DARK TRANQUILLITY – Atoma

dark-tranquillity-atomaI Dark Tranquillity erano ormai condannati ad essere un gruppo superfluo: non brutto, né fastidioso: superfluo. Uno di quei gruppi di sottofondo che neanche notavi più nello scorrere la scaletta dei festival, e di sicuro non uno per cui ti saresti mosso per un concerto da headliner. L’ultimo loro disco che ho davvero amato è stato Haven, del 2000, che nell’essere un compendio di sé stessi può essere da un certo punto di vista considerato il migliore – anche per il fatto di essere all killer no filler, caso pressoché unico nella loro discografia. Dopo Haven, una china di autoreferenzialità e accademia in un’inevitabile serie di dischi simili, immobili, trascurabili, superflui, quello successivo sempre un pochino peggio di quello prima, con il nadir raggiunto con l’incomprensibile We Are The Void, del 2010, un terrificante pastrocchio dagli intenti modernisti o giù di lì, sinceramente indegno di stare sullo scaffale vicino financo ai dischi peggiori dei Dark Tranquillity. L’album seguente, Construct, non credo di averlo mai ascoltato, e se l’ho fatto non ne ricordo una nota.

Quindi non so perché mi è venuta la curiosità di ascoltare Atoma. Di sicuro avevo le aspettative più basse di quelle che avevo quando ho iniziato a guardare Dragon Ball Super. Tenere le aspettative basse è sempre utile: male che vada, ti fai una risata e ritorni a fare quello che stavi facendo (questo lo dico anche perché stanno iniziando a trasmettere DBS in Italia: aspettative basse, fratelli del vero metal, ricordate le mie parole). E invece è finita che Atoma è fisso in macchina da non ricordo neanche più quanto tempo. È un disco fresco, in cui c’è passione, sincerità, voglia di scrivere belle canzoni senza forzature; e la cosa prende incredibilmente bene, sia a noi che a loro.

Concettualmente si potrebbe definire un secondo Projector, o meglio: se adesso pensassero di suonare un disco tipo Projector, con lo stesso spirito, lo stesso approccio alla materia, gli verrebbe fuori Atoma. Il succitato We Are The Void, per assurdo, era molto più projectoriano in senso formale: lento, elettronico, incentrato sulle melodie di voce pulita, con forti influenze new wave; ma, molto semplicemente, gli era venuto malissimo. Forse era un passo più lungo della gamba che aveva corrotto l’essenza della band; qui invece riescono a plasmare il proprio stile dolcemente, senza stravolgerlo. Peraltro le due bonus track giapponesi, la prima carina e la seconda molto meno, riprendono proprio lo stile di WATV; ma, prudentemente, sono state espunte dall’edizione principale dell’album. 

"ce piaciono li polli, l'abbacchi e le galline..."

“ce piaciono li polli, l’abbacchi e le galline…”

Atoma ci restituisce i migliori Dark Tranquillity dai tempi di Haven, dunque. Meglio anche di Damage Done del 2002, che era un bel disco, ma più bombastico, più da stadio, più da ascoltare saltando con la birra in mano, laddove questo è più intimo. E non finirò mai di specificare quanto ciò fosse impensabile, ma dopo tantissimi anni mi è ritornata voglia di sentire i Dark Tranquillity dal vivo; perché voglio sentire queste canzoni, ho la curiosità di vedere come le ripropongono, voglio cantarle sotto al palco in mezzo al casino. Di colpo, e speriamo non solo per questo disco, i DT hanno nuovamente senso di esistere.

Ci sono chiaramente delle canzoni più deboli, è fisiologico; non si parla di canzoni brutte in senso assoluto, ma di canzoni deboli alla Dark Tranquillity, quindi un scritte con la mano sinistra, po’ tirate via; niente che però faccia venire voglia di skippare avanti. I punti di forza sono decisamente nelle cinque iniziali, nell’ultimo singolo The Pitiless e nell’ultima, forse la migliore, Caves and Embers.

E poi Mikael Stanne, che sembra non invecchiare mai, soltanto ingrassare: la sua voce però risente del passare degli anni, si è parecchio arrochita, rendendo il disco ancora più affascinante perché lo umanizza, facendoti pensare che vent’anni fa questa stessa voce cantava Punish My Heaven e ora siete invecchiati insieme, senza trucchi e senza inganni, com’è giusto che sia, e senza forzature da postproduzione per darti l’illusione che non sia cambiato nulla. Ah, e per completare il quadretto c’è anche il debutto di Anders Iwers al basso, giusto per rinsaldare l’antico legame con gli In Flames. (barg)

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