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Come è profondo il mare: DAGON – Back to the Sea

21 febbraio 2018

Come ogni persona nata sulla costa e abituata ad addormentarsi con il rumore della risacca, ho con il mare un rapporto religioso. Anche per questo a dieci anni mi appassionai così tanto a Lovecraft, esorcizzando la mesta presa di coscienza che – non essendo mai stato troppo portato per le materie scientifiche – non sarei mai diventato un biologo marino come sognavo da bimbo (ok, era il piano B qualora non fossi diventato un famoso paleontologo). Se il tuo senso del sacro è smosso da quell’infinita distesa d’acqua salata, perché non ritenere plausibile che al di sotto vi languiscano divinità dimenticate in attesa del risveglio? Un intimo legame che mi porta ad avere un debole per tutti i gruppi che trattino argomenti marittimi, che siano pirateschi (Alestorm), zoologici (Giant Squid) o quant’altro. Non potevo quindi non avvicinarmi con fiducia a una band che si chiama Dagon come il dio-pesce del pantheon lovecraftiano, definisce la propria musica “Ocean Metal”, quando non”Nautical metal” (attenzione), e scrive testi i cui argomenti spaziano dalla battaglia di Lepanto alle consuete gesta di corsari a caccia di tesori nascosti.

Di Lansing, Michigan, al terzo full, i Dagon nascono dalle ceneri dei Bestiary, gruppo deathcore cristiano autore di un paio di album nel 2001 e nel 2003. Un passato che si riaffaccia in pezzi come The Dog of the Sea, tra breakdown di prammatica e citazioni dei Dark Tranquillity (anche la timbrica vocale di Randall Ladiski si rifà spesso a quella di Mikael Stanne).  Le influenze dei Dagon vanno però ben oltre il solito death svedese rimasticato e guardano alla gloriosa tradizione power a stelle e strisce, quando non al thrash tout-court (l’acchiapponissima Fortune Favors the Bold). Il risultato è un dischetto variegato e imprevedibile, in grado di piacere anche ai nostalgici che si farebbero estrarre un dente del giudizio senza anestesia piuttosto che ascoltare un qualsiasi lavoro degli In Flames successivo a Colony.

La title-track, posta in apertura, è una bomba. Parte con un riff da epic metal anni ’80 che, per sound e attitudine, avrebbe potuto essere scritto dagli Hammerfall e prosegue la corsa su riff priestiani sostenuti da una sezione ritmica solida e ficcante. Grasso ed espressivo lo screaming; belli gli assoli, forse un po’ troppo pompati nel mixaggio ma zeppi di ottimi spunti melodici. Pezzi come la successiva A Feast of Flesh for Silent Death ci riportano sui binari di un thrash/death più canonico (mi sono venuti in mente qua e là i God Dethroned) ma suonano sempre freschi e coinvolgenti per quanto, sulla carta, si tratti di roba sentita mille volte. I Dagon una loro personalità ce l’hanno, e riescono a mantenere alta la tensione anche nei momenti più ambiziosi, come i sette minuti e mezzo di The Battle of Lepanto, il cui afflato epico è degno dell’occasione. Pure gli episodi più banali (il mid-tempo fracassone Walk the Plank) fanno la loro figura, grazie a un impeto e una cazzimma che rimangono immutati per un’ora e otto minuti.

A fare la differenza con le centinaia di pessimi gruppi deathcore Usa che ci hanno ammorbato negli ultimi anni è che i Dagon non si limitano a tentare di scimmiottare col pilota automatico una sensibilità che non è loro: più che copiare i gruppi svedesi, si rifanno alla loro stessa matrice (cioè, ehm, gli Iron Maiden), con commoventi svarioni passatisti, come gli acuti di Ocean Metal II, innestati su un impianto sonoro che resta quello di un gruppo americano degli anni ’10. Unico neo la durata un po’ eccessiva. Nondimeno, non ricordo di essermi annoiato nemmeno per un momento. (Ciccio Russo)

11 commenti leave one →
  1. vito permalink
    21 febbraio 2018 13:38

    sti tizi sanno suonare ! il pezzo postato si fa ascoltare.

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  2. Cure_Eclipse permalink
    21 febbraio 2018 14:06

    A proposito di gruppi marinari, spero sempre che parliate un po’ di più dei The Ocean! Qui sul blog ho trovato solo un paio di articoletti (report di un concerto e mini rece di “Anthropocentric”), ma quest’anno escono l’edizione anniversario di “Precambrian” e il nuovo “Phanerozoic”…mi auguro almeno una recensione ;)

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  3. 21 febbraio 2018 14:48

    Bella la canzone del video.
    E per tenere con noi anche i nostalgici, https://www.youtube.com/watch?v=GhFMMiTmHb4

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  4. Fanta permalink
    21 febbraio 2018 14:50

    E gli Ahab? Ne avete scritto qualcosa in passato, en passant sul terzo disco (Charles) e a proposito di qualche live…Loro sono moooolto marittimi, ma più sul versante masiniano (Ci vorrebbe il mare…), concettualmente, che non su quello “bucaniere”. Recuperate ” The divinity of oceans” se apprezzate il doom/death evocativo e claustrofobico. Vado controcorrente ma per me resta il loro apice creativo assoluto.

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    • 21 febbraio 2018 15:03

      Il primo mi piace moltissimo poi col tempo, almeno per me, sono andati troppo ad appiattirsi sul post-hardcore rallentato che ora fanno un po’ tutti. L’ultimo non mi ha davvero detto nulla.

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      • Charles permalink
        21 febbraio 2018 15:50

        concordo con l’amico negro sardo

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      • 21 febbraio 2018 18:16

        esatto. Call of the Wretched Sea capolavoro, Divinity idem, quelli dopo boh na mezza rottura di palle

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  5. rabe permalink
    21 febbraio 2018 23:08

    Gli Amon Amarth dell riviera

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  6. ignis permalink
    22 febbraio 2018 08:38

    Grande Ciccio! Anche io volevo fare il paleontologo… Consiglio la lettura di William Hope Hodgson, ‘precursore’ e ‘maestro’ del Maestro Lovecraft.

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    • 25 febbraio 2018 02:09

      Lo conosco benissimo e lo adoro, peraltro il titolo dell’ultimo dei succitati Ahab è preso da un suo racconto.

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Trackbacks

  1. Frattaglie in saldo #35: focacce coi ciccioli | Metal Skunk

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