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Avere vent’anni: dicembre 1997

31 dicembre 2017

DIE APOKALYPTISCHEN REITER – Soft and Stronger

Marco Belardi: I primi tre album del gruppo tedesco sono fondamentali per comprenderne la rapida evoluzione: qua erano ancora estremamente in debito col black sinfonico, con trame di tastiera che mi ricordavano molto il debut degli ottimi – ma non altrettanto longevi – …and Oceans. Se la prima The Hit ci mostrava ampi accenni dell’estro dei successivi lavori, Dragonheart riportava i toni su un livello decisamente serioso per poi lasciare a Iron Fist l’esplosione di fiati tipici di quei giocherelloni dei Finntroll. Insomma, nel breve volgere di tre canzoni non ci si capiva un cazzo se non che il black fosse perennemente dietro l’angolo.

L’album non è tutto buono come in avvio ma è sicuramente uno dei più freschi e pesanti che il gruppo abbia realizzato in carriera, nonostante i suoni dei Cavalieri dell’ Apocalisse fossero in linea con l’underground nord-europeo di metà anni novanta. Allegro Barbaro di due anni dopo li consacrerà, ma faranno il botto nel 2000 con il bellissimo All You Need Is Love in cui spiccavano le vere hit: Unter Der Asche così come Reitermania, rafforzate da uno stile che li allontanava da quello degli esordi in favore di un surrogato di death metal, ancora tastieristico, ma ben strutturato e spinto da una appena accennata base hardcore-punk. Di cui a dire il vero già qui sentiamo l’arrivo in pezzi come Execute. In piena maturazione dunque, ma con delle ottime premesse.

SIGH – Hail Horror Hail

Ciccio Russo: Quando i Sigh mossero i primi passi, erano poco più di un gruppo black/thrash un po’ sui generis. Nondimeno, a Euronymous piacquero così tanto che il debutto Scorn Defeat uscì per la sua Deathlike Silence. In seguito ai noti fatti di cronaca (con i quali anche questo capodanno intratterremo gli invitati al cenone qualora la conservazione langua), ripararono in casa Cacopohonous. Il successivo Infidel Art è ancora un disco black metal, per quanto peculiare. È con Hail Horror Hail e il di poco precedente ep Ghastly Funeral Theatre che i giapponesi fanno il grande salto, inventandosi uno stile ostico e originalissimo, che pare quasi studiato a bella posta per inviperire i puristi.

Il disco viene presentato come “un film senza immagini” e l’intento dichiarato è quello di rifarsi alle colonne sonore horror (con un largo uso di tastiere, sintetizzatori e campionamenti) e alla tecnica del cut up cara alla beat generation, con brani dalla struttura straniante e imprevedibile ancorati a una componente metal, in fondo, piuttosto tradizionale, con chitarre di matrice thrash, quando non decisamente priestiane, e un occhio più al black greco che a quello di scuola nordica. Sarà per la capacità dei nipponici di coniugare, in ogni campo creativo,linguaggi apparentemente inconciliabili in una maniera inconcepibile per un occidentale, Hail Horror Hail è ancora oggi un oggetto bizzarro, affascinante, inclassificabile e non proprio per tutti i gusti. “Se trovate strane alcune parti di questo disco non è perché la musica di per sé sia strana“, recita una nota nel libretto, “ma perché la vostra coscienza non è attrezzata per comprendere i suoni incisi su questo disco“.

TIERRA SANTA – Medieval

Trainspotting: I Tierra Santa sono un gruppo che ha raccolto sempre pochissimo, rispetto alla qualità media della prima parte della loro discografia. Le loro potenzialità si intuivano già nel presente Medieval, il debutto: un album che trasuda passione e convinzione da ogni solco, nella migliore tradizione del metallo spagnolo – che, come detto, è il metallo sfigato per eccellenza, con quell’iconografia tipica da metallaro brutto e puzzolente con le ascelle pezzate e la canotta nera che ci crede tantissimo e si sbatte su palchi minuscoli a suonare musica in ritardo di vent’anni. Medieval, per dire, è autoprodotto, e la tremenda copertina è opera dello stesso cantante/chitarrista Angel San Juan, leader storico della band insieme al bassista Roberto Gonzalo. Stilisticamente qui i Tierra Santa erano metallo melodico purissimo, con gli Iron Maiden come influenza principale, dai ritmi sempre cadenzati e molto meno potenti e veloci rispetto ai successivi album. Non apprezzare un album del genere è sintomo di una preoccupante aridità di cuore, cosa che noi di Metal Skunk rigettiamo recisamente; quindi, se non avete mai sentito Medieval, sapete con che colonna sonora passare il Capodanno.

LIMBONIC ART – In Abhorrence Dementia

Marco Belardi: Ci sono quei gruppi che a distanza di tanti anni, continui a non capire se ti piacciono o ti fanno davvero schifo. Il caso dei Limbonic Art mi riguarda nel senso che, se per un certo periodo ho letteralmente consumato questo e il successivo Ad Noctum, col resto della loro discografia duro una fatica impressionante, incluso l’acclamato debut Moon In The Scorpio e il materiale contenuto in Epitome Of Illusions. Posso invece affermare di adorare la voce di Daemon, preziosa pure nel debut degli Zyklon al punto che è il loro unico album che penso abbia realmente funzionato. Ma fra me e loro, per moltissimi aspetti c’è sempre stata come una sorta di barriera invalicabile.

Citati come uno dei più influenti gruppi di black sinfonico in un periodo in cui il genere era decisamente salito in cattedra per merito degli Emperor, quelli di In Abhorrence Dementia furono capaci di realizzare un album pesantissimo ma schiavo della sua sconsiderata lunghezza; senza considerare che solo nel successivo disco in studio, semplificando un po’ la materia e puntando su strutture più accessibili, uscirono finalmente fuori brani capaci di colpire all’istante come la meravigliosa As The Bell Of Immolation Calls, col suo impeccabile crescendo fatto di campane, urla laceranti, ed una seconda parte dominata dai blast beat. Comunque un lavoro di un certo spessore, in cui la batteria programmata giunse ai limiti della digeribilità e il connubio di chitarre/tastiere ancora reggeva molto bene. Per quello che riguarda la loro discografia più recente, a mio avviso meglio lasciar perdere.

ROTTEN SOUND – Under Pressure

Luca Bonetta: Della moltitudine di band che compongono lo sterminatissimo panorama grindcore, i Rotten Sound sono sempre passati, per quanto mi riguarda, in sordina. Non perché io non apprezzi il lavoro del combo finlandese ma perché, proprio a causa della sovrabbondanza di act di cui parlavo sopra, uno si trova costretto a concentrarsi su certe cose e lasciarne in secondo piano altre, promettendo a sé stesso di tirarsi avanti quando il tempo lo permetterà, cosa che puntualmente non avviene dato che nel frattempo ti trovi davanti altre quindici band che catturano la tua attenzione e… beh sapete come va a finire ‘sta storia no?

Il debutto dei Rotten Sound, targato 1997, è però uno degli esempi più lampanti di come il grindcore sia un genere fondamentalmente sanguigno e di puro istinto, pure più del death metal se vogliamo. Sarà la parentela stretta con l’hardcore o la commistione di questo elemento con il metal estremo fatto sta che se il death metal riempie buona parte dei miei ascolti, il grind si è ritagliato nel corso degli anni uno spazio tutto suo, e questo lo devo anche a dischi come Under Pressure.

THE ROCKING DILDOS – Horny Hit Parade

Ciccio Russo: Secondo e ultimo disco di questo ameno progettino che vedeva coinvolta la line-up degli Impaled Nazarene che poi inciderà il capolavoro Rapture. Crust punk sparatissimo con svarioni motorheadiani, in linea con quelle che erano all’epoca le fisse di Mika Luttinen e dei suoi compari, i quali l’anno prima avevano divorziato ufficialmente dal black metal grim & frostbitten con il degenero alcolico di Latex Cult, abbracciando un immaginario fatto di pornografia, abuso di droghe e maschere antigas. Lo stesso immaginario che qua anima brani dai titoli indimenticabili come Teenage Cunt (That’s What I Want!),  Hara-Krishna Blow-JobToilet Seat Sniffer. Il manifesto ideale dello spirito della Osmose dell’epoca che, come sapete, era la miglior casa discografica del mondo.

WHIPLASH – Sit Stand Kneel Pray

Marco Belardi: Anni fa capitai su alcune interviste in cui – a sentire Tony Portaro – la band affermava a caratteri cubitali che il meglio della sua produzione fosse proveniente da qui: la parte mediana della sua discografia, collocata a metà anni novanta. Ovvero, il peggior momento in assoluto per il thrash metal – e ad un livello direi mondiale. Un gruppo che in realtà a mio parere aveva dato ampiamente il meglio di sé in passato, diciamo fino a Insult To Injury, e che in quel momento così come nel precedente Cult Of One metteva più che altro a posto i suoni e gli arrangiamenti. Erano diventati maturi, insomma. Ma continuavano a far chiacchierare di sé per i batteristi celebrati più che altro dal passaggio in altre band (Scaglione in una fugace apparizione negli Slayer, e Cangelosi nei Kreator di Cause For Conflict), e per il dramma di assegnare le linee vocali a troppe personalità diverse e non proprio definibili giuste. Col successivo Thrashback le cose andranno decisamente meglio anche grazie al ricompattarsi della formazione originale, ma ahimè, le cose dureranno per pochissimo tempo a causa del decesso prematuro del bassista Tony Bono.

IMPELLITTERI – Eye Of The Hurricane

Cesare Carrozzi: Viene spesso citato tra i migliori lavori di Impellitteri, sicuramente a ragione perché è un gran bell’album, ma io continuo a preferirgli Crunch di tre anni dopo. Peraltro in Crunch c’è uno dei suoni di chitarra ritmica più spettacolari che io abbia mai sentito, eventualmente ve ne scriverò meglio in futuro. Ho  sempre visto Impellitteri come un buon autore ma un pessimo chitarrista, o meglio un pessimo solista, e questo Eye Of The Hurricane non si discosta molto da come la penso: pezzi eccellenti, prestazione del gruppo sopraffina, la voce di Rob Rock azzeccatissima nel contesto, ma assoli un po’ così. E pensare che Impellitteri è venuto fuori ad inizio carriera proprio sulla scia di Yngwie, quindi stratocaster al collo, giacchettine frù frù e tutto l’armamentario (compreso Graham Bonnet), con la differenza non trascurabile che però Yngwie è sempre stato su tutto un altro piano, se non altro dal punto di vista meramente solistico. Chris Impellitteri mi ha sempre ricordato Axel Rudi Pell, che è comunque molto peggio. Se vi capita sotto mano dategli un ascolto che è fico. Solismo a parte.

VASARIA – st

Trainspotting: Quando dicevo che in questo periodo andavano di moda i vampiri voi non mi credevate, uomini di poca fede, e invece: dopo Abyssos ed Hecate Enthroned ad ottobre, Ancient e Thokk a novembre, ecco pure i Vasaria a dicembre. I quali erano di sicuro più raffinati, prendendo decisamente da Type 0 Negative e Sentenced e non dai soliti Cradle of Filth, anche se alla fine sempre di romantici succhiasangue vestiti di pizzo parlavano. Loro erano newyorchesi, prodotti dalla Century Media – che aveva fiutato l’affare – e  il loro unico disco non è neanche brutto, anzi: spesso ricorda quel gothic metal semplice e diretto di cui già parlavamo riguardo i Sundown, direttamente derivante dai Sisters of Mercy e dai Fields of the Nephilim, quasi al limite dell’imitazione filologica in cose come Raven SkyVasaria non ha avuto alcun seguito; magari però un’altra chance loro l’avrebbero meritata: probabilmente l’idea di metterli nel calderone vampirico avrà avuto qualche vantaggio immediato, ma alla lunga li ha enormemente penalizzati.

EINHERJER – Far Far North

Marco Belardi: Il gruppo di Frode Glesnes non mi ha mai fatto impazzire, ma trovo che questo EP arrivasse in un punto cruciale della carriera degli Einherjer: i norvegesi avevano sparato parecchie cartucce con Aurora Borealis per poi perdersi quasi subito. Prima di iniziare a cambiare cantanti, fecero intendere di essere prossimi a fare il botto proprio nelle tre tracce qui contenute, per poi realizzare il loro album di maggiore successo (Odin Owns Ye All) e calare sulla lunga distanza. Erano un onesto gruppo viking e ho trovato decisamente soporifere le loro composizioni più recenti, a partire da Blot – che ne anticipò lo scioglimento – e non contento, cinque o sei anni fa ho pure provato a rimettere mano ad un nuovo album degli Einherjer post-reunion con risultati direi insoddisfacenti. Qua erano all’apice o quasi, e negli anni immediatamente successivi mi sarei fatto discrete sbronze di Storm, Falkenbach e tutti quei nomi legati a doppio filo col black metal. Per il folk nordico da osteria c’erano invece Thyrfing, Finntroll e un sacco di altra roba vivace: insomma, la terza ondata di black aveva lasciato terreno fertile per un sacco di strade percorribili, e in una delle meno vicine alle radici si erano incamminati proprio gli Einherjer.

NAGELFAR – Hünengrab im Herbst

Ciccio Russo: Nel ’97 i Nagelfar al massimo erano saltati all’occhio per la quasi omonimia con gli autori di Vittra. L’esordio dei tedeschi è però un altro esempio di quanto detto da Roberto a proposito di Enter The Moonlight Gate dei Lord Belial: ovvero, che la qualità media delle uscite di allora era talmente elevata che finivano per passare in sordina anche dischi bellissimi come Hünengrab im Herbst, un album folk black metal eclettico, ispiratissimo, stracolmo di idee e, per l’epoca, anche piuttosto all’avanguardia. Le intuizioni che erano state di grandi band norvegesi come i primi Ulver e Arcturus vengono sviluppate e ampliate: una varietà di registri che vede i Nagelfar passare con disinvoltura da delicate parentesi acustiche a ferali cavalcate alla Emperor, passando per mid-tempo dal retroterra quasi thrash ed epici affreschi pagani. Ribadisco il concetto espresso dal mio sodale: ci si rende conto di quanto si sia stati fortunati a vivere quel periodo proprio constatando, a vent’anni di distanza, che quello che allora era ritenuto un gruppo pressoché nella media oggi farebbe strappare i capelli a tutti.

 

 

2 commenti leave one →
  1. weareblind permalink
    31 dicembre 2017 14:25

    Che lavoro che fate! Non me ne piace uno. Auguri!

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Trackbacks

  1. Avere vent’anni: aprile 1998 | Metal Skunk

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