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Avere vent’anni: BRUCE DICKINSON – The Chemical Wedding

27 settembre 2018

Mettiamo un attimo le cose al loro posto, perché di castronerie se ne sentono dire pure troppe. Pur non essendo stato il disco più rappresentativo degli anni ’90 in termini di mode e trend innovativi, The Chemical Wedding è il disco più importante uscito in quel decennio e probabilmente uno dei due o tre più importanti usciti negli ultimi vent’anni nell’ambito del metal non estremo. Questo disco sarebbe dovuto essere il successore di Fear of the Dark, l’album che avrebbe rilanciato nell’iperuranio la carriera degli Iron Maiden. È, infatti, il miglior disco mai composto dai Maiden (senza Harris) dalla fine degli anni ’80 ad oggi. È l’album che i Maiden avrebbero voluto fare, che non sono stati capaci di fare e che non faranno mai. È il punto culminante della carriera di Bruce Dickinson (solista e non) e suo vero stato di grazia vocale. Il binomio Dickinson/Smith in una veste da alto cerimoniale, supportato dalle sapienti intuizioni e dall’abilità di Roy Z e da una restante squadra tutta al servizio di sua maestà The Air-Raid. Punto.

Non è un caso che Harris, complice lo tsunami di malcontento dei fan, rivorrà entrambi i figliuol prodighi dopo aver assistito impotente a ciò che stava accadendo, sicuramente rodendosi il fegato fino all’ultimo brandello, e dopo aver ascoltato cosa erano stati capaci di creare quei due nello stesso anno in cui i suoi Maiden davano alle stampe, senza vergogna alcuna, quello scempio immondo di Virtual XI, scempio non solo in termini relativi se confrontato all’album di cui stiamo parlando, ma anche in termini assoluti, nonché schiavi di quelle due pippe senza redenzione, Blaze Bayley e Janick Gers, ed infine vittime dell’incapacità dello stesso Harris di affrancarsi dalle sue fisime moderniste. Non è nemmeno un caso che il successivo album a firma Maiden, Brave New World, sarà l’ultimo album davvero ben fatto dagli inglesi, album in cui forte si sentono gli strascichi del matrimonio alchemico tra Bruce, Adam e Roy. Harris, credendosi furbo, avrà pensato che bastava riprendersi in casa i due per svoltare ancora una volta. E invece no, caro Harris, hai imparato sulla tua pelle un paio di cose. Primo, che quello di Bruce non era un gruppetto da cazzeggio il sabato pomeriggio ma qualcosa che stava crescendo in modo esponenziale e che aveva già dato evidentissime avvisaglie di ciò col precedente Accident of Birth. Secondo, che quella urgenza compositiva e comunicativa, che alimentava il fuoco del gruppo solista di Dickinson, i Maiden l’avevano consumata oramai da tempo e che niente e nessuno avrebbe potuto ricomprarla o ricrearla in vitro (operazione che si tentò con l’ottimo e succitato BNW che, nonostante tutto, non appare altro che un pallido simulacro di The Chemical Wedding).

Lo ammetto, sono stato un detrattore di Bayley fin dal primo momento e non ho mai pensato che far cadere la scelta su di lui sia stata una buona cosa, da qualsiasi punto di vista la si voglia vedere. Non lo pensavo prima e non lo penso adesso col senno di poi, come non capisco l’esaltazione postuma di quel personaggio. I Maiden avevano iniziato dalle periferie, è vero, ma solo per assurgere alla nobiltà del metal, livello sociale che adesso gli spettava di diritto; non aveva alcun senso, se questa era l’intenzione, di ripartire dai bassifondi caricandosi questo cantante improvvisato raccolto per strada in qualche pub puzzolente per ridare chissà quale patetica scossa di ribellione proletaria fuori tempo massimo alla propria immagine (e risparmiatemi boiate tipo l’elogio della sfiga, dei perdenti, di gente senza qualità ed altri schiaffi in faccia al concetto di meritocrazia, che magari mi fate pure gli schizzinosi per Fear of the Dark). Mentre eravamo presi da queste infinite e futili conversazioni e ci accapigliavamo divisi in fazioni tra i pro-Bayley e i contra-Bayley, Bruce Dickinson (che qualcuno più disperato -tra cui il sottoscritto- aveva iniziato da un pezzo ad invocare in soccorso), stava confezionando un disco che avrebbe messo tutti a tacere.

The Chemical Wedding è, in paragone ad Accident, più cupo, più incazzato, come la prestazione vocale di Bruce che si fa più rabbiosa, più potente, più profonda, più teatrale ed interpretativa. I cori più epici, le melodie equilibratissime, un’apertura lirica che non ha paragoni possibili neanche col recente passato della band. Tutte caratteristiche, queste, in linea col concept basato, come è noto, sulle opere di William Blake, sull’alchimia, la magia, il mistero.

Questo capolavoro indiscutibile meriterebbe un vetusto track by track da cui, visto che lo considero un modo di raccontare la musica assai fastidioso, vorrei comunque prescindere, anche se qui non parliamo di semplici brani, ma colonne portanti che, ognuna col suo stile, vanno a comporre una cattedrale sonora che già dal biglietto da visita, i chitarroni iniziali e quel Arise, awake/The king in crimson comes ripetuto due volte di seguito, lascia intuire di avere delle fondamenta indistruttibili.

Fragorosi e in sequenza serrata tuonano i riff un attimo prima che si manifesti una scarica di fulmini rappresentati dagli assoli di Adrian Smith: la splendida title track si distingue per quel And so we lay da far tremare i muri. Non penso di esagerare dicendo che non ascoltavamo un Dickinson così potente dagli anni ’80, ma più maturo e roco, e nemmeno se dico che non lo ascolteremo più in questa forma strepitosa (quantomeno su disco). Una melodia eroica, magniloquente, che mette un paletto, segna il punto e tornerà in chiusura.

The Tower è il brano su cui i Maiden avrebbero potuto realisticamente basare la nuova fase della loro carriera (cioè quella post Virtual XI). Ha veramente tutto: un testo bellissimo, è semplice ed immediato, è melodico, un tocco di batteria sempre uguale ed efficace, vagamente prog, l’assolo piazzato proprio dove te lo aspetti e che “fa” proprio come dovrebbe fare, seguito da un altro assolo, quello più estroso, e poi via col gioco di doppiette tra Adam e Roy, col basso che sbotta la sua, romba e rulla. Chi ha detto Wrathchild?

Non ve le cito tutte ma Book of Thel è uno di quei brani epici ed immortali che una volta ascoltati è impossibile dimenticare, con le sue chitarre rocciosissime che ti fanno fare su e giù con la testa, le due quartine del ritornello di una ampiezza melodica clamorosa, quei dieci secondi scarsi di cori epicissimi seguiti dall’assolone della madonna di Smith e un lavoro di batteria di Ingraham semplice ma veloce e azzeccatissimo. Si ingrana la sesta e si va dritti spediti verso le altre due quartine melodiche del ritornello, il basso di Casillas che ti sale nello stomaco e poi ancora, cori su cori, fino alla chiusura atmosferica di solo piano e voce narrante. Un pezzo così è un lascito ai posteri.

Bella per carità, Gates of Urizen è la ballata che Powerslave non ha mai avuto, per dire, e ce ne sono altre che l’Harris del post Brave New World non sarà capace neanche di replicare, ma Jerusalem è di un altro pianeta. Mettetevi nei panni di un giovinetto che è stato un fan sfegatato dei Maiden, uno in costante ricerca dei singoli più rari, dei bootleg più assurdi, immaginatevelo sofferente da non riuscire a trovare più giustificativi per la sua band preferita, sfinito ed afflitto da una tale volgare oscenità come Virtual XI e poco dopo ritrovarsi ad ascoltare Jerusalem, tornare alla vita e al buonumore, pieno di speranze per il futuro dell’umanità. È talmente immensa e drammatica che avrebbe meritato di durare almeno il doppio perché non ha nulla, ma proprio nulla, da temere al confronto con i grandi e imperituri classici degli Iron Maiden.

Poi arriva la botta finale, The Alchemist, per la quale ho finito i superlativi assoluti. Solo con un brano di tale importanza e commovente epicità, un brano che in un crescendo di pathos riparte da Chemical Wedding amplificandone la maestosità, era possibile porre il suggello finale ad una delle più grandi opere della musica dello scorso secolo. (Charles)

15 commenti leave one →
  1. bonzo79 permalink
    27 settembre 2018 10:43

    disco grandioso davvero

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  2. Arkady permalink
    27 settembre 2018 11:16

    Ma è cosi difficile per Harris capire che ci vuole Roy Z dietro la produzione degli Iron???? Sveglia zio

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    • 27 settembre 2018 14:36

      avrebbero dovuto farglielo capire venti anni fa, ora è un po’ tardino…
      Un altro paio di anni e Nicko ci suonerà tutti i pezzi in versione funreal doom finlandese

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    • bonzo79 permalink
      27 settembre 2018 17:33

      una produzione spettacolare, col basso ben delineato, la voce in primo piano ma senza mai dimenticare le chitarre… vent’anni fa. un’arte che si è persa evidentemente

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  3. saturnalialuna permalink
    27 settembre 2018 11:19

    Sottoscrivo ogni parola.
    Questo album non verrà mai trattato come merita, ed è un vero peccato.
    Qua non mi vergogno di usare la parola capolavoro. Che poi, io Bruce e Adrian li avrei lasciati continuare da solisti, maledetto vil danaro.

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  4. Crisuommolo permalink
    27 settembre 2018 11:41

    Basta la titletrack a decretarne la grandezza!

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  5. 27 settembre 2018 14:35

    tutto verissimo, e convengo sul fatto che Blaze sia in ogni modo insalvabile, ma non dimentichiamoci nemmeno che le due colonne spezzate della discografia dei Maiden, No Prayer e Fear of the Dark, oltre a contare su pezzi scialbi e pallosetti, hanno anche una prestazione di Dickinson in cui canta proprio di merda

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    • bonzo79 permalink
      27 settembre 2018 16:45

      no prayer è indifendibile, a parte la title track. da fear of the dark (in cui in effetti dickinson spesso non è all’altezza) si potevano tagliare agevolmente un paio almeno di riempitivi. ma harris era all’inizio della deleteria fase che “meno di un’ora di musica è male”, mai finita in effetti…

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    • weareblind permalink
      27 settembre 2018 19:20

      Concordo su No Prayer, indifendibile, meno su Fear che ha quel monumento della title track che salverebbe anche un album dei Chronical Diarrea

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  6. weareblind permalink
    27 settembre 2018 19:18

    OGNI MALEDETTA PAROLA FRATELLO.
    È il punto culminante della carriera di Bruce Dickinson (solista e non) e suo vero stato di grazia vocale.

    e dopo aver ascoltato cosa erano stati capaci di creare quei due nello stesso anno in cui i suoi Maiden davano alle stampe, senza vergogna alcuna, quello scempio immondo di Virtual XI, scempio non solo in termini relativi se confrontato all’album di cui stiamo parlando, ma anche in termini assoluti, nonché schiavi di quelle due pippe senza redenzione, Blaze Bayley e Janick Gers

    E’ così signori. Che palle i fan accaniti che va bene anche Bayley e Virtual. NO CAZZO, non va bene nulla.

    Che disco questo, che mazzata, che classe.

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  7. Piddu permalink
    27 settembre 2018 22:48

    Ho sempre sperato che Harris prendesse spunto da questo capolavoro per una nuova vita dei Maiden, ma purtroppo il suo ego non ha mai voluto accettare un cambiamento che ci avrebbe resi orgogliosi di loro…peccato, così è andata!

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  8. sghembol permalink
    28 settembre 2018 08:46

    Che poi è anche il tempo a renderti più chiare le cose. Chemical Wedding una volta all’anno me lo ascolto. Brave new world credo di non averlo più rimesso nel lettore dal post Gods of metal del 2000. Di Virtual XI non ve lo dico nemmeno che tanto già sappiamo …

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  9. Aris permalink
    28 settembre 2018 09:33

    Solo a me sembra che la copertina non faccia onore al grande disco?

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    • saturnalialuna permalink
      28 settembre 2018 10:52

      La copertina è un dipinto di William Blake, su cui è basato il concept dell’album.
      In realtà è molto a tema, e lo stile di Blake richiama parecchio anche i suoni crepuscolari dell’album stesso.

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  10. 29 settembre 2018 11:01

    Hai detto tutto tu, il disco è il capolavoro novantiano che i Maiden non hanno scritto, e sentire Bruce usare tutta la voce, senza limitarsi al vibrato modello Air Raid Siren, è una goduria totale. Jerusalem è un pezzo incredibile.

    Piace a 1 persona

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