DESULTORY – Counting Our Scars (Pulverised)

Che gran gruppo i Desultory. Death metal svedese bello zozzo alla vecchia, chitarre a zanzara come se piovesse, residenza fissa al Sunlight Studio e testi da quindicenne preso male da far sembrare i Godsend inguaribili buontemponi. Formatisi in pieno boom del genere, quando sembrava che praticamente ogni svedese capellone avesse deciso di prendere in mano la chitarra e ruttare al microfono, arrivano a incidere su Metal Blade un attimo prima che l’interesse per la scena (europea e non) cominciasse lentamente a scemare; nell’arco di poco più di dodici mesi sfornano due album, Into Eternity e Bitterness, che diventano istantaneamente due classici minori (il secondo ha pure la copertina di Necrolord), poi lo scisma. Il chitarrista Stefan Pöge esce dal gruppo, gli altri cambiano il logo e decidono di diventare una specie di ibrido tra i Corrosion of Conformity però svedesi e gli Entombed di Wolverine Blues ma con un vocalist a cui sembra siano rimasti incastrati i testicoli nella fresatrice: è il 1996, l’anno di Load del resto, tutti rockettari, i baffi a manubrio e l’ombelico flaccido e il death metal è quanto di più passè si possa immaginare (a meno che non suoni come un clone subnormale dei Fear Factory di Demanufacture). Il disco si chiama Swallow the Snake. Se chiedete in giro, chi se ne ricorda ve ne parlerà come di una porcata invereconda dalla bruttezza impossibile da immaginare. Io lo adoro, al punto di averlo comprato due volte: la prima in cassetta poco dopo l’uscita, la seconda in CD a un banchetto del Gods of Metal 2005 (o era il 2004, non ricordo più bene) sotto gli occhi di uno sgomento Ciccio Russo che mi compativa come se si fosse trovato di fronte alla persona con i gusti musicali peggiori della Terra (e forse era davvero così). Del resto, la prima volta che ho ascoltato Before today, beyond tomorrow su un sampler scrauso della Metal Blade non riuscivo io stesso a credere alle mie orecchie: era senza alcun dubbio uno dei pezzi più strani che avessi mai sentito, maldestro, randomico e senza capo né coda, arrancante con cieca fede herzoghiana incontro a un’indecifrabile idea di “commerciale” che esisteva solo dentro le loro teste. Incredibly strange music allo stato puro. E tutto il disco era così, una corsa a perdifiato verso l’abisso, un gesto tra i più radicali mai intercettati in anni in cui il metal era ancora qualcosa di vivo e mutevole e problematico, e pure esisteva un concetto quale “evoluzione” che poi quasi sempre portava a incidere dischi letteralmente allucinanti, al di fuori di ogni costrutto, al di là del bene e del male, puntualmente rigettati dai fan e bellamente ignorati dal resto del mondo. Che è poi quanto puntualmente accade: Swallow the Snake è un disastro su tutta la linea, quei pochi fan che erano rimasti voltano le spalle schifati al gruppo, a tutti gli altri non potrebbe fregare di meno.
Però loro resistono: abbandonata la ragione sociale Desultory si reincarnano in Zebulon e continuano a fare quel che avevano soltanto abbozzato in Swallow the Snake: uno stoner metal schizzatissimo e totalmente fuori dalla grazia di Dio che si ricollega idealmente a quanto già tentato dai Carcass di Swansong e soprattutto dai Blackstar di Barbedwire Soul. Logico che a pubblicare i loro dischi (l’ottimo Volume One del 2001 e il più canonico ma sempre cazzuto Troubled Ground del 2004) si faccia avanti una simpatica etichetta di nome I Used to Fuck People Like You In Prison (spero non sia necessaria la traduzione) con una spiccata preferenza per il lato più marcio e putrido di certo rock’n’roll strafottente e prevaricatore.
Poi più nessuna nuova, almeno fino a pochi mesi fa quando torna fuori il vecchio logo puntuto e facendo finta che quindici anni non siano mai passati (Stefan Pöge resta comunque fuori dal gruppo) i Desultory senza la minima punta di vergogna pretendono di ripartire da dove Bitterness era terminato, un patetico e non richiesto tentativo di revisionismo fuori tempo massimo che porta il nome di Counting Our Scars e che, con il suo tristo karaoke death metal “di una volta” tutto autocitazioni fiacche e sciatte e la solita sempre più indigesta motivazione di fondo che si potrebbe facilmente riassumere in “datece li sordi”, le “cicatrici” ci fa venire voglia di procurarle noi a loro.
(Matteo Cortesi)

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