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IMPALED NAZARENE – Road To The Octagon (Osmose)

22 dicembre 2010

Non è facile recensire un album di uno dei propri gruppi preferiti. Si rischia di essere troppo severi o troppo indulgenti. Dopo il primo ascolto ero rimasto deluso. Ma poi non sono riuscito più a toglierlo dallo stereo, e a un certo punto stavo arrivando a metterlo nella playlist di fine anno. As usual, la verità sta nel mezzo. Road To The Octagon è semplicemente un buon disco di routine degli Impaled Nazarene; forse una delle loro produzioni meno interessanti ma un buon disco. Da una band che sta celebrando il ventennale con l’undicesimo full-lenght in studio non è che ti puoi aspettare un capolavoro a tutti i costi, soprattutto da chi di capolavori in passato ne ha sfornati con una continuità incredibile, dall’apoteosi black metal atipica e personalissima di Ugra-Karma alla violenza inarrestabile dello spettacolare Rapture fino alla maturazione raggiunta con il non meno devastante Absence Of War Does Not Mean Peace. E continuano a non fare mai un disco uguale all’altro. Rispetto al precedente Manifest, un lavoro frammentario e non perfettamente a fuoco uscito al termine di un periodo nel quale il gruppo era andato pericolosamente vicino allo scioglimento, Road To The Octagon concilia in modo più coerente le diverse componenti che danno vita al sound degli ImpNaz. Nonostante siano oggi ridotti a un quartetto, dopo l’abbandono dell’axeman Jarno Anttila (che era l’unico membro originario rimasto insieme al cantante Mika Luttinen), le chitarre hanno guadagnato in protagonismo e gli elementi blackish hanno recuperato un ruolo predominante in brani che rimangono, come da tradizione, assai variegati, dall’assalto hardcoreggiante di Convulsing Uncontrollably alla  ipercatchy e thrashettona Under Attack, dall’epica e sinistra Tentacles Of The Octagon agli accenti doom della conclusiva Rhetoric Infernal. La produzione è forse un po’ troppo pulita. Il singolo Enlightenment Process, del cui video abbiamo parlato un po’ di tempo fa, mi aveva fatto comunque presagire di peggio. L’album non lascia troppe tracce ma scorre bene, ed è pur vero che i finlandesi non hanno più un cazzo da dimostrare a nessuno: hanno sviluppato uno stile unico e personalissimo, basato su uno spettro di influenze estremamente vasto che va dal death al black più classico, dal grind ai Motorhead, quindi ci sta che, dopo due decadi di carriera, si limitino a riciclare loro stessi in modo il più possibile dignitoso. Li ho rivisti dal vivo poche settimane fa, beh, restano una delle live band più formidabili della scena estrema. Scaletta delle grandi occasioni, per festeggiare i vent’anni a dovere: quasi tutto Suomi Finland Perkele e brani estratti perfino dalla demo Shemamforash. Questo non sarà il loro disco migliore ma tranquilli che non ce li siamo ancora giocati. E poi, dai, Natale non è Natale senza il nuovo degli Impaled Nazarene. (Ciccio Russo)

7 commenti leave one →
  1. nunzio permalink
    22 dicembre 2010 16:16

    E’ proprio vero: non è Natale se mancano gli ImpNaz!

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  2. Bergthron permalink
    23 dicembre 2010 00:56

    Peccato per la scelta dei suoni, sopratutto quelli della batteria.

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