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LEPROUS – Malina

15 novembre 2017

Fra il 2008 e il 2012 ho attraversato un periodo buio in cui la voce di Lars echeggiava forte nella mia testa. Non mi ordinò di distruggere il genere dal suo interno, ma il consiglio datomi fu comunque quello di prendermi una piccola pausa da Motorhead e affini, e insidiare grossi esemplari di carpa nelle acque fluviali fiorentine. Ho dato retta all’ex tennista danese solo in parte, senza variare grossolanamente gli ascolti ma di fatto perdendomi una discreta fetta di nuove uscite. Immaginatevi di risvegliarvi – come in Demolition Man – in un futuro distopico popolato da alcuni gruppi che effettivamente non conoscevate, e che fra questi ci siano i Leprous. Il primo dubbioso pensiero al cospetto di Tall Poppy Sindrome riguardò la particolarissima voce di Einar Solberg, e col successivo Bilateral constatai che avevano in pratica tirato fuori un mezzo capolavoro. Non so cosa gli sia successo poi. Probabilmente avevano anche bisogno di assestare la line-up, ma la svolta “oscura” data da Coal e in minore maniera dal recente The Congregation mi hanno annoiato a morte come pochi altri album contemporanei sono stati in grado di fare (Pallbearer?).

La Inside Out è una etichetta che seguo da una vita. Il loro scouting, oltre che nel prog metal in generale, ha sempre avuto un occhio puntato su chi proponeva una musica non strettamente tecnica, ma considerabile d’avanguardia, senza però concedersi particolari incursioni oltre un certo livello di estremismo (negli stessi Nightingale c’era Dan Swano, ma a suonare tutt’altro). Ed è fuori da ogni dubbio che con i Leprous ci abbiano visto lungo, ma, arrivati a The Congregation, occorreva fare qualcosa per non rimanere lì a ristagnare. Moltissimi hanno fatto del percorso affrontato dai Leprous un parallelismo con i Muse: abboccherò anch’io all’amo e vi spiegherò perché il processo di esemplificazione e alleggerimento apportato dai norvegesi in Malina potrà anche funzionare, ma alla lunga non sarà la risoluzione dei loro problemi. È noto ai più che il capolavoro dei Muse sia Origin of Symmetry: era cervellotico e pesante, rumoroso in occasione di canzoni come Citizen Erased, e nel finale di Micro Cuts tirava in ballo perfino i Rage Against The Machine. Poi la forma canzone di Absolution, la svolta anni ’80 di Black Holes And Revelations, i successivi cori alla Queen e gli assoli alla Brian May, e l’autocelebrazione elevata a numeri altissimi. Con Drones è come se avessero voluto dirci che un pochino si erano rotti i coglioni pure loro, ma si sono intelligentemente giustificati con la difficoltà di risuonare dal vivo il materiale recente. 

I Leprous – che sono una band scoperta e lanciata niente di meno che da Ihsahn – devono fare della loro maestosità un vanto, così come la loro evidente componente metal non li celebrerà come i nuovi Genesis se finiranno per metterla da parte (e qua la sentiamo solo in sporadici episodi, come Coma). Croce e delizia di questa band provengono innanzitutto dalla voce di Einar Solberg: incredibilmente personale e virtuosa, ma fino a che non imparerà a dosare il falsetto avrà qualche problema nel lavorare in funzione dei dischi che egli stesso – non in solitaria – incide. L’insistenza sui toni alti dovrebbe ricercare il raggiungimento di un climax, e tuttora corrisponde a un tappeto sonoro forse più ragionato che in passato, ma talvolta quasi fastidioso da sostenere. Cosa che appunto Matthew Bellamy faceva all’epoca dei primi due, forse tre album. Gli inserti di archi sono invece di ottima qualità, e nella conclusiva The Last Milestone sono proprio loro a render omaggio ai vocalizzi del frontman. L’impressione generale è comunque che la band riesca a rendere al meglio quando sceglie la semplicità, e questa è la principale novità da The Congregation: il lavoro del basso è impressionante e in episodi come The Weight Of Disaster il crescendo delle linee vocali è come se facesse esattamente quel che speravo, e di cui scrivevo poc’anzi.

In conclusione, i Muse non hanno beneficiato molto dal loro re-asset stilistico improntato sui singoli e su un minore arrangiamento dei brani. Anzi, li preferivamo duri e liberi di comporre quel che volevano, e le belle canzoni uscivano di conseguenza. I Leprous suonano qualcosa di completamente diverso, e forse sono stati – oltre a certe atmosfere decadenti – i leggeri dualismi fra le due voci a comportare tutti questi paragoni; ma in fin dei conti entrambe le formazioni stanno affrontando un percorso che prevede delle similitudini, e allora perché non evitare di commettere i medesimi errori? I Leprous suonano benissimo quando adottano un piglio quasi radiofonico in Stuck, ma mantenere un DNA metallico potrebbe donare una maggiore varietà e solidità agli album futuri, e sebbene questo Malina sia superiore ai due predecessori, siamo ancora lontani dalla consacrazione definitiva. Un cantante bravo ma che necessita un maggiore esame di coscienza (lo sta già facendo, ma è in netto ritardo), un sound spogliato di alcune delle sue caratteristiche più vivaci e migliori, non possono non essere annotati come piccoli passi indietro… e con Bilateral parevano esserci così vicini. (Marco Belardi)

2 commenti leave one →
  1. Fanta permalink
    15 novembre 2017 16:52

    Tu hai una notevole capacità ad argomentare i punti di vista che esprimi. Lo premetto perché li capisco e di conseguenza li rispetto. Mi fanno anche riflettere, ti dirò.
    Pompini a parte a me sto disco è piaciuto proprio tanto. Uno dei motivi è che prima di Malina non ero riuscito ad arrivare in fondo a un loro full. Mi sembravano troppo cervellotici senza avere un minimo controllo e poi, sì, sta cazzo di voce da castrato mi urtava. Per cui non avevo riferimenti precisi, so solo che mi rompevano il cazzo. Poi compro sto disco e bam! Pezzi che scorrono, tiro, drammaticità, semplicità strutturale (eppure arrangiamenti da paura), pure quel pallbearerismo (elevazione della mestizia a canone estetico, che io invece tanto apprezzo) che a te appalla, a me esalta.
    Poi sarà che mi ci sono abituato al cantante ma oggi mi fa un effetto completamente diverso e lo trovo fantastico.
    Vero, di metal c’è molto poco ma sti gran cazzi. Si perderanno nel negazionismo identitario come tanti altri? Forse hai ragione, ma preso in sè sto disco spacca. E io lo piazzo tra le cose migliori che ho ascoltato (bene) quest’anno.

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  2. Stefano Vitali permalink
    15 novembre 2017 18:23

    Bilateral lasciò l’impressione che potessero andare in qualunque direzione senza sbagliare, tanta era la padronanza di una materia musicale multiforme e aperta a mille influenze. Hanno scelto invece di appiattirsi troppo sullo schema linea vocale estremamente melodica in crescendo – controtempo di batteria – ostinato delle chitarre (stoppato o sulle note alte), che sulla lunga distanza diventa ripetitivo.
    Questa direzione, unita ad una certa pigrizia in fase di editing dei pezzi (Coal) / ad un eccesso di tecnicismi gratuiti (The Congregation), ha partorito due dischi di fatto deludenti, salvati in corner da qualche pezzo particolarmente riuscito (penso ad una The Valley, che nella mia testa accosto sempre ai Manes di Vilosophe, o al ritornellone di Down).
    Malina suona come un disco di transizione, meno claustrofobico dei precedenti ma zavorrato dalla bulimia vocale di Einar Solberg; eppure, nonostante tutti i suoi difetti, riesco ad ascoltarmelo tutto d’un fiato, cosa che con i due predecessori mi riusciva parecchio indigesta

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