Intervallo: SECRETS OF THE MOON – Black House

Non so voi, ma per me uno dei vantaggi che la recente quarantena ha portato con sé è stato quello di darmi molto più tempo del normale per ascoltare musica, in particolare nuova musica. Da marzo ad inizio maggio mi sono pertanto sparato una marea di dischi che avevo in arretrato fin dall’anno scorso, oltre ovviamente ad alcune nuove uscite di cui vi ho parlato recentemente. Più che altro era tutto death metal o grindcore, o variazioni sul tema di questi due generi ma, come mi succede sempre quando per un certo periodo di tempo ascolto solo metal estremo, ad un certo punto mi è venuta voglia di ascoltare qualcosa di più tranquillo e che non contenesse necessariamente blast beats, growl e insulti al padreterno.

Spulciando in internet alla ricerca di nuovi album che potessero interessarmi sono così incappato in Black House, ultimo parto dei tedeschi Secrets of the Moon, a me fino a quel momento ignoti. Di solito quando vengo a conoscenza di un nuovo gruppo la prima cosa che faccio (oltre ad ascoltarne la musica naturalmente) è un rapido giro su Metal Archives, tanto per farmi un’idea di con chi ho a che fare. Bene, i Secrets of the Moon nascono come gruppo black e, a un certo punto della loro carriera, decidono che ok, bello il Demonio, belle le croci rovesciate e le bestemmie, ma la figa dove la mettiamo?

 

 

Così cambiano radicalmente stile passando ad un gothic rock/metal che, almeno su questo Black House, a volte ricorda gli Him, altre una versione più “seria” e meno sex drugs and rock’n’roll dei The 69 Eyes, devo dire con risultati molto validi. Veronica’s Room è il classico singolone che non sfigurerebbe in una qualche setlist da radio rock, con quel ritornello che ti si stampa in testa al primo ascolto. I pezzi migliori però risultano l’opener Sanctum, Cotard e la titletrack, che pare quasi un tributo agli Alice In Chains.

Uno degli aspetti più interessanti del disco è che, pur mantenendosi sempre su lidi estremamente orecchiabili sforando solo raramente nel metal vero e proprio, è permeato da un generale alone di oscurità e, passatemi il termine, occultismo. Certo ci sono le aperture melodiche e altri sprazzi di ariosità qui e là che alleggeriscono l’atmosfera, eppure Black House ha tutta l’attitudine di un disco metal, pur non rientrando necessariamente nel genere. Ascoltandolo mi sono tornati in mente gli Ancient VVisdom, autori di un debutto splendido e poi persisi tristemente per strada. Insomma, un’interessante variazione sul tema consigliata a chi, come me, ogni tanto ha bisogno di uscire dal seminato e rilassarsi un po’. (Luca Bonetta)

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