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Avere vent’anni: NAGLFAR – Vittra

27 maggio 2015

Quando ho visto che sulla lista dei dischi usciti nel maggio 1995 c’era anche Vittra ho pensato che avrei proprio dovuto scrivere qualcosa. Sembra brutto dire perché questo disco se lo merita, dato che di sicuro un capolavoro del genere non ha alcun bisogno che io ne scriva due cazzate a supporto; però, per qualche imperscrutabile motivo, questo album non ha mai ottenuto la considerazione che merita, venendo relegato più che altro nell’infame definizione di disco di culto che, alla fine, ha finito per nuocergli.

Non si può dire che Vittra sia stato un fulmine a ciel sereno, sia perché raramente in musica qualcosa esce fuori dal nulla sia perché nella Svezia dei primi anni novanta le condizioni affinché un disco del genere potesse uscire c’erano eccome. Però, una volta uscito, questo disco ha cambiato per sempre il modo di intendere il black metal, o quantomeno ha spostato i confini che a quest’ultimo si era soliti dare. In questo senso Vittra può essere paragonato a The Somberlain: due dischi usciti fuori chissà come, e da chissà dove, e che hanno colpito il mondo della musica estrema europea come uno schiaffo in piena faccia.

Con questo disco il concetto di black metal melodico assume una forma concreta. Certo c’erano stati tentativi analoghi prima del 1995, ma niente che incarnasse letteralmente quella definizione. Vittra ha così tanti spunti da essere diventato uno degli album più influenti della scena estrema di metà anni novanta, anche se da un certo punto di vista è un tipico disco di metal estremo svedese di quegli anni, con tanto di breve intermezzo strumentale a metà scaletta e pezzi particolarmente ‘forti’ in apertura e chiusura (As the Twilight Gave Birth to the Night ed Exalted Above Thrones); e le stesse influenze maideniane si collocano benissimo in quel contesto, da Dismember e In Flames in giù. Probabilmente, il grande merito dei Naglfar è stato approcciarsi al black metal nello stesso modo in cui all’epoca i loro conterranei si approcciavano al death. 

Se consideriamo la scena norvegese come prima generazione del black metal (non tenendo conto quindi di Hellhammer e compagnia), con Vittra si può iniziare a parlare di seconda generazione. Non prendete questa affermazione come assoluta, ma è un modo di vedere la cosa. Nella propria musica, infatti, i Naglfar rigettano ogni reminiscenza punk per ribadire una saldissima tradizione metallara, con la più classica delle icone: gli Iron Maiden. Ecco: i Naglfar erano dei metallari nel senso letterale del termine; e, rispetto alle controparti norvegesi dell’epoca, per la generazione di metallari cresciuti negli anni 90 Vittra era più comprensibile; ci si poteva identificare meglio. Non è un caso che successivamente i Naglfar si siano buttati sul death metal, o comunque nell’indefinibile oceano del metal estremo, mentre i pionieri della scena norvegese abbiano fatto tutt’altre scelte, quantomeno nella maggioranza dei casi. Anche la produzione di Peter Tagtgren, pur lontana anni luce dal suono grosso e pulito che caratterizzerà le produzioni successive, compie comunque precise scelte di suono che segnano una profondissima frattura con la tipica attitudine norvegese o comunque del black metal primigenio.

Purtroppo i Naglfar non si ripeteranno più a questi livelli: i vari Diabolical, Sheol, Pariah sono dei buoni dischi, ottimi se li avesse scritti qualcun altro, ma distanti dal debutto tanto stilisticamente quanto qualitativamente. Vittra però rimane lì, insuperato, con una data d’uscita simbolicamente a metà degli anni novanta, quasi a spaccare il decennio tra un prima e un dopo. Rispetto ai Dissection, che proprio nel 1995 uscivano con Storm of the Light’s Bane (ma il cui vero capolavoro, non fosse altro che per essere venuto prima, è proprio The Somberlain), i Naglfar erano un gruppo metal più canonico, mentre la band di Jon Nodtveidt è rimasta per sempre uno splendido unicum fuori dal tempo e dallo spazio. L’enorme importanza di Vittra, però, rimarrà soprattutto inconsapevole: non saranno molti i gruppi che citeranno esplicitamente questo album tra le proprie influenze, magari citando altre band che, pur avendo avuto più fortuna dei Naglfar, devono molto o tutto a loro. Ma, volendo ripercorrere adesso la storia di quegli anni, è impossibile non riconoscere a Vittra la sua imprescindibilità. (Roberto ‘Trainspotting’ Bargone)

12 commenti leave one →
  1. Seguace di Vindsval permalink
    27 maggio 2015 12:00

    Siccome concordo in pieno con Roberto (anche se a me non dispiace il fatto che alcuni dischi meritevoli rimangano di nicchia: Vittra l’ho scoperto per caso pochi anni fa ed è stata una sorpresa notevole), vi chiedo: scriverete niente su Orchid degli Opeth?

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    • 27 maggio 2015 12:04

      maggio ’95 è stato un mese fittissimo (vedrai quando usciranno tutti gli altri articoli), ma qualcosa sugli opeth spunterà fuori, abbi fede

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  2. sergente kabukiman permalink
    27 maggio 2015 14:30

    non ho mai seguito questa band ma la rece mi ha incuriosito..ma quindi l’articoletto su storm of the light’s bane lo cacci fuori?

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  3. 27 maggio 2015 19:36

    Confesso di non averlo mai ascoltato. Ora, su stimolo bargoniano, ho rimediato, ed è effettivamente un disco stupendo. Quindi aggiungo solo una parola: grazie.

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  4. bonzo1979 permalink
    27 maggio 2015 20:03

    dio mio, che album monumentale. però, sebbene per questioni di gusti dovrei preferire questo al successivo, per qualche strano motivo preferisco di pochissimo diabolical, che forse è appena appena meno personale… cmq anche secondo me somberlain è meglio di storm of the light’s bane, anche in questo caso di pochissimo. tutto il resto della produzione dei naglfar è trascurabile, con la notevole eccezione di qualche pezzo sparso, harvest su tutti… ultimo album inascoltabile

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  5. fredrik permalink
    27 maggio 2015 20:29

    ottim analisi… in effetti i Naglfar erano proprio dei metallari stretti… all’epoca dell’uscita di Vittra ricordo un’intervista (grind zone? boh) dove tra le varie influenze citavano i running wild e i primi blind guardian. inutile dire che è un album che ho consumato e frugato.
    E a proposito di influenze maideniane, risentitevi la cover di the evil that men do, con il classico suono sunlight: http://www.youtube.com/watch?v=yvXrDXKBHgA

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  6. Supermariolino permalink
    27 maggio 2015 22:32

    Grazie per gli spunti interessantissimi: in effetti sia il Death, sia il Black per così dire “di seconda generazione” convergeranno su canoni classici che rimandano anche ai Maiden, sintetizzando potenza, melodia e suono che poi sono la quintessenza del Metal. Olé.

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  7. weareblind permalink
    29 maggio 2015 21:30

    Non conoscevo questo album. Ora me lo sento.

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Trackbacks

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