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Un mezzo crimine: DANZIG – Skeletons

15 febbraio 2016

SkeletonsLe cover sono una grande e gloriosa tradizione del rock and roll. Esistono fin dai primordi del genere ed è anche tramite esse che il genere ha saputo creare una sorta di memoria e continuità interna lì dove di storia ce n’è comunque ben poca (parliamo sempre di una cosa che ha circa 60 anni). A prescindere da quello che fosse l’effettivo valore, sono state un pezzo importante della mia educazione musicale nel loro aver rappresentato un punto di accesso ad universi che consideravo molto lontani. Per dire, io sono uno di quelli che la prima volta che ha sentito consapevolmente un pezzo di Bob Dylan era perché il gruppo del cantante con la maglietta con su scritto ‘Kill Your Idols’ ne portava in giro una versione piuttosto scrausa. Oggi più o meno qualsiasi cosa ad uno venga in mente è reperibile nel giro di cinque clic ma prima di internet non è che fosse proprio così. Il proprio percorso di ascoltatore era quasi sempre un procedere per approssimazioni, potevano essere passi in avanti o indietro nel tempo ma si seguiva sempre una qualche forma di logica e criterio. In un processo del genere una cover poteva essere l’elemento che porta fuori strada, il link su cui si clicca e apre un’altra finestra e poi un’altra ancora fino e che poi non ricordi più neanche esattamente da dover eri partito. Al punk hardcore o alla new wave ci sono arrivato perché qualcuno me li aveva inseriti di soppiatto all’interno di qualcosa di decisamente differente. La stessa cosa è successa per varie cose dell’era flower power che, come ogni buon amante della morte, tendevo ad aborrire. Ma gli esempi potrebbero essere molteplici. Certo, anche alcuni dei più grossi crimini del dopoguerra sono riconducibili al cimentarsi con il repertorio altrui (Vasco/Radiohead lo ricordate?) ma in genere adoro le cover, non mi piace se ne abusi ma le rielaborazioni sincere possono essere qualcosa di sublime nella loro capacità di svelare affinità nascoste o ricoprire di nuovi significati pezzi magari del tutto usurati.

Per quello che riguarda gli album composti esclusivamente da cover il discorso è un po’ diverso. Nonostante anche essi abbiano una storia lunga, in genere non godono di buona fama e vengono spesso derubricati ad operazioni fatte per onorare obblighi contrattuali. Fatte determinate eccezioni (quasi sempre ad opera dei soliti nomi), in effetti si tratta in troppi casi dell’unica opzione possibile per gente oramai alla frutta. E qui veniamo a Danzig. Se gli album di cover hanno una cattiva nomea è anche a causa di cose come Skeletons. Se, come sembra, questa sarà l’ultima uscita firmata da Mr. Anzalone, si può dire che il nano malefico del New Jersey non poteva trovare maniera peggiore di congedarsi dal suo pubblico. Fatta salva la copertina, una riuscita rielaborazione del disco di cover di Bowie, e due/tre pezzi, c’è ben poco altro da salvare. Skeletons è un disco di una sciatteria assoluta, registrato senza la minima cura nei suoni e nell’esecuzione; non sono certo un talebano delle superproduzioni alla Tool (belle però, ogni tanto) ma parlare di “recupero dell’anima punk” davanti a tale lo-fi mi sa tanto di supercazzola, perché queste sembrano le registrazioni di una serata al karaoke. In fin dei conti questo è pur sempre il tizio che nel ’94 fece uscire Danzig IV, un album che ancora oggi, anche solo a livello di sound, è una cosa allucinante. Qui invece c’è una onnipresente chitarra a fischietto e delle vocals spompatissime che l’ultimo Dickinson al confronto fa un figurone. C’è davvero poco da salvare, le cose migliori sono i recuperi in chiave Misfits/Samhain di brani garage di era Nuggets (Devil’s Angels, Action Woman) e la cover di Elvis in cui però si gioca oltremodo in casa. Per il resto siamo messi abbastanza maluccio, soprattutto quando si rallenta un po’ e l’interpretazione dovrebbe fare la differenza (davvero terribile il finale romanticone svociatissimo). Con un po’ di impegno ne poteva uscire un ep caruccio, quello che ci ritroviamo in mano invece è un mezzo crimine. Inutile e dannoso.

7 commenti leave one →
  1. Phil permalink
    16 febbraio 2016 09:04

    Daccordo che ormai Danzig è quello che è, pero con Victor alla chitarra non mi aspettavo altro, da quando c’è lui è sempre peggio…….

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    • El Greco permalink
      16 febbraio 2016 09:21

      a prescindere dal fatto in effetti tommy victor suona la chitarra sempre alla stessa maniera io invece qualcosa di meglio me lo aspettavo. in primo luogo perchè deah red sabaoth mi era piaciuto parecchio, secondo perchè se sei un minimo paraculo l’album di cover caruccio lo tiri fuori senza sforzi eccessivi. se ci pensi pure quei bollitoni dei metallica sono riusciti a fare una cosa decente con garage inc.

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  2. sergente kabukiman permalink
    16 febbraio 2016 17:02

    death red sabaoth è davvero fico come disco! ma ce ne vuole per fare un disco di cover bello come undisputed attitude..

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    • Ranx permalink
      16 febbraio 2016 21:09

      Amen su undisputed attitude, da ragazzino mi ha fatto scoprire l’hardcore e da lì non ho più smesso. però il mio (disco di cover) preferito invece è “Feijoada acidente” dei Ratos de porao.

      Liked by 1 persona

      • 17 febbraio 2016 22:22

        Ti capisco, ogni volta che lo ascolto penso anch’io che sia meglio di Undisputed Attitude.

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