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Frattaglie in saldo #33: gli avanzi del cenone (parte II)

4 gennaio 2018

ENTRAILS – World Inferno

Jimmy Lundqvist, che ha abbondantemente superato i quarant’anni, sostiene di aver fondato gli Entrails nel 1990 ma di essere riuscito, causa destino cinico e baro, a pubblicare il primo disco solo nel 2010. Non essendovi testimonianze audio di attività preesistenti, detta così sembra un po’ una di quelle frescacce che raccontavano certi gruppi black metal d’antan per darsi un’aura più grim ma tant’è. World Inferno è il quinto, e forse migliore, full di una band che finora non mi aveva mai impressionato granché. Mi erano sempre sembrati un po’ ne carne né pesce, un piede nella vecchia scuola di Carnage e Grave, un altro nel ventunesimo secolo dei suoni posticci, come quelli che un po’ avevano rovinato il precedente Obliteration. Ora che Martin Schulman ha smesso di pubblicare un disco al mese, World Inferno si candida invece al podio 2017 del death svedese reazionario. C’è la cazzimma, ci sono i riff, ci sono i pezzi ed è tutto al posto giusto. Recuperatelo.

NECROT – Blood Offerings

Nati da una costola degli eccellenti Vastum (ci sono il bassista Luca Indrio e l’ex batterista Chad Gailey), i Necrot hanno cacciato un album che, ad averlo beccato in tempo, sarebbe molto probabilmente finito in playlist. Blood Offerings è uno dei migliori debutti usciti dagli Stati Uniti in campo estremo nell’anno appena trascorso. Otto irresistibili frustate death/thrash, un riff più devastante dell’altro, stop’n’go da svitarsi il cranio, buone intuizioni melodiche negli assoli e guizzi ai limiti dello svedese nei brani più cadenzati (Layers of darkness). Immaginatevi una versione meno trucida e reazionaria dei Jungle Rot e ci sarete vicini. Discone.

CONDOR – Unstoppable Power

I Condor vengono da Kolbotn, la cittadina norvegese che diede i natali a Fenriz, e suonano un indiavolato blackthrash sulla scia di vecchie glorie norvegesi come Nocturnal Breed e Aura Noir. Salvo le chitarre un po’ zanzarose e la voce scartavetrata di Christoffer Bråthen, di black, però, ce n’è pochino: siamo più dalle parti di gente come i Toxik Holocaust, ai quali i Condor sono forse pure superiori. Unstoppable Power, loro secondo album, è una vera bomba e si gioca con l’ultimo Power Trip la palma di miglior disco thrash del 2017: ritmi forsennati, cattiveria e ignoranza controllata. Non c’è manco un attimo di tregua e pure i suoni sono quelli giusti. Il demoniaccio in copertina ricorda paurosamente quelli che adornavano i cd dei Sadistik Exekution.

MUNICIPAL WASTE – Slime and Punishment

Sono contentissimo che i Municipal Waste esistano e abbiano avuto il successo che hanno avuto, distogliendo migliaia di ragazzini da djent, deathcore et similia e innescando una riscoperta del vecchio thrash (qua nella variante “crossover”, fatta di pezzi fulminei e hardcoreggianti, codificata dai vari D.R.I. e Nuclear Assault) che ha creato un revival qualitativamente composito ma che non può non far piacere a noi vecchi scoreggioni. Devo tuttavia ammettere che, proprio in qualità di vecchio scoreggione, il gruppo di Tony Foresta – che, insieme al bassista Land Phil, ha messo su un side-project grossomodo analogo, i non proprio fondamentali Iron Reagan – non mi ha mai fatto impazzire (almeno in studio, dal vivo sono irresistibili), più o meno per le stesse ragioni per le quali i film di Tarantino sono divertenti a livello epidermico ma non avranno mai l’anima delle pellicole di Lenzi o di Woo che li hanno ispirati. Slime And Punishment è un buon disco e fa il suo lavoro ma, pur avendomi preso bene di primo acchito, alla lunga ha finito per stufarmi. A questo punto credo sia un problema mio.

CENOTAPH – Perverse Dehumanized Dysfunctions

Cenotaph è da sempre uno dei moniker più gettonati dai gruppi death metal. C’erano quelli italiani, autori di Thirteen Threnodies, piccolo classico dell’underground tricolore degli anni ’90. C’erano quelli messicani, che spaccavano discretamente e dei quali possedevo pure un cd che, non so perché, mi rivendetti. E poi ci sono i delicatissimi Cenotaph turchi, in giro da oltre vent’anni, che con questo loro sesto lp si confermano gentiluomini ottomani d’alta classe. Voce sturalavandini, basso che ti rimbomba nelle budella, doppia cassa a rotta di collo, riff contorti, chitarre che – più che fischiare – gemono come maiali al macello. Questo genere di brutal death dopo un po’ mi abbuffa un pochettino la uallera ma i Cenotaph si possono segnare nella lista dei due o tre dischi slam che in un anno ci possono stare perché per mezz’ora sono divertenti. Come certi film splatter di infima serie che, dopo averne macinati tanti, non ti vedresti tutte le settimane ma una volta ogni tanto, con una birra del discount in mano, rimangono divertenti.

AZARATH – In Extremis

Infernal Blasting, il titolo del secondo disco degli Azarath, all’epoca era la migliore recensione possibile. Mentre i Behemoth, all’alba del nuovo millennio, si spostavano verso lidi meno intransigenti, ponendo le basi della loro attuale fortuna commerciale, il batterista Inferno mise su questo progetto, del quale è rimasto oggi l’unico membro originale, per continuare a pestare come un fabbro senza troppi pensieri. Giunti al sesto full, i polacchi hanno però raffinato il loro bellicoso death/black: meno assalti all’arma bianca, più melodia e, in generale, un suono meno monolitico, con un risultato finale che può ricordare dei God Dethroned imbottiti di anfetamine. Pare che dal vivo non facciano prigionieri.

BELPHEGOR – Totenritual

All’inizio i Belphegor, come ricordava Roberto a proposito di The Last Supper, erano la quintessenza dell’ignoranza nonché una delle più fulgide incarnazioni della sacra triade birra-puttane-offese a Cristo. Poi, col tempo, non solo hanno imparato a suonare ma sono pure diventati un’operazione vagamente intellettuale, con tutto l’armamentario estetico a base di erotismo infernale, grimori proibiti e satanismo più o meno laveyano che tanta presa ha sulle adolescenti cotiche con lo smalto nero e i poster dei Cradle of Filth in cameretta. Ma i caproni in copertina e le strappone ignude non hanno bisogno di giustificazioni e, almeno per noi degenerati, gli austriaci sono diventati, col tempo, sempre meno interessanti. Il precedente Conjuring The Dead mi aveva lasciato abbastanza indifferente. Va un po’ meglio con Totenritual, ormai undicesimo full degli austriaci, che ha i suoi momenti e azzecca qualche zampata nei momenti più black metal (The Devil’s Son) ma a volte si perde un po’ troppo tra cambi di tempo inutili, assoloni, campionamenti horror e paccottiglia varia. Vi congediamo, come da tradizione, con il loro nuovo video, ovviamente a base di caproni e strappone. Sempre viva il Bafometto. (Ciccio Russo)

6 commenti leave one →
  1. Fanta permalink
    4 gennaio 2018 12:54

    Qual era l’album dei Cenotaph messicani che hai rivenduto, Ciccio?

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    • 4 gennaio 2018 18:38

      Riding our black oceans

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      • Fanta permalink
        4 gennaio 2018 18:44

        Non ti chiedo perché… le cazzate si fanno senza averne sempre cognizione, perlomeno al momento in cui le compi. Per dirne una tra le mie peggiori: Bloody Kisses. Lo ricomprai dopo aver capito October Rust.

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      • 4 gennaio 2018 19:42

        Ero giovane e stupido.

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  2. ignis permalink
    4 gennaio 2018 17:51

    “… non avranno mai l’anima delle pellicole di Lenzi o di Woo che li hanno ispirati …”. E di Fulci!

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