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Avere vent’anni: DESULTORY – Swallow The Snake

27 ottobre 2016

1836

Le avvisaglie, a volerlo dire, c’erano. Ma con il senno di poi tutto è più facile da capire, si sa. E ad onor di cronaca bisogna dire che Bitterness era un disco che spaccava e che spacca tutt’ora. Ad avercene, oggi. Però era anche l’inizio di un’epoca che avrebbe travolto tutto e tutti, e portato ad aberrazioni come la carriera degli In Flames post-The Jester Race e il decadimento totale dei Dark Tranquillity da The Mind’s I in poi. Quella del cosiddetto death melodico svedese. La cosa che mi fa più incazzare di tutto ciò è che alcuni, tra le generazioni più recenti, imputano queste aberrazioni addirittura a Slaughter of the Soul che sì, conteneva una vena melodica che è sempre e comunque stata nelle corde degli At The Gates, ma che proprio non c’entra un cazzo con roba come Colony o Projector, dischi chiaramente votati alla ricerca piaciona del grande pubblico e che non hanno la stessa disperazione e senso di urgenza del capolavoro di Tompa Lindberg e soci. Ma non vi preoccupate, ben di peggio era già stato fatto dai Desultory con l’immondo Swallow The Snake, uno degli atti di nascita del cosiddetto death’n’roll, altro genere che trovò origine in Svezia e che faceva anch’esso della melodia uno dei suoi atout. Fu un’altra vera aberrazione che non perdonerò mai a gente come Entombed e, appunto, Desultory, colpevoli di avere iniziato il trend (e non pensate manco per un secondo che voglia includere l’epocale Wolverine Blues in questa lista). Da una parte Goteborg, dunque, con il melodeath e dall’altra Stoccolma, con il death n’ roll (mi da fastidio anche solo nominarli ‘sti generi).

Ad oggi non c’è un pezzo che sia uno che si salva, in Swallow The Snake. Ricordo quando Ciccio lo comprò ai tempi e gli demmo i primi ascolti. Forse non fummo così scioccati allora, visto l’andazzo che la scena stava prendendo. Io di certo non sbavai. L’impressione fu appunto una non-impressione, che se volete è pure peggio. E infatti, a parte in questi giorni e giusto per dovere di cronaca, non credo di avere ascoltato questo disco di merda durante tutti i vent’anni che qua celebriamo. È tutto sbagliato, qua. Riff sonnolenti, voce più pulita del solito e un senso di depotenziamento che fa constatare con tristezza quanto in basso questo gruppo importante della scena locale fosse finito. E infatti dopo questo non si fecero più vedere in giro fino al 2010, anno in cui uscì Counting Our Scars, che onestamente non mi sono mai nemmeno preso la briga di ascoltare, visto il precedente e il lungo lasso di tempo trascorso da esso. Off-topic ma nemmeno tanto: volete sentire qualcosa di originale e veramente valido uscito in quegli anni? Andate a ripescare Skycontact degli olandesi Phlebotomized. Quello sì fu il testamento di una band talentuosa che avrebbe dovuto raccogliere molto di più ma non lo fece. L’anno prossimo festeggia vent’anni pure lui, tra l’altro. (Piero Tola)

 

2 commenti leave one →
  1. fredrik permalink
    27 ottobre 2016 22:04

    classico disco di merda. bitterness ce l’ho in auto. ricordo l’intervista su grind zone, uno di loro assemblava telefoni alla ericsson, prima che venisse assorbita da sony…

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  2. Pepato permalink
    31 ottobre 2016 18:50

    Mah, gli In Flames sono stati ottimi fino a Colony e con Reroute to Remain hanno fatto un album un po’ paraculo ma in parte innovativo e molto bello, benché sia stata la loro condanna a morte. Projector invece per me è un capolavoro di equilibrio fra death melodico e clean vocals dark a-la Depeche Mode, come andava di moda in quegli anni lì. Anche loro poi si sono squagliati, ma Projector è uno dei miei dischi preferiti di sempre.

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