Avere vent’anni: HYPOCRISY – The Final Chapter

Negli anni di cui stiamo parlando, c’erano due sole entità capaci di inquietarmi col loro solo aspetto fisico: Devin Townsend e Peter Tagtgren. Avevo visto le loro foto su qualche rivista, e se il primo faceva del proprio disastro di capigliatura una sorta di manifesto, era lo svedese a non trovare scusanti. Si capiva subito per quale preciso motivo la sua band fosse finita per narrare costantemente di atterraggi alieni, dopo la breve parentesi dei The Abyss (recuperate in tal proposito Summon The Beast del 1996 perché ci troverete i peggiori titoli di sempre). Egli aveva semplicemente degli occhi che non facevano pensare a niente di umano, e non c’era face painting che mi scombinasse di più il sonno. Solo Nyarlathotep era potenzialmente più cazzuto e inospitale di lui.

Un’altra cosa inspiegabile era l’attitudine da scienziato pazzo del mastermind degli Abyss Studios (nel 1997 al massimo del loro splendore, dato che era stato appena sfornato Enthrone Darkness Triumphant): dopo aver realizzato con gli Hypocrisy due album grezzi e derivativi in pieno boom del Gothenburg Sound, The Fourth Dimension aveva mostrato i primi segnali di voler proporre un qualcosa di effettivamente efficiente e personale. Poi il botto totale con Abducted, il quale diventerà da lì in poi il severo metro di paragone, irraggiungibile per ogni futura release del terzetto completato da Hedlund e Szoke. A quel punto tu, che finalmente stai raccogliendo i frutti del tuo lavoro certosino, annunci i Pain e mandi tutto a puttane con un all-in su di una band semplicemente nella media. Eh no, dai. Dire che vuoi fare festa poco dopo aver messo in commercio il tuo apice discografico, caro alieno, non era una roba credibile. 

E infatti, The Final Chapter raccoglierà un successo enorme nonostante la sua struttura un po’ troppo costruita a tavolino e all’ombra del precedente capitolo: un pezzo veloce, uno lento, un altro veloce, un altro lento, repeat. Praticamente il disco è tutto così, e sebbene non manchi la hit pazzesca (Adjusting The Sun, firmata da Hedlund), fra i fischi slayeriani di Dominion, lo standard acquisito di A Coming Race che già vedrà la band schiava del successo di Roswell 47 e tanto altro, l’ascolto scorre piacevolmente e con pochi cali, su tutti la penultima, nonché cover dei RazorEvil Invaders, rivestita ferocemente di svedese ma anche così innocua e fuori contesto. Il meglio viene però da quelle dilatate mid-tempo che puntavano tutto sull’atmosfera, concedendoci perfino un vago retrogusto black: sentitevi Shamateur, Lies e la title-track e vi farete un’idea.

La band individuerà qui le strade da battere con maggiore insistenza e, nonostante i Pain, li sentiremo ancora in forma smagliante nei successivi due album – leggermente inferiori, ma ancora capaci di regalarci perle come Fractured Millennium o Fire In The Sky. (Marco Belardi)

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