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Hic sunt dracones: TRIBULATION – Down Below

8 febbraio 2018

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Gli unici album dei Tribulation che ho ascoltato al momento della loro uscita sono gli ultimi tre. Ciò che li accomuna è che ad un primo impatto mi hanno lasciato piuttosto indifferente. Ma poi sono dovuto tornarci sopra, sempre.

Non vorrei mettermi nei panni di un loro fan, dato che ogni uscita dai tempi di The Horror consiste in un punto di rottura – più o meno netto – con il passato recente. Però se The Formulas Of Death proprio non te lo potevi immaginare, il loro nuovo capitolo è qualcosa che si poteva benissimo leggere fra le righe in quel The Children Of The Night che tre anni fa fece gridare al miracolo molti, dividere l’opinione dei più, e incazzare non poca gente. A me il precedente album piace, ma mi soffermo sempre sulle stesse canzoni e lo trovo un pochino incompleto, a cavallo fra passato e futuro, e un tantino eterogeneo per i miei gusti. Ci voleva un po’ più di identità, a costo di assumere l’immagine più ruffiana che la mente di un metallaro potesse sopportare. Così arriva Down Below e mi dà la stessa sensazione dei Children Of Bodom quando ruppero definitivamente con il metal estremo, uscendo fuori con un disco dichiaratamente power metal come Follow The Reaper. Sul momento non mi piacque neanche un po’, ma sapevo che era molto bello e che da quel venditore astuto ed antipatico, alla fine, avrei di sicuro comprato l’automobile. Per intenderci, se la band di Alexi Laiho aveva nascosto il tema principale di Hatebreeder dietro a una manciata di blastbeat e un approccio velatamente estremo, due anni dopo si è potuto tranquillamente parlare di outing. E così il discorso vale per gli svedesi.

Tornando ai tempi d’oggi e ad altri possibili metri di paragone, i Tribulation mi ricordano non poco il comportamento dei Ghost e dei Leprous: i primi hanno reso più appetibile che potevano il metal tradizionale; Einar Solberg e compagni hanno invece alleggerito il prog metal corposo, indigesto e oscuro di CoalThe Congregation, ed ascoltando Malina mi sento di dire – senza gridare al miracolo – che la cura ha pure funzionato. I Tribulation fanno la stessa identica cosa, ora che titoli come Zombie Holocaust sembrano lontani un secolo e che l’effetto sbronza ricevuto dall’avere abbandonato all’istante il death svedese feroce ma per nulla da debuttanti di The Horror, sembra rimasto alle spalle. Veniamo dunque a Down Below. E’ perfetto così, e si afferma come l’album in cui i Tribulation l’hanno definitivamente fatta finita col transitorio, rivelandosi per ciò che si era ampiamente intuito tre anni fa. Sebbene si continui a parlare di death svedese così come di gothic metal, vanno fatte alcune precisazioni. Innanzitutto quanto resta del bagaglio estremo della band, è ormai ridotto al solo Johannes Andersson la cui voce non ha subito particolari trasformazioni rispetto a ciò che era presente in The Children Of The Night. Quello che ascoltiamo qua sopra è un riffing la cui base è in buona percentuale di stampo classico, cosa che a suo tempo si potè dire anche degli In Flames. Sono i suoni, in passato già ottimi, ad aver subito la principale rivoluzione: Down Below gode di una produzione ai limiti del radiofonico in cui la batteria non picchia, ma crea soltanto un morbido tappeto per le dirompenti, onnipresenti e ispirate linee melodiche operate dai due chitarristi. E questi ultimi, qua sopra, sono proprio in stato di grazia.

Trovo in Down Below un’attitudine fortemente ottantiana, anche se ciò si scontra con l’eruzione inarrestabile di melodie chitarristiche di cui ho accennato poco fa, un fattore più ricollegabile al decennio successivo ed alla sua scena europea. Se Melanchonia è il pezzo di The Children Of The Night che ammiccava ad orizzonti aperti più al rock che al metal, il fattore inverso nonché uno dei pochissimi punti di ricongiungimento alle radici estreme dei Tribulation, oggi è probabilmente una traccia come Lacrimosa. Non c’è alcun segno residuo della velocità degli esordi, ma non faticherete a riconoscerne i tratti sebbene la canzone, che è di per sé ottima, abbia un forte dinamismo. Pure Here Be Dragons è di alto livello e rievoca una certa epicità tipica di alcune cose passate, puntando tutto sull’espressività vocale e su di una lunga, riuscita coda strumentale. Ma il meglio è probabilmente il resto, perché riesce a sorprenderti al costo di andare a parare dalle parti di episodi metallici ma altamente ruffiani come Lady Death, ed altri dalla indubbia vena darkeggiante – in tal proposito gli arpeggi in sottofondo a Nightbound e le sue schitarrate aperte mi hanno ricordato non poco il gothic rock di trenta, trentacinque anni fa. Le linee melodiche che aprono The World potrebbero tranquillamente stare dentro War degli U2, ma ciò non significa assolutamente che qua si trovino fuori contesto. I Tribulation di oggi ti spiazzano facilmente, ma è difficile chiudere un occhio dopo aver ascoltato cose come Subterranea e tutto quanto il resto.

Tematiche estreme in una veste per tutti, ma ancora corredata da forti tinte orrorifiche. Questa è la ricetta con cui i Tribulation – alla fine – si sono liberati del passato: ciò scontenterà molti ma è innegabile che davanti a un gruppo così non si possa non constatarne la forte personalità. Fermo restando che tecnicamente non hanno inventato nulla di nuovo, ma a questo punto il concetto rischia di diventare applicabile a tutte le nuove correnti che nascevano nei novanta di mezzo, e il discorso da affrontare un tantino lungo. Riassumendo, oggi di gente che si prende qualche responsabilità senza necessariamente andare sul sicuro, ne abbiano davvero troppo bisogno. Ben venga Down Below allora, che non sarà un capolavoro, un nuovo punto di partenza né un mero esercizio di stile, ma funziona e lo fa anche piuttosto bene. (Marco Belardi)

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