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Frattaglie in saldo #33: gli avanzi del cenone (parte I)

2 gennaio 2018

DESULTORY – Through Aching Aeons

Autori di due piccoli classici del death svedese d’annata come Into Eternity e Bitterness, i Desultory persero la trebisonda nel 1996 con il mediocre Swallow The Snake, tentativo maldestro e irrisolto di rincorrere la moda death’n’roll inaugurata dagli Entombed di Wolverine Blues. I tre membri superstiti della formazione originale (il chitarrista Stefan Pöge aveva mollato dopo Bitterness) proseguirono, con scarso successo, su quella strada con un nuovo progetto denominato Zebulon, fino all’obbligatoria reunion del 2010 con il discreto Counting Our Scars.  Through Aching Aeons esce a sette anni dal predecessore. Una lunga pausa dovuta, banalmente, alla difficoltà di conciliare gli impegni musicali con lavoro e famiglia, che ha spinto i Desultory ad appendere gli strumenti un’altra volta. L’album è uscito, di fatto, a gruppo già sciolto ma è un bel canto del cigno: un ottimo disco di genere che non aggiungerà niente a quanto detto da un filone fin troppo affollato ma saprà riscaldare i cuori dei nostalgici, tra veementi cavalcate in doppia cassa e desolati interludi acustici. Speriamo ci ripensino.

GOATWHORE – Vengeful Ascension

Ritrovo invece un po’ spompati i Goatwhore, dei quali mi ero perdutamente innamorato ai tempi del terzo lp Carving Out The Eyes Of God, quando, lasciatisi alle spalle gli ingenui esordi, si erano inventati una miscela corrosiva e personalissima di black, death, hardcore e sludge, in onore alla tradizione sonica della loro New Orleans. Un picco mai pareggiato, dopo il quale ogni loro album era sempre stato leggermente inferiore al precedente. Fino ad arrivare a questo sbiadito Vengeful Ascension. Sarà la scelta di puntare su tempi più lenti e atmosfere tetre non troppo nelle loro corde, sarà la mancanza di un singolone trainante come era stato Baring Teeth For Revolt su Constricting Rage Of The Merciless, sarà una produzione un po’ leggerina, ammetto di essermi annoiato. Avere come maggior pregio un sound originale nel lungo periodo non basta.

DÉLÉTÈRE – Per Aspera Ad Pestilentiam

Le grandi pestilenze che decimarono gli europei nei secoli bui sono sempre state, giustamente, fonte d’ispirazione per gli adepti del metallo più anti-umano. In attesa che un gruppo nostrano dedichi un concept alle scene più macabre dei Promessi Sposi, godiamoci il nuovo ep dei Délétère, interessantissimo duo del Quebec che un paio d’anni fa aveva suscitato parecchia curiosità con il notevole esordio Les heures de la peste. Per Aspera Ad Pestilentiam prosegue il discorso con un songwriting più ragionato e, forse proprio per questo, meno suggestivo. Mi ricordano un po’ i vecchi Abigor per la disinvoltura nell’alternare registri differenti, un quoziente tecnico piuttosto elevato per il genere (belli i duetti tra le chitarre) e il tetro afflato epico, tra cori dal sapore folk e tastiere mai invadenti. Consigliato ai lettori più ipocondriaci che, colpiti dall’influenza, potranno su queste note fantasticare di essere vittima di chissà quale pernicioso malanno medievale.

DECREPIT BIRTH – Axis Mundi

Non esattamente tra le band più prolifiche del mondo, i Decrepit Birth tornano a sette anni da Polarity con una line-up rinnovata per metà (il chitarrista Matt Sotelo, tuttavia, continua a fare gran parte del lavoro da solo). La solfa, però, è sempre quella: brutal death ipertecnico con qualche buon spunto nei momenti più melodici e ariosi (il midi synth, alla fine, non è manco usato male) che viene però subito soffocato in una ridda di cambi di tempo, accelerazioni fulminee, assoloni pirotecnici, le immancabili citazioni dei Death (Ascendant) e scappellamenti a destra vari. Ora, non è che io non tolleri questo genere per principio. Portals To Canaan dei Deeds Of Flesh, per esempio, mi era piaciuto tantissimo. Ma qua non c’è groove, non ci sono pezzi, non c’è logica se non il voler dimostrare quanto si è bravi con lo strumento. Non so, magari tra voi c’è un sacco di gente che attendeva con ansia Axis Mundi ma io, perdonatemi, dopo cinque minuti mi ero già rotto le palle.

POWER TRIP – Nightmare Logic

I Monster Magnet non c’entrano: trattasi di un incazzatissimo gruppo thrash giunto al secondo album su Southern Lord dopo un debutto nel 2013, Manifest Decimation, che fu accolto in maniera piuttosto calorosa dalle schiere di orfani del metallo battente che fu. I Power Trip si tengono in bilico tra nostalgie anni ’80 (Demolition Hammer e Testament su tutti) e l’approccio più moderno di Warbringer e compagnia. Personalmente, apprezzo questo genere di revival se declinato in maniera più ignorante e oltranzista ma Nightmare Logic rimane un bel dischetto, gagliardo e impetuoso, al netto di qualche colpo a vuoto qua e là, e mai inutilmente dispersivo (si supera a stento la mezz’ora di durata). Giusto i suoni, forse, non sono proprio quelli adatti.

ANASARCA – Survival Mode

A furia di incidere dischi con titoli iettatori, e anche un po’ ripetitivi, come Dying e Moribund, i sottovalutati Anasarca, mio gruppo death crucco feticcio, avevano finito per portarsi sfiga da soli e scomparire nel nulla. Survival Mode esce a tredici anni dal predecessore e anche qua il titolo sembrerebbe voler mettere le mani in avanti. Invece sono in ottima forma e continuano a suonare quella sorta di “brutal death melodico” ritmatissimo e, a modo suo, acchiappone che caratterizza la scena teutonica a partire dagli Obscenity. Un approccio thrash che è diretta emanazione delle vecchie glorie nazionali degli anni ’80 e garantisce la giusta dose di scapocciamento. Randellate come Blue John e 571 sanno ancora fare malissimo. Pesanti, sostanziosi e unti come un currywurst con un mucchio di patatine a una fermata della S-Bahn. 

EXTREMITY – Extremely Fucking Dead

Extremely Fucking Dead è uno dei migliori esordi in campo death metal venuti fuori lo scorso anno dagli Usa e non lo ho citato in playlist manco tra le menzioni onorevoli solo perché lo ho scoperto troppo tardi. Negli Extremity ci sono parecchie vecchie conoscenze, come Aesop Dekker dei Vhol, che fu l’ultimo batterista degli Agalloch, e Marissa Martinez, passata in Cretin, Repulsion ed Exhumed. Cinque pezzi più intro di death cupo e purulento con doppio assalto vocale e un bel lavoro delle chitarre. I numi tutelari di turno sono palesemente gli Autopsy, tra rallentamenti catacombali, stacchi hardcore e qualche azzeccata apertura melodica (Bestial Destiny). Produce la 20 Buck Spin, che conferma il suo ottimo fiuto. Da avere. (Ciccio Russo)

5 commenti leave one →
  1. 2 gennaio 2018 13:50

    Il tracollo dei Goatwhore è stato un duro colpo, mannaggia…

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  2. amedeosturati permalink
    2 gennaio 2018 16:54

    Ma che tracollo? É un onesto disco di black/trash nel loro stile. Cioé io sono sicuro che sto disco lo avrai ascoltato 1 volta e mezzo e ne stai giá sputando veleno.

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  3. 2 gennaio 2018 20:40

    “Consigliato ai lettori più ipocondriaci che, colpiti dall’influenza, potranno su queste note fantasticare di essere vittima di chissà quale pernicioso malanno medievale”
    geniale!
    …cos’è il genio (ecc.ecc.)? (cit. Arch. Melandri)

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