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Avere vent’anni: KONKHRA – Weed Out The Weak

28 luglio 2017

La Danimarca è un paese spesso nominato dai metallari, per i Mercyful Fate, per un batterista spesso accusato di non sapere suonare, e perfino per i Konkhra. Questi ultimi, a dire il vero sono più noti al pubblico per essersi giocati male le proprie chance che per essere usciti alla ribalta al momento giusto. Il che era avvenuto. Dopo un debutto onesto, infatti, il gruppo di Anders Lundemark avrà l’occasione di affermarsi come una delle migliori realtà di death metal mainstream già al secondo capitolo discografico, perché Spit or Swallow all’epoca aveva tutto: copertina provocatoria e fuori dagli schemi del genere, groove a secchi, un paio di videoclip fissi in rotazione nei programmi dedicati da quel canale che in anni recenti ha puntato tutto su buzzicone all’ ultimo stadio, gente che non ha capito di essere gravida dopo otto mesi, copiosi reality e, per citarne una, la bomba. Facelift.

In linea di massima, di pezzi buoni in Spit or Swallow ce ne erano almeno 4-5, e quando i Konkhra si appresteranno a dar luce ad un suo successore, Lundemark si farà prendere dalla sindrome del Paris Saint Germain, sicuro che il 1997 sarà l’anno in cui la distanza con Obituary, Napalm Death o Entombed sarà definitivamente colmata. Il cantante inizia ad arruolare gente famosa come se dovesse vincere il campionato, ma i nomi non bastano nonostante corrispondano al primo batterista dei Machine Head, Chris Kontos, e a James Murphy, che se in passato avete avuto una band, ha probabilmente suonato anche con voi ma avevate momentaneamente rimosso il particolare.

Weed out the Weak vede il quartetto entrare in un processo di allontanamento dal genere affrontato nei primi due full lenght, in favore di una marcata componente hardcore che prende il sopravvento sul death metal. Heavensent parte bene e mette subito in mostra un ispirato Murphy nella sezione solista, Crown of the Empire è una voce fuori dal coro ben giocata sui tempi lenti, ma in linea di massima la qualità media del disco è non di poco più bassa rispetto a quella del suo fortunato predecessore. E come se non bastasse, due anni dopo – e con una line-up di nuovo stravolta- Lundemark riuscirà a fare nettamente di peggio con Come Down Cold. (Marco Belardi)

4 commenti leave one →
  1. Edoardo Giardina permalink
    28 luglio 2017 11:46

    Murphy una volta mi disse che non ricevette mai neanche una copia di ‘sto album.

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  2. cattivone permalink
    28 luglio 2017 12:42

    Ahahah, la sindrome del Paris Saint German.
    Di loro conosco solo questo disco e non mi dispiace affatto, non so esattamente che fine abbiano fatto dopo e a quanto pare non mi sono perso molto.

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  3. blackwolf permalink
    30 luglio 2017 16:44

    I Konkhra mi stanno simpatici. Il classico gruppo buzzurro e cafone, che quando te lo mettono nello stereo per momenti di sfascio collettivo con gli amici, non rifiuti mai e ascolti sempre con piacere. Non so bene cosa abbiano fatto negli ultimi 10 anni almeno, penso di aver solo sentito qualche pezzo qua e la, ma solo per il video di religion is a whore dove il batterista ha la maglia del Milan, vincono tutto.

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  4. sergente kabukiman permalink
    31 luglio 2017 20:01

    ricodo la pubblicità di un loro concerto a roma con gli illnatz(non si scrive così ma non ricordo proprio il nome preciso) e i corpus mortaler su un preistorico metal shock. come vola il tempo! la storiella detta da Edoardo è stupenda

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