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Avere vent’anni: BRUCE DICKINSON – Accident of Birth

27 aprile 2017

A posteriori posso tranquillamente affermare (e senza tema di smentita perché ho sempre ragione) che il vero dramma del ricongiungimento degli Iron Maiden con Bruce Dickinson ed Adrian Smith non sono certo stati i vari dischi di merda (ed anche di merdissima) che ne sono scaturiti, non è stata neanche la mancata defenestrazione di quel cazzo di pagliaccio di Janick Gers o il brutale allontanamento di un idolo della classe operaia come Blaze Bayley, arruolato, sfruttato e poi mandato via senza troppi complimenti, no no, cari amici lettori: il dramma vero è che per forza di cose (leggi: Steve Harris) si è dovuta interrompere la collaborazione tra Dickinson e Roy Z, chico californiano scemo come la merda (ce l’ho per amico su Facebook e per l’amore di Gesù ho disattivato le notifiche che non si regge) e che però dal punto di vista compositivo creava col vecchio Bruce una coppia funzionalissima la quale ha dato alle stampe il trittico dei migliori dischi dei Maiden senza i Maiden. O meglio, senza Steve Harris, fatto non secondario e che dovrebbe rendere più che evidente a voialtri simpatici amici qual è in effetti il problema dei Maiden e la causa ultima se oggi sono ridotti così (tolta la senescenza, la quale ovviamente è un dato di fatto e non è che ci si possa fare un cazzo).

Insomma, ad un certo punto, verso la seconda metà degli scorsi anni novanta, artisticamente il nostro Bruce Dickinson non se la passava benissimo. Dopo Balls To Picasso, un buonissimo esordio post Maiden realizzato con 4/5 dei Tribe Of Gypsies, il gruppo di Roy Z dedito ad un rock/blues di derivazione santaniana, ‘sto scempiato pensò bene di mandare tutto a puttane dedicandosi ad un rocchettino/grungettino all’acqua di rose con altri tre sfigati in un progetto a nome Skunkworks, che dopo un album omonimo venne ovviamente accantonato non avendo venduto praticamente un cazzo di niente o poco meno, e col demerito, peraltro, di aver gettato ombre sulla credibilità artistica del nostro nano strillone, arrivato troppo tardi per acchiappare il treno del grunge, che stava già – fortunatamente – scomparendo all’orizzonte, e soprattutto con pedigree, curriculum e doti vocali SBAGLIATISSIME per un’operazione del genere, stramaledetto lui e gli Alice in Chains. Sicché se ne stava lì moribondo quando gli arriva ‘sta telefonata di Roy Z che gli propone di fare un album di vecchio e sano heavy metal, così a cazzo di cane e senza avere nulla di meglio da fare. Perché poi, che accidenti vuoi avere di meglio da fare, se stai già senza fare un cazzo e pure con la carriera compromessa? Ci provi, no? Quindi, reclutato anche quell’altro relitto di Adrian Smith, un altro che bravo e tutto ma che da solo non si sa allacciare manco le scarpe e che dopo i Maiden non ha combinato un cazzo manco per sbaglio, senza particolari sforzi danno alle stampe Accident Of Birth, un album bellissimo che, di colpo, rimette Dickinson in sella alla sua carriera, redini, speroni e tutto l’armamentario da provetto cavallerizzo compreso. 

In parte anche per l’effetto nostalgia (ma una porzione residua comunque), Accident Of Birth riesce con un mano legata dietro le schiena a schiantare i Maiden stessi, proponendo non già la pedissequa rilettura di quanto fatto da Dickinson e sodali il decennio precedente ma attualizzando la formula, inspessendo il suono, con un freschezza ed un’intelligenza compositiva all’epoca insperate e dovute sia alla mancata ingerenza di Steve Harris nei processi decisionali e compositivi che alla tranquillità di gente che fa un disco per evidente passione, senza aspettative di sorta. Praticamente senza cali, Accident Of Birth è una gemma composta da canzoni fantastiche, a cominciare da Freak, passando per Starchildren, Taking The Queen, Omega, la stessa Accident Of Birth, fino ad arrivare a Darkside Of Aquarius, il pezzo più rappresentativo del disco, capace di richiamare i Maiden che furono senza plagiarli, innovando e non stravolgendo, anni luce meglio di quanto prodotto dallo stesso Steve Harris almeno negli ultimi tre lustri, se non da prima.

Io l’ho sempre detto, invece di tenersi Janick Gers, che non serve ad un cazzo e fa solo danni, non era meglio prendersi ‘sto chico di Roy Z, capace di dare una svecchiata a tutto? Eh no, perché che cazzo io, Steve Harris, dovrei cedere la sovranità ad un cazzo di negro messicano merdone? Ma che, SCHERZIAMO? Tanto faccio tour sempre strapieni di pubblico, qualsiasi CAGATA con stampigliato il nome Iron Maiden vende come il pane, e molto meglio delle tortillas, c’ho il mio cazzo di 747 PRIVATO che pilota pure quello stronzo di nano che pure detesto MA ‘STI CAZZI COMANDO IO E VA BENISSIMO, oh.

E questo è. Poi col successivo The Chemical Wedding Bruce Dickinson e compari fecero pure meglio, ma ne parliamo l’anno prossimo. Per adesso riascoltatevelo, così magari vi renderete conto una volta per tutte di che merdata è The Book Of Souls e compagnia sfigata. Vabbé, ciao. (Cesare Carrozzi)

8 commenti leave one →
  1. Mercoledì permalink
    27 aprile 2017 11:26

    Grazie, veramente!
    Quando è uscito quest’album dicevo sempre che Bruce si sarebbe messo in culo i Maiden, poi c’è tornato e vabbé, ma Accident of Birth dopo vent’anni è ancora bellissimo (The Chemical Wedding pure) e ancora non capisco la raison d’être della Vergine di Ferro nel 2017. Mistero.

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  2. 27 aprile 2017 12:41

    leggendo le recensioni del Carrozzi ci si deve sempre levare il cappello. Hail

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  3. bonzo79 permalink
    27 aprile 2017 12:56

    disco bellissimo e chemical wedding ancora meglio! poco da dire.

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  4. Yure5150 permalink
    27 aprile 2017 21:53

    Ottima recensione, tuttavia il buon Carrozzi ha dimenticato di menzionare Derek Riggs, autore della copertina di „Accident of Birth“ nonché gran maestro delle leggendarie grafiche che hanno segnato l’epoca d’oro della Vergine di Ferro. La mascotte in copertina si chiama Edison, e in teoria sarebbe dovuto apparire anche negli album successivi, ma per qualche disgarzia, il sodalizio tra Dickinson e Riggs è andato a farsi benedire.

    La presenza di Riggs, dunque, chiude il cerchio di questo grande album che unisce la creme-de-la-creme dei Maiden con l’eccellente produzione di Roy Z. A venti anni di distanza, questo album (come anche „Chemical Wedding“) continua ad avere un sound più potente, fresco, pieno e nettamente superiore alle blande produzioni fatte da Harris e Shirley con i Maiden.

    Con Roy Z dietro al mixer, gli Iron oggi sarebbero tutt’altra cosa.

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  5. MorphineChild permalink
    29 aprile 2017 14:21

    Gran bel disco, degno ricordo del Carrozzi. Il Bruce solista con Roy Z esplora meglio la propria vocalità, ed è una goduria. Man Of Sorrows è una ballata sottovalutata, Darkside Of Acquarius un’epica maideniana asciugata a 6 minuti e mezzo fino a risultare tesissima, la title track semplicemente mostruosa. Segnalerei anche il disco del 2004, Tyranny Of Souls, che pur non raggiungendo questo e il successivo resta godibilissimo

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  6. 29 aprile 2017 19:39

    ..senza contare cosa fece ‘sto Roy Z anche col prode Rob Halford: stesso trattamento!

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  7. 1 maggio 2017 21:17

    Che gran bomba questa. Pensate in parallelo ai Maiden.

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  8. rain chaos permalink
    4 maggio 2017 19:11

    Madonna che capolavoro di disco, consumato

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