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Avere vent’anni: MELVINS – Stag

28 luglio 2016

melvins_stag

Spiriti affini si trovano dove mai verrebbe in mente di andare a cercare. Come i Manowar, i Melvins sono in giro da più tempo di quanto la maggior parte dei loro fan ricordi (molti dovevano ancora nascere). Come i Manowar pare stiano lì da sempre. Sono parte del panorama, in un certo senso. I gruppi si sciolgono, alcuni tornano insieme dopo decenni, altri si formano, si sciolgono poi tornano insieme; intanto i Melvins sono sempre lì, non se ne sono mai andati. Come i Manowar, i Melvins hanno ispirato legioni di band, ma nessuna che sia arrivata anche solo a sfiorarne parte dell’essenza: restano un pianeta a parte, puoi intravederlo con qualche telescopio ma col cazzo che ci arrivi. Come i Manowar, i Melvins suonano una musica che sembra provenire da qualche galassia lontana: colossale, reboante, respingente, spesso sgradevole, eppure irresistibile una volta sfondata l’ultima sacca di resistenza. Penetra nell’ipotalamo, diventa parte del corredo cromosomico, li abbia scoperti venti anni fa o l’altroieri: da lì non si levano. Come i Manowar, pure i Melvins in ogni disco infilano almeno un paio di pezzi inascoltabili: matematicamente, quando meno te l’aspetti, ecco servita a tradimento la loro Violence and bloodshed (moltiplicare per X in caso di dischi particolarmente brutti – è successo a entrambi). Entrambi hanno in catalogo nel merch almeno una maglietta con stampata su un’aquila gigantesca che genera fratellanza quando va bene, imbarazzo, confusione o attira schiaffi quando va male. Entrambi sono usciti su major per un periodo più o meno limitato nel tempo.

Stag è l’ultimo disco dei Melvins su major. C’erano arrivati in parte grazie al lasciapassare di Cobain – che in fase di scollegamento mentale già avanzata farà comunque in tempo a produrre mezzo Houdini prima di disconnettersi definitivamente – in parte perché quella era l’aria che tirava: chitarre distorte, guardaroba da taglialegna o benzinaio, capelli lunghi bisunti, copertine strane = passaggio garantito nel tritacarne corporate, lo scenario di allora una via di mezzo tra il canto delle sirene e il patto tra Mefistofele e Faust. Sicura spremitura, data di scadenza da stabilirsi. La differenza rispetto a oggi è che allora l’anima aveva un prezzo mediamente più alto, venderla fruttava più di quattro luridi spiccioli, gli intermediari erano molti meno e potevi permetterti di parlare chiaro e avere dei nemici. Soprattutto, il concetto di major nel bene e nel male ancora aveva un senso. Comunque i Melvins in prima dureranno poco. Come i Manowar.

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Quando è uscito la reazione generale è stata “eccone un altro“, o qualcosa del genere. Non ricordo una sola recensione dove abbia letto qualcosa di circostanziato al riguardo che andasse oltre Stag è questo è quello. Con una fucilata Cobain non si era solo fatto esplodere il cranio; era saltato in aria un intero sistema di valori e raccogliere i pezzi si stava rivelando più complicato del previsto. Talmente complicato che nulla è più tornato a essere com’era. Certo i dischi continuavano a uscire, ma per quanto altro tempo ancora? Inoltre, bisognava ascoltarli. Un amico avrebbe finalmente comprato Stag un anno dopo l’uscita; me lo feci prestare in cambio di Aftertaste degli Helmet. Funzionava così: si comprava i dischi a turno, poi ce li si passava. A lui Aftertaste fece cagare; io passai settimane, forse mesi (non ricordo ora) incagliato sul primo pezzo, The bit. È il pezzo dei Melvins che più di ogni altro mi è entrato nel corpo, come una trivella in grado di perforare il cemento armato. Il più ipnotico, il più maligno. Il più inesorabile. Il resto del disco scompare al confronto. Non ho cambiato idea, va ancora così: quando parte il loop, poi può andare avanti per ore, giorni. Ho passato anni a cercare di decifrare il significato del testo, ammesso che ne abbia uno. Poi ho deciso che in fondo non mi interessa, va bene così. Mi basta la prima frase del ritornello, la più chiaramente distinguibile: I’m alive. Fanculo i Pearl Jam. Ascolto dopo ascolto arrivo a crederci, via via sempre di più.

A volte credo davvero di essere un idiota. Altre diventa impossibile convincermi di non esserlo. Come quando ripenso a quante volte ho visto i Melvins dal vivo; succede più o meno ogni volta che torno a vederli. Ma ogni volta che torno a vederli e la fanno (succede quasi sempre) di colpo mi si chiariscono le idee, tutto torna a essere cristallino: ha perfettamente senso che io mi trovi lì, nelle orecchie l’eco di quei suoni, sempre gli stessi anno dopo anno, a sentire King Buzzo mugghiare un’altra volta quelle parole. I’m alive. (Matteo Cortesi)

3 commenti leave one →
  1. 28 luglio 2016 22:30

    Liked by 1 persona

  2. sergente kabukiman permalink
    29 luglio 2016 16:46

    cortesi che recensisce i melvins è la perfezione in un qualsiasi sito, anche quello della comunità di san Giorgio. è inutile cercare di decifrare i testi dei melvins, probabilmente tra i più criptici assieme a quelli dei clutch e dei pantera.Però non si può tralasciare un pezzo come skin horse, incredibile nel suo riuscire ad essere desolante e triste dopo la parte finale che non verrebbe presa sul serio dal 95% dei metallari/persone in generale!ora aspetto le rece del resto della discografia, grazie.

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Trackbacks

  1. Avere vent’anni: settembre 1996 | Metal Skunk

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