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Il derby di New Orleans: CROWBAR e EYEHATEGOD

7 agosto 2014

Crowbar-Symmetry-In-Black-coverSymmetry In Black è, com’era prevedibile, più solare e rilassato del doloroso Sever the wicked hand, che era stato il lacerante diario della disintossicazione dall’alcol di Kirk Windstein. È quindi la serenità fatalista di un uomo di mezza età che è appena riemerso ragionevolmente pacificato da un mare di merda che anima, fin dal titolo, un brano come Walk with knowledge wisely. Una rassegnazione torpida che è filosoficamente southern. Ci sono picchi altissimi, come l’ammaliante Reflection of deceit, ma la scelta di tenere quasi sempre il piede sollevato dall’acceleratore (anche nei momenti più aspri, come la celticfrostiana Ageless decay) causa qualche sbalzo di tensione. Manca un pezzo incazzato alla Cemetery angels piazzato a metà, insomma. Un calo di adrenalina, dopo una fase tormentata e, proprio per questo, più creativa, era fisiologico. È perché i Crowbar sono sempre riusciti a tenersi su livelli alti (un loro album a caso si mangia il 95% di tutto quello che continua a tracimare da una corrente come lo sludge, diventata inflazionatissima in tempi in cui non esistono più vere tendenze) che un gradevole lavoro di routine come Symmetry In Black finisce per suonare un po’ spento. E, dopo quasi venticinque anni di carriera pressoché impeccabile, non è una tragedia. Per la cronaca, al basso non c’è più da un annetto l’ex Goatwhore (a proposito, dovrebbe essere uscito il nuovo) Pat Bruders, rimasto ad ogni modo nei Down. Al suo posto tale Jeff Golden.

 

eyehategodMenestrelli acidi del degrado e della disperazione, i redivivi Eyehategod, invece, stanno sempre malissimo. Sin dalle suggestioni religiose della copertina, questo album omonimo, che il batterista Joey LaCaze è riuscito a incidere prima di morire, riprende il discorso dove era stato sospeso quattordici anni prima con Confederacy of ruined lives. Una cattiveria più lucida, meno smarrimento e desolazione. Tradotto in musica: tempi meno dilatati e schizzi di acido in faccia hardcore un po’ più frequenti. Restano imbattibili nel gettare una cappa di negatività sull’ascoltatore tale da riuscire, se lo stato d’animo è propizio, quasi disturbanti. Quitter’s offensive e Medicine noose restano incise nella carne. E sono ferite che si infettano. Gli Eyehategod continuano a costituire un’esperienza che non si passa liscia dal punto di vista emotivo, il che credo sia il più bel complimento si possa far loro. Per esempio, qualche giorno fa è entrato in camera Trainspotting mentre ascoltavo ‘sto disco e mi ha chiesto di cambiare perché esprimeva troppo disagio. E agli Eyehategod non si chiede davvero altro. Il derby di New Orleans, quindi, se lo aggiudicano loro.

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