ottobre 2015 23:35

    E niente, le recensioni/dissertazioni di Roberto sono una delle ragioni per cui seguo questo blog.
    Ancora una volta, sei stato superlativo

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  11. SaturnaliaLuna permalink
    24 ottobre 2015 10:46

    Premettendo che adoro questo album, anche con riserva, mi permetto di aggiungere un piccolo tassello alla visione d’insieme del periodo Bayley.
    Per i fan fu molto difficile accettare un buon cantante come Blaze, anche perché Dickinson e Smith continuavano a sfornare album validissimi nel frattempo.
    Successivi a The X Factor, quello è vero, ma ricordo i commenti di molte persone che ormai seguivano solo la carriera solista di Dickinson, perché lì riuscivano a rintracciare il trademark maideniano che sentivano di aver perso col nuovo corso dei Maiden stessi.
    Peccato, questo poteva essere il primo album di un buon percorso!

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  12. Paolo permalink
    24 ottobre 2015 19:47

    Recensione impeccabile e condivisibile sotto ogni profilo. Applausi.

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  13. rain chaos permalink
    25 ottobre 2015 21:58

    Recensione impeccabile ma condivisibile per un ca##o, disco sufficiente/discreto, spompo come un 90enne senza viagra, le scoregge che escono dal culo di Bruce devastano tutte le canzoni di questo disco e della cacata di piccione che fu il successivo…quindi non diciamo cagate, grazie a Dio è tornato Bruce e ha messo fine a sta cagata di album, al successivo e alle performance dal vivo terrificanti del periodo…ridicoli, forse Harris aveva le orecchie piene di merda quando l’ha scelto, boh…w book of souls tutta la vita

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