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Avere vent’anni: settembre 1996

30 settembre 2016

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ABSCESS – Seminal Vampires And Maggot Men

Ciccio Russo: Freak Fuck Feast sarebbe piaciuta ai Darkthrone di oggi. I riff di Mud sono comunque meglio di quelli che trovate sul debutto dell’ennesimo clone dei Crowbar odierno considerato “promettente” dai blog americani. Per scrivere una Zombie Ward non devi essere proprio l’ultimo stronzo. All’epoca nessuno si filava gli Abscess, anzi, erano bersagliati da stroncature irridenti e crudeli. Chris Reifert era tornato nella fogna e aveva proseguito il discorso di Shitfun, con la differenza che ora, se da una parte non aveva più nulla da perdere, dall’altra aveva le idee molto chiare su cosa voleva fare. Considero gli Abscess uno dei gruppi più sottovalutati della storia del metal estremo. Anche Dawn Of Inhumanity, l’ultimo inciso prima della fortunata reunion degli Autopsy, era commovente. Seminal Vampires And Maggot Men è il disco migliore per iniziare a recuperarli.

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KING DIAMOND – The Graveyard

Ciccio Russo: Se tante vecchie glorie furono travolte dalla rivoluzione dei ’90 e impiegarono anni a rimettersi in piedi, a King Diamond capitò l’esatto contrario. Merito, in parte, dell’ondata black metal, i cui esponenti citavano continuamente Melissa e Don’t Break The Oath tra i loro album favoriti. Il cantante danese entra così nella fase più prolifica della sua carriera. Dal ’93 al ’96 escono tre dischi dei riformati Mercyful Fate e due album da solista: il secondo dei quali è questo The Graveyard, leggermente prolisso e sotto tono rispetto al precedente (di appena un anno) The Spider’s Lullaby ma sempre solido ed efficace. Per i fan sarà difficile resistere a zampate come Waiting o alle atmosfere tetre di Heads On The Wall. Io confesso di non far parte della categoria. Inoltre il derby privato per me lo vince Into The Unknown, quinto full dei Mercyful Fate, uscito appena il mese precedente.

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MORGOTH – Feel Sorry For The Fanatic

Luca Bonetta: I Morgoth sono una delle tantissime realtà death metal che non hanno raccolto quanto meritato. Potrei citarne decine. Pensate ai Merciless, tanto per dire. Partiti in quarta con due ep spettacolari e due ottimi full-length, i tedeschi non sono mai usciti dallo status di band di culto nota a pochi eletti. E dire che, all’epoca, non c’erano molti gruppi capaci di tener loro testa, perlomeno nel teutonico suolo natio. Sarà il non essere stati cagati di striscio da buona parte della scena o chissà cos’altro, nel ’96 i nostri ragazzoni decisero di dare una svolta con questo terzo album e il risultato fu sconfortante. Metal Archives definisce questa come la “fase industrial-rock”, io la chiamerò in modo più amichevole “fase della droga”. Ma non quella droga che ti rende gioioso e che in un certo senso aumenta pure la tua creatività, no, mi riferisco a quelle sostanze che ti riducono il cervello a un cumulo di merda fumante, perché non mi spiego altrimenti come sia possibile mettere insieme ‘sta roba. Per farvi capire, sembra di sentire i Killing Joke che prendono per il culo loro stessi; pezzi di una sciatteria scandalosa, privi di mordente e fondamentalmente imbarazzanti. Meno male che, dopo lo scioglimento e la recente reunion, i Morgoth sono tornati sui loro passi con il dignitoso Ungod. Feel Sorry For The Fanatic compie vent’anni questo mese, vent’anni buttati nel cesso, letteralmente.

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DIO – Angry Machines

Ciccio Russo: I più giovani tra voi si saranno avvicinati a Ronnie James Dio durante il ritorno al classico partito nel 2000 con il piacevolmente nostalgico Magica. O addirittura con il, per me splendido, disco degli Heaven and Hell. Negli anni ’90, però, pure la buonanima tentò, seppure in maniera più cauta di, che so, Rob Halford o Danzig, di accostarsi alle nuove tendenze. Per quanto non del tutto disprezzabile, Angry Machines è probabilmente il nadir della carriera di Dio. Viene confermata la formazione di Strange Highways, compreso quindi il chitarrista Tracy G, che aveva portato un tocco più moderno. Parlare di “panterizzazione” sarebbe esagerato ma il disco è troppo buttato sui mid-tempo e i riff stoppati ed è noiosetto e poco ispirato a prescindere da ciò. Qualche anno dopo, con una nuova line-up e il boom del power che aveva riacceso l’amore per determinati suoni, Ronnie colse la chance di godersi una seconda giovinezza.

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OBSCENITY – The 3rd Chapter

Ciccio Russo: The 3rd Chapter si fece notare soprattutto per l’iniziale Disgrace Over You, che ha chitarre da death di Goteborg e una soave voce femminile mischiate a quelli che i giovani d’oggi chiamerebbero “breakdown” (sempre con la voce femminile, attenzione). Il resto del disco si mantiene quasi tutto su binari più canonici e cruenti ma mantiene un certo gusto melodico nei riff, codificando quel sotto-sottogenere che è il melodic brutal teutonico. Gli Obscenity saranno pure un gruppo di seconda fascia, e quindi non degno di essere interpretato da Fabrizio Frizzi (cit.), ma, se ci pensate, la maggior parte dei gruppi death crucchi della generazione successiva suoneranno più o meno come loro. The 3rd Chapter è carino riascoltato anche oggi e gli Obscenity si sono sempre mantenuti su livelli discreti ma, in qualche modo, confermano la mia convinzione secondo la quale il death metal non è mai stato un genere nelle corde dei tedeschi.

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CROWBAR – Broken Glass

Enrico Mantovano: Broken Glass non è solo il miglior album dei Crowbar ma è anche uno dei dischi più pesanti nella storia dei dischi pesanti. Il sound sembra forgiato direttamente nelle miniere di Moria, eventualità peraltro non improbabile data la sospetta somiglianza tra il mastermind Kirk Windstein e il nano Gimli.  In trentotto minuti di furia ciclopica, i Crowbar costruiscono una cattedrale sonora fondata sui Black Sabbath e sorretta da Melvins e Black Flag. Le influenze southern attenuano appena il marciume di un blues cupo, sgraziato e soffocante, suonato come se il mondo dovesse liquefarsi da un momento all’altro. La quintessenza dello sludge.

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DEMONIAC – Stormblade

Ciccio Russo: Dai Sadistik Exekution in poi, i gruppi estremi provenienti dall’Oceania sono sempre stati tendenzialmente blasfemi, casinari e pazzoidi. I Demoniac arrivavano dalla Nuova Zelanda. Stormblade – suonato e registrato coi piedi – era il loro secondo disco e, ascoltato oggi, fa un po’ tenerezza. L’intenzione era probabilmente quella di fare un qualcosa di melodico e ricercato ma, se hai la terza elementare, hai la terza elementare. Red Light potrebbe essere pure interpretata ex post come un prodromo pitecantropo dei Children Of Bodom. Però c’è anche roba come gli allucinanti strillacci in falsetto della title-track o la delicatissima Niggerslut, il cui ritornello fa: HEY MOTHERFUCKER! HEY COCKSUCKER! Ero stato tentato dal comprarlo alla svendita della Nosferatu Records perché la copertina con il centauro e l’amazzone che cavalca il caprone mi piaceva tantissimo. Si sciolsero nel 2000 dopo altri due lp buttati ulteriormente sui riff power ma altrettanto maldestri.

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INFERNO – Utter Hell

Ciccio Russo: Siccome al di fuori della Scandinavia usciva roba come i suddetti Demoniac, i nordici si trovavano nella condizione di poter tirare su side-project con gli scarti dei loro gruppi principali e far uscire comunque qualcosa di accettabile e superiore alla media della monnezza che veniva pubblicata a quintali in anni nei quali il black metal era diventato un fenomeno commerciale consolidato e inarrestabile. Negli Inferno c’erano Aggressor degli Aura Noir, il batterista dei Beyond Dawn, un loro amico al basso e un ubriacone al microfono che aveva scelto l’ameno pseudonimo di Hazardous Pussy Desecrator. Persi progressivamente i pezzi grossi come Dark Tranquillity, Rotting Christ e Marduk, la Osmose iniziò a buttarsi sempre più sul revivalismo speed/thrash ignorante e sguaiato. Dischi come Utter Hell, per quanto mi piacessero già all’epoca le cafonate venomiane, venivano però depennati a prescindere dalla lista degli acquisti ed erano pure difficili da recuperare col tape trading perché dovevamo tutti tenerci i soldi per i vari Millennium, Passage, None So Vile, Dusk And Her Embrace eccetera.

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FRANCO BATTIATO – L’Imboscata

Charles: L’Imboscata, insieme al successivo Gommalacca, è l’album che meglio rappresenta la produzione degli anni ’90 del Maestro. Lo scarso successo del precedente L’ombrello e la macchina da cucire, disco con cui inizia il sodalizio artistico col filosofo Manlio Sgalambro (presente anche in copertina) che si sostituirà a Battiato nella scrittura dei testi, fa nascere nell’artista il desiderio di essere maggiormente comunicativo e semplice, ma anche più rock. Addirittura, come citato in Soprattutto il Silenzio di Annino La Posta, Battiato dirà: “Ho usato batteria, basso e chitarra, come un gruppo metallaro, perché ero alla ricerca di energia, di musica che mi facesse muovere“. Le chitarre che, dopo i versi in greco antico di Eraclito recitati dallo stesso Sgalambro, attaccano nella splendida Di Passaggio ci fanno ricordare di che pasta è composta la sua musica, da sempre mix di prog, rock, pop e musica leggera nonché elettronica, soprattutto negli ultimi anni. Potremmo parlare all’infinito sul senso dei testi e sulla ricerca che vi è dietro ma finiremmo per annoiarvi e non ce ne sarebbe neanche bisogno perché la potenza comunicativa di questo disco, perfetto risultato delle intenzioni dell’autore, sta proprio nell’essere accessibile pur se si è all’oscuro del substrato di significati, anche perché a volte “sotto la superficie dell’immediatezza si nascondono spessori differenti” mentre “dietro a canzoni pretenziose, che mirano in alto, spesso c’è la pochezza”. Oltre alle più famose Strani Giorni, col suo doppio livello narrativo (il video che accompagna la canzone è opera di Enrico Ghezzi), e La Cura, il cui tema è l’amore concreto non idealizzato, contiene altri brani stupendi tipo, presi a caso dal mazzo, …Ein Tag aus dem Leben des kleinen Johannes, cantato quasi tutto in tedesco e ispirato alla figura di Johann Buddenbrook, con frasi tratte dal testo originale e con la partecipazione di Giovanni Lindo Ferretti, Ecco com’è che va il mondo e Amata Solitudine. Il disco del cambiamento che si concretizzerà definitivamente nell’indiscusso capolavoro successivo.

7 commenti leave one →
  1. fredrik permalink
    1 ottobre 2016 09:05

    anche gli obscenity sono da annoverare tra gli ingiustamente sottovalutati…. per quanto concordi che non sono un gruppo di punta a me son sempre piaciuti nel loro equilibrio tra classicità death, qualche episodio più brutale e sprazzi di melodia. adesso vi saluto che da buon filogermanico faccio colazione a bratwurst.

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  2. Ranx permalink
    1 ottobre 2016 10:45

    Ciccio, le uscite speed-black ( o come si diceva una volta, black-death-thrash) della Osmose meriterebbero uno speciale a parte.

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  3. sergente kabukiman permalink
    2 ottobre 2016 16:56

    tra broken glass e “sonic..” non saprei proprio qualche scegliere

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