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L’ultimo dei Tribulation è già in playlist

7 febbraio 2018

Dopo che lo ebbi recensito, The Children Of The Night rimase nel mio stereo abbastanza da farmi domandare se non lo avessi trattato con troppa sufficienza. Il potenziale immenso che scaturiva dai suoi solchi sembrava ancora inesploso. I Tribulation continuavano a cazzeggiare troppo, a mettere troppa carne al fuoco senza cucinare quasi mai nulla a puntino. Avevo intravisto le avvisaglie di una possibile evoluzione negli esperimenti gothic death di Strange gateways beckon e The Motherhood Of God. E, toh, è proprio questa la strada intrapresa in Down Below, che segna ancora una volta un salto radicale rispetto al disco precedente ma ritrova un’unità stilistica e una coerenza interna che mancava dai tempi di The Horror.

Gli svedesi hanno cambiato completamente genere in quattro full e meno di dieci anni come i loro conterranei più irrequieti degli anni ’90. The Horror, 2009, era death metal svedese all’antica, inserito in un filone revivalistico che in quel periodo stava prendendo piede. Oggi hanno ripreso un discorso che era rimasto in sospeso alla fine dello scorso millennio: suonare metallo gotico con un’impronta estrema ma trovando un amalgama vero, senza le fusioni a freddo o le conversioni sballate a culti non propri che avevano reso infelici, quando non grottesche, certe sperimentazioni dell’epoca. Hanno cambiato batterista: ora c’è il tizio dei Deathstars (è sempre giusto ricordare che nei Deathstars suona il fratello di Jon Nodtveit) che dà alle dinamiche un’impronta più new wave, sorreggendo chitarre che prediligono note lunghe e quei giri melodici svedesi sulle scale minori stupidissimi che già dopo il primo ascolto non riesci a toglierti dalla testa. Come quello che apre Nightbound, potenziale hit che come singolo avrebbe funzionato pure meglio della prescelta Lady Death. Per non parlare della splendida The Lament.

Il cantato rimane sporco ma lo screaming è più modulato e costruisce linee vocali che cercano il ritornello, rafforzano la componente ruffiana e darkettona senza cedere alla tentazione della voce pulita. Su Lacrimosa si sente che c’è un tizio dei Deathstars. The World ti fa per un attimo respirare gli effluvi dolciastri dei fumogeni delle discoteche gotiche di bassa lega che frequentavi per cercare di rimorchiare. In Here Be Dragons (dove si concedono qualche svarione opethiano in un album altrimenti compatto e curatissimo in ogni dettaglio, con arrangiamenti di fino e una produzione azzeccatissima) ho sentito gli Hypocrisy. Altrove i Dark Tranquillity, quelli tardi, ma – si sa – i Dark Tranquillity c’entrano sempre. Ciò solo per dare un’idea: i Tribulation sono tutto fuorché una band derivativa.

Down Below non è un capolavoro ma, se fossi un quindicenne di oggi, potrei uscirci pazzo come io all’epoca per, che so, i Sentenced. E non mi ricordo quando è stata l’ultima volta che ho pensato questo di un gruppo formatosi negli ultimi dieci anni. (Ciccio Russo)

9 commenti leave one →
  1. 7 febbraio 2018 11:18

    Bella rece, Ciccio.

    Sto disco, come dici tu, non è un capolavoro (anche perché è giusto non chiamare i bei dischi ‘capolavori’, in un’epoca in cui su qualunque testata vai a leggere trovi voti altissimi su lavori di questa caratura e recensioni che urlano tutte KAPOLAVORO111!!ONE).
    Ma c’è un sacco di ciccia alla quale attaccarsi: c’è groove, c’è tecnica, ci sono QUEI riff alla Led Zeppelin/Maiden, ci sono QUELLE tonalità che ti trascinano automaticamente in una fumeria d’oppio dove incontrarti con Edgar Allan Poe in mezzo alla nebbia e all’assenzio di scarsa qualità. Nightbound hittona (anche io mi chiedo perché non abbiano scelto quella come singolo), non vedo l’ora di mettere le mani sulla versione in vinile.

    P.S. Hai messo su la copertina di Lady Death, quella dell’album è questa ;)

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  2. vito lomonaco permalink
    7 febbraio 2018 11:37

    great metal song come direbbero quelli bravi ! ma sei sicuro che nelle balere gotiche si rimorchiava ? io e il mio pene di medie dimensioni siamo sempre andati in bianco,troppo sulle loro le goticone e dopo un po anche sulle mie,quindi bisognava sloggiare verso le tamarre sboccate dei discopubs !

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  3. Stefano Vitali permalink
    7 febbraio 2018 12:34

    non un capolavoro, ma un disco intenso, un po’ come il rosso e nero della (splendida) copertina. già in vena darkettosa dalla scoperta dei Confrontational (da lì Sardegna! dategli un ascolto che meritano!), ho apprezzato.

    inciso finale: suonare il metallo goticone senza risultare indigeribilmente tamarri non è per niente facile. chapeau.

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  4. Fanta permalink
    7 febbraio 2018 16:55

    Non sono goticoni nel senso classico del termine, cioè non hanno nessuna influenza che arrivi direttamente dal gothic metal. Prendono spunto dal post-punk orrorifico alla Misfits, dal death-rock dei Christian death e dalla dark-wave inglese. Il tutto filtrato e appesantito dalla classica matrice del blackened death metal svedese. Gli In Solitude di “Sister” avevano fatto una cosa del genere ma partendo dall’heavy classico. Sto disco mi piace molto, però meno di quello precedente che aveva dalla sua l’effetto sorpresa.

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  5. ignis permalink
    7 febbraio 2018 17:11

    Cosa ne pensate del loro secondo album? A mio parere, si tratta del loro capolavoro.

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    • 7 febbraio 2018 18:06

      A me i dischi dei Tribulation piacciono tutti però secondo me il migliore è questo qua; ‘The Formulas of Death’ è affascinante perché imprevedibile, incasinato e pieno di spunti apparentemente inconciliabili ma preferisco ‘Down Below’ perché è più maturo e compiuto, ha una sua identità.

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      • ignis permalink
        7 febbraio 2018 18:16

        Io preferisco il secondo, ma anche questo è stupendo. Ottima recensione, caro Ciccio! Anche dal vivo i Tribulation sono spettacolari: band molto coinvolgente.

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Trackbacks

  1. Hic sunt dracones: TRIBULATION – Down Below | Metal Skunk

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