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Avere vent’anni: MANOWAR – Louder Than Hell

29 aprile 2016

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C’è stato un tempo in cui prendevo i Manowar sul serio. Li prendevo sul serio solo da un punto di vista strettamente musicale e artistico. E c’è anche stato un tempo in cui i dischi dei Manowar erano prima di tutto dei dischi di heavy metal. Era facile, del resto, credere che questi signori fossero direttamente ispirati dagli dèi del metallo. Anzi, di fronte a brani come Blood of My Enemies o Heart of Steel, che da soli riassumono un po’ le due anime dei newyorkesi, nessuno sarebbe stato legittimato a pensarla diversamente. Oggi i dischi dei Manowar sono prima di tutto ‘dischi dei Manowar’ e solo in un secondo momento dischi di heavy metal. Ancora oggi li prendo sul serio ma da un punto di vista completamente diverso. Come già detto altrove, oggi non mi chiedo più come facciano le navi spaziali a bruciare nel vuoto cosmico e allora li prendo per quello che sono, per lo spirito che incarnano, per il loro essere anacronistici, per la fede nella quale ci chiedono di credere e perché riescono a riconnettermi continuamente col me stesso bambino, facendomi ricordare che un tempo anche io sono stato ingenuo e puro. Per questo semplice motivo, anche per non diventare una persona arida, ho bisogno di sentirmi ancora legato ai Manowar e all’heavy metal, a quel tipo di heavy metal, e di andarli a vedere dal vivo almeno una volta all’anno in qualsiasi parte dell’Europa si trovino. The Triumph of Steel fu l’ultimo grandissimo album di Joey ed Eric ed uscì, è sempre bene ricordarlo, dopo quello che probabilmente è il loro capolavoro assoluto, Kings of Metal, che a sua volta inseguiva una discografia impeccabile che aveva avuto dei picchi di gloria totale. All’epoca di The Triumph era davvero piccolo e non ho vissuto lo stordimento che colpì tutti i veri fan che ne scartarono la confezione ma, qualche anno dopo, sarò abbastanza grande per prepararmi a vivere la stessa sensazione con Louder Than Hell.

manowar-louder-than-hell-119886Esattamente 20 anni fa, il 29 aprile 1996, negli USA gli stereo dei giovani metallari americani scoppiavano all’unisono a causa di Return of the Warlord; l’eco di questa deflagrazione arriverà in Europa qualche tempo dopo e quando l’onda d’urto giunse mi trovò pronto ad assorbirne l’impatto. All’epoca possedevo e avevo amato e consumato tutta la precedente discografia dei Manowar e, ancora ingenuo, ero pronto a ricevere la mazzata finale, non rendendomi conto, invece, che sarebbe stato umanamente impossibile dare seguito ai due album precedenti mantenendo quella stessa tensione e qualità. Dalla prima sessione di ascolti totalizzanti ne uscii confuso, deluso e da quel momento i miei rapporti con i Manowar si freddarono. Il divorzio si completò quando, qualche tempo dopo, vendetti Into Glory Ride, perché le cose cambiano e quelle mutande di pelliccia cominciavano a diventare improvvisamente un qualcosa di imbarazzante. La storia d’amore era finita; decisi che non avrei comprato più dischi dei Manowar e che non sarei mai andato a un loro concerto perché sono sempre stato molto permaloso e non mi andava di farmi prendere in giro. Ma come tutte le grandi storie di passione che lasciano i loro strascichi e che non finiscono mai veramente, mi ritrovai qualche anno dopo a rivalutare Louder Than Hell, nonché a riconsiderare il mio folle gesto di amante tradito.

Scoot-ColumbusCon l’avanzare dell’età si apprezzano e si comprendono meglio le cose basilari. Capii, dunque, che avevo frainteso tutto: la difesa dell’identità metal, la brotherhood del metal e tutte queste cose qui erano valori essenziali, quasi primordiali ai quali nessuno fino a quel momento era stato in grado di dare senso compiuto e vita con la stessa convinzione. L’universo immaginario dei Manowar era qualcosa di palpabile e travalicava la dimensione poetica o fantasy. Ma capii anche che tutto questo corredo di intenzioni andava fatto nuovamente mio cum grano salis con, cioè, la dovuta sospensione dell’incredulità. Compresi che anche Louder possedeva in sé dei brani bellissimi e pazienza che la restante metà del disco non fosse all’altezza, pazienza che la loro parabola artistica fosse in irreversibile fase discendente e pazienza che i dischi successivi sarebbero stati sempre meno heavy metal e sempre più ‘Manowar’. Forse era questo il più corretto punto di vista, almeno il più corretto se contestualizzato a ciò che erano diventati; la faccenda da quel momento in avanti andava letta con una diversa chiave d’interpretazione, che poteva essere quella della fede in un mondo migliore, ma anche qualcosa di più semplice ancora: it’s more than our religion, it’s the only way to live. È per questo che oggi, insieme ai miei fratelli del vero metal, con un approccio leggero e scanzonato ma allo stesso tempo ‘serissimo’, assumo la mia dose annuale di Manowar on stage, ed allo stesso modo per far addormentare mia figlia la sera le canto Gates of Valhalla, Kingdome Come o Courage, con la speranza nel cuore di poterle trasmettere qualcosa di buono e sano e con l’augurio che possa conservare ingenuità e purezza il più a lungo possibile. (Charles)

10 commenti leave one →
  1. Cattivone permalink
    29 aprile 2016 14:37

    Ho conosciuto i Manowar e cominciato veramente ad apprezzare il Metal con questo disco.
    Non uno dei loro lavori piú riusciti (tutt’altro), ma ci sono profondamente legato.
    Brothers of Metal will always be there / standing together with hands in the air.

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  2. weareblind permalink
    29 aprile 2016 18:19

    The Triumph of Steel fu l’ultimo grandissimo album di Joey ed Eric ed uscì, è sempre bene ricordarlo, dopo quello che probabilmente è il loro capolavoro assoluto, Kings of Metal, che a sua volta inseguiva una discografia impeccabile che aveva avuto dei picchi di gloria totale. Ecco, hai detto tutto. Ma proprio tutto.

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