In Nomine Doomini vol. 12: epicità mare e monti, ruderi gotici e vecchie conoscenze

Una conferma decisamente gradita il ritorno del vesuviano Bruno Masulli, che coi suoi IN AEVUM AGERE già da qualche anno si è preso la briga di riscrivere la Divina Commedia, o almeno l’Inferno, canto dopo canto, album dopo album. Quello nuovo ha per titolo Ptolomea – Canto XXXIII. Voi che avete studiato Dante capirete come si tratti di un album incentrato sul tradimento. Formula confermata, epic doom particolarmente metallico, con parti strumentali in aria da death progressivo. Lo stesso Masulli alla chitarra, tra riff d’acciao e lussuria shred negli assoli, provvede a determinare il taglio di un suono che resta comunque, di un pelo, “al di qua” del doom epico. Album più duro, più tecnico ancora e meglio registrato di quanto avessi ascoltato in precedenza dei napoletani. Formazione monolitica, non solo nel suono ma soprattutto nella coerenza tematica, nello svolgimento dell’idea di fondo, comunque troppo poco conosciuta rispetto al valore delle registrazioni. Ptolomea quindi è un buon punto di partenza per chi non ha ancora fatto un giro nell’Averno con loro. Per gli altri, un ritorno gradito.

Tornati anche i (quasi) beniamini di Metal Skunk SPIRIT ADRIFT, per i quali avevo maturato invero un pregiudizio bello e buono per via di quella zozzata cosplay che è il progetto parallelo del texano Nate Garrett, il quale, col suo gruppo principale, si ritrova intanto (e giustamente) nell’imbarazzo della scelta tra heavy metal tradizionale e doom. Noi non possiamo mica biasimarlo e oggi li infiliamo in questo calderone invece che in quello NWOTHM. Infinite Illumination è in effetti un disco pregevole e mediamente incentrato su riff medio/lenti, sabbathiano ancora più nelle linee vocali che nei riff stessi. Tradizionale, lo stile, ma moderno ugualmente e molto americano. Non cafone, intendo, non proprio in quella direzione da “metal col fucile a pompa sul cruscotto”, come i Black Label Society, ma comunque – tra armonizzazioni, chitarre gemelle e un animo blues che affiora e manco di rado – l’anima a stelle e strisce viene fuori per bene. Tipo in un brano come You Will Never Hold the Key, con quel finalone epico tra grunge ed apocalisse. O il riff southern di Born in a Bad Way. O ancora i convenevoli tra Sabbath (era Dio), Soundgarden e Corrosion of Conformity di Buried in the Shadow of the Cross. C’è di che divertirsi, insomma. Certo, non che si rimanga spettinati per chissà quale personalità od originalità, ma almeno non si tratta semplicemente di scimmiottare (male) Peter Steele.

Longevi i MIRROR OF DECEPTION, in attivo dai primi ’90. Uno dei più classici gruppi tedeschi di doom classico, anche se le pubblicazioni vere e proprio hanno cominciato a susseguirsi dai duemila. Transience, più che un album, è pura comfort zone per chi si crogiola nel doom fatto di riffoni e mestizia. Pronti per il ritorno dei Warning, giusto? Bene, l’attesa potreste benissimo ingannarla con questi tedeschi qui che su quelle coordinate lì, lacrima più lacrima meno, ci reggono quarantatré minuti di disco. Buono, a tratti molto, benché tendenzialmente un poco troppo anonimo. Una vena quasi dark wave nelle voci (mi ricordano moltissimo, a tratti, i momenti gothic/glam degli ultimi Secrets of the Moon). Per il resto, una aderenza canonica alla quintessenza doom, scevra di troppi profumi anni ’70 o di effluvi macabri, di eccessi o di eccessiva modernità. Disco medio, praticamente in ogni senso. Non vediatela come una critica, per forza. Anzi, un disco potenzialmente da tirare fuori quando la ballotta è combattuta sullo stile di doom da ascoltare.

Tornano a farsi vivi Hamish Glencross e Shaun Taylor-Steels, ex di Solstice, My Dying Bride, Anathema, Vallenfyre e chi più ne ha più ne metta. I due, assieme alla moglie di Glencross, Catherine, costituiscono l’ossatura dei GODTHRYMN, che incontrammo col precedente Distortions. I tre anni impiegati per dargli un seguito sono stati spesi particolarmente bene. Projections è un album che funziona meglio e ha dei momenti di buona suggestione. La componente più classica ed epica del doom in realtà è relegata in secondo piano (irrilevante), mentre stavolta la pietanza è pienamente gothic. D’altronde, in Endure My Skin fa capolino proprio Aaron Stainthorpe, abbandonato su una scialuppa dalla sua ciurma. Non che sia solo una questione di ospitate e blasone: i due sposi, anche duettando, producono brani convincenti pienamente, come Truth In My Own o la mestissima The Sun Never Fell. Ma pure essendo essenzialmente un album gothic doom, dei passaggi veloci e quasi thrash contribuiscono a tenere desto l’ascoltatore. Non che ci sia bisogno di chissà che sveglia: per il genere che è (uno dei migliori a rappresentare l’immobilità senza speranze della Morte), Projections è fatto di belle canzoni, mestiere e qualità. Mi sento di consigliarlo a chi ha familiarità con le coordinate suddette.

A propostlito di band composte da ex musicisti di band storiche, i SUN DONT SHINE sono una specie di supergruppo, anche se composto prevalentemente da gente che fa la panchina da un po’. Ovvero da Kenny Hickey e Johnny Kelly (Type O Negative) e da Kirk Windstein e Todd Strange (Crowbar e Down). Sulla carta, una potenziale bomba. E infatti per From Birth to Death stavo preparandomi come dovesse uscire quasi il disco che avrebbe ristabilito l’ordine delle cose, nel Metallo moderno discendente più diretto dai Sabbath. Invece… Diciamo che Windstein ci mette il suo mestiere (anche se spero che per il ritorno dei Down abbia conservato idee migliori) e Hickey lo spleen più grunge e la vena beatlesiana di Chris Cornell, a cui palesemente si ispira non pretendendo di emularlo, rivaleggiando come estensione e pathos. Il risultato è un disco di rock duro senza grandi idee e un po’ lamentoso. Perché purtroppo (ma si sapeva) Hickey non è che sia un cantante dotato o un frontman carismatico. Anzi. Quindi niente di particolarmente memorabile, lontano pure dalle band di origine (Windstein, ripeto, fa il suo, ma con la mano sinistra). Detto questo, dal punto di vista di qualcuno che a chi ha composto o anche solo suonato su NOLA e October Rust deve un rene ed un polmone, sono sempre contento se questa gente trova ancora la voglia e la passione di comporre nuova musica e un disco dignitosissimo. Solo piano con le aspettative, mi raccomando. (Lorenzo Centini)

Lascia un commento