Avere vent’anni: NECRODEATH – 100% Hell
Senza alcun dubbio 100% Hell è uno dei dischi più belli dei Necrodeath. Per quello che riguarda la loro seconda incarnazione direi che lo piazzo al secondo posto, subito dietro a Mater of all Evil. Persino davanti a Black as Pitch, per ragioni che non sto a spiegare qui, altrimenti l’articolo lo finisco domani. Le premesse alla sua uscita erano drammatiche: dover ascoltare un album dei Necrodeath senza Claudio Bonavita. Ero un loro fan accanito e questa prospettiva, da sola, ritenevo potesse portarci solo brutte notizie. Un decadimento istantaneo, forse addirittura il loro scioglimento. Eppure hanno campato per altri vent’anni, più che dignitosamente. L’album uscito in precedenza, inoltre, non aveva funzionato. Ton(e)s of Hate aveva segnato un cambio di produttore, oltre che di registro sonoro. Diciamo che all’improvviso i Necrodeath si erano ritrovati essere al cento per cento un gruppo thrash metal, con il suo groove, i suoi ritmi in risalto e un’evoluzione su cui poter puntare. Quell’esperimento durò pochissimo, ne seguirono però altri. Idiosyncrasy il più coraggioso e lampante.
100% Hell fu una storia del tutto differente, con un lato sperimentale non del tutto assente, seppur mai calato nel ruolo di protagonista. Nel 2006 i Necrodeath ci hanno consegnato il loro album più fruibile e pulito nei suoni – eccezionale il lavoro di Giuseppe Orlando in tal senso – oltre che il più adatto, classici anni Ottanta a parte, ad essere riproposto dal vivo. Le chitarre di Andy, al netto del profondo rispetto per Claudio Bonavita e per il suo riconoscibilissimo stile, per quei suoi arpeggi maligni e per tutto quanto il resto, le definirei le migliori chitarre che ho sentito nei Necrodeath. All’uscita provai in tutte le maniere a sostenere una politica ottusa per cui qualunque chitarrista, in sostituzione di Claudio Bonavita, non avrebbe affatto funzionato. Andy funzionò eccome, e, se non erro, lasciò subito il suo posto, poiché poco dopo l’uscita di 100% cominciarono a esibirsi con Pier Gonella sul palco, per poi introdurlo gradualmente su disco e, infine, annunciarne in pianta stabile l’ingresso in formazione. All’epoca Andy era stato il chitarrista degli Andrasta, di cui avevo sentito una demotape e nient’altro.
L’album, riascoltato oggi, è il meglio invecchiato che abbiano mai inciso i Necrodeath. In riprova a questo concetto, due o tre pezzi estratti da qui li avrei risentiti più o meno in ogni loro scaletta. È fresco, ispirato e assolutamente cazzuto, è sentito, è voluto, con lead e assoli semplicissimi e che riproducono linee melodiche che si stampano in testa all’istante. Una meraviglia totale, aldilà della indiscussa superiorità di Forever Slaves e Master of Morphine su tutto quanto il resto. In realtà l’album funziona alla perfezione fino a Identity Crisis, probabilmente la più sperimentale dell’intero lotto, per poi riprendere sostanza con la lunghissima title-track che è posta in sua chiusura. Master of Morphine sarà anche la nave scuola di quel format vincente che li rivedrà cimentarsi in episodi melodici dal forte appeal, come The Triumph of Pain. All’epoca di Mater of all Evil non avrei mai ipotizzato di ascoltare, un giorno, i Necrodeath sotto questa veste. Avrei anzi scongiurato che lo facessero. E invece ha funzionato, ha funzionato tutto, seppur senza Claudio Bonavita. Da applausi. (Marco Belardi)

