CORROSION OF CONFORMITY –Good God / Baad Man
Un giorno ci sederemo in cerchio dinnanzi a un falò di sera e concorderemo che, di fatto, i Corrosion of Conformity sono stati, nel mondo della musica “dura”, più influenti di quanto non ci aspetteremmo. E no, non è un pippone che si riferisce solo all’uscita del fondamentale Eye for an Eye agli albori del crossover thrash, è un discorso che riguarda più gli anni Novanta. Deliverance ispirò palesemente gente come i Metallica a virare verso sonorità heavy sabbathiane con quel goccino di stoner e southern che non andò giù proprio a tutti, ma innegabilmente fu un cambio di rotta marcato che funzionò come effetto a catena su diverse formazioni thrash, e le vele erano quelle di Pepper Keenan e soci. I COC sono rimasti sempre in quel ventaglio di formazioni non troppo di nicchia ma che comunque non ti chiederanno mai cinquanta euro per un loro concerto, un po’ per sfiga loro, un po’ perché c’è qualcosa nella loro filosofia che è distante dal mondo dello spettacolo moderno.
Già presentarsi con un album da oltre sessantacinque minuti nel 2026 rappresenta un atto quasi di sfida all’ascoltatore, abituato semmai a vedere una tale mole di musica nuova spalmata in due uscite discografiche e qualche singolo 7 pollici colorato splatter per qualche Record Store Day in un lasso di tempo di tipo sette anni. La seconda stranezza è percepire un album moderno in cui il suono sia effettivamente influenzato dal produttore seduto in cabina di regia; dopo una carriera intera accanto a John Custer, i COC si affidano a Warren Riker, che aveva reso granitico il suono dei Down. E la differenza è effettivamente percepibile rispetto al passato recente, i Corrosion suonano più coriacei e luciferini, compatti nonostante l’assenza di Reed Mullin (possa riposare in pace) e Mike Dean. Pepper e Woody non provano nemmeno a tappare questi buchi, semmai invitano un po’ di ospiti: Al Jourgensen (Ministry) e Monte Pittman (Prong) a gozzovigliare con loro, il militare (ex Nirvana e Soundgarden!) Jason Everman a recitare un breve monologo nella lisergica Run for Your Life. Perché Good God / Baad Man, da titolo, vive di due umori, se da una parte sa essere un disco conciso dotato di un gran tiro (Asleep of the Killing Floor è forse la vera mina del lotto), sa come farti inalare discrete dosi di popper alla Sleep con compiaciuti andazzi fattoni come nel caso di The Handler. Frammenti di spiritualità intima e gypsy, da cogliere tra una ballata come Brickman e una strumentale come Mandra Sonos che omaggiano l’arte di Tony Iommi più di quanto non abbiano fatto tre, quattro medley nell’esibizione di Back to the Beginning dello scorso anno. Chiude la goduriosa oretta Forever Amplified, un lercio sludge che addirittura finisce in gospel(?) squillante.
Sia chiaro, anzi chiarissimo: i Corrosion of Conformity non hanno fatto un disco brutto in quarant’anni di carriera manco per il cazzo: ma questo è il migliore dai tempi di In the Arms of God. Un album denso di contenuti come ne uscivano negli anni Novanta, quando dovevano giustificarti le trentanovemila lire con tanta musica abbondante quasi fino a esaurire lo spazio nel CD. Non vi farà sentire più giovani come a quei tempi, ma di certo toglierà un po’ di polvere sugli angoli delle casse del vostro attempato stereo. (Federico Francesco Falco)


