Avere vent’anni: NECRODEATH – Mater of All Evil

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L’acquisto di Mater of All Evil mi rammenta la netta differenza tra come vivo oggi l’arrivo di un album e come lo soffrivo allora. I Necrodeath li conoscevo e non li conoscevo, ovvero già mi consideravo un fanatico del genere eppure mi mancavano all’appello, colpevolmente, le loro due pubblicazioni risalenti agli anni Ottanta. Mater of All Evil mi costrinse ad acquistarle nel minor tempo possibile. A scatenare il tutto fu come al solito il negoziante più competente con cui abbia mai avuto a che fare, un certo Nicola che non so quale fine abbia fatto in seguito. Il suo negozio è ormai chiuso da una vita e ora, su quelle stesse mattonelle, vengono quotidianamente smerciati capi d’abbigliamento a basso costo, per gente che deve tornarsene a casa con qualcosa d’inutile dentro a una busta cartonata.

Vent’anni fa aprivi quella porta a vetro pesantissima e ti accoglieva questo tizio con rasta castani che un giorno avrebbe tagliato via. Sapeva tutto su di te, e non voleva mai rifilarti niente per il solo scopo di toglierselo dallo scaffale: ottimo conoscitore di più scene, se ti fossi presentato come appassionato di movimenti come l’hardcore punk, il doom e lo stoner rock, il thrash oppure il death metal, egli ti avrebbe inquadrato in silenzio nel giro di poche settimane. Dopodiché avrebbe cominciato a consigliarti qualcosa, ma senza il piglio di chi intende fare l’enciclopedico della situazione. Ce l’aveva come dote innata, quella di associare un’uscita o un album raro che dallo scatolone finiva sui suoi ripiani, o mensole o espositori che fossero, a te o piuttosto al cliente che ti passava accanto. Alla fine del 1999 la mise più o meno su questo piano: mi piaceva il thrash metal, e tanto. Inoltre soffrivo di un temporaneo debole per quelle straripanti novità che prevedevano il rimescolamento di qualche genere musicale con la voce in screaming o in growl, per trarne un qualcosa che sarebbe stato frettolosamente etichettato come black o death metal, mentre magari la base era pur sempre costituita dagli Iron Maiden. Questa mia preferenza per certe sonorità inedite non lo rendeva affatto felice, ma Nicola non aveva alcuna intenzione di trasformare i suoi gusti nei miei.

Così mi parlò dei Necrodeath. Li preferiva all’epoca del debutto, ma doveva ammettere, con sincerità ed entusiasmo, come fossero tornati con un album davvero bello. La cosa mi mise addosso una curiosità che non so se fosse tipica di quell’età anagrafica o piuttosto dell’epoca che – pur volgendo agli sgoccioli – era ancora in corso. Mater of All Evil me lo immaginavo man mano che Nicola tentava di descrivermi la voce del sostituto di Ingo e il tipo di suono che i thrasher liguri avevano ricercato e ottenuto, volando da Pelle Saether, in Svezia. La sua fissazione per il comparto tecnico e il lavoro in studio, quella sì che me l’avrebbe tramandata.

Mater of All Evil fu l’ennesimo acquisto azzeccato grazie alla competenza di un negoziante come non se ne vedranno probabilmente più: girò ininterrottamente nel mio lettore Aiwa per mesi, suscitando confronti con la band che era possibile ammirare su Into the Macabre e Fragments of Insanity. La portata di quell’album dovevo ancora appurarla, non fu un processo rapido e neanche prevedibile: la voce di Flegias mi piacque molto in prima battuta, anche se in seguito, per anni, avrei rimpianto la mancanza del frontman storico. In realtà oggi non riesco ad immaginare i Necrodeath senza di lui, con i suoi pregi e i suoi difetti, e vederlo muoversi sul palco da pochi passi, concerto dopo concerto, mi avrebbe non poco aiutato a consolidare quest’ultima teoria. Flegias fu il simbolo della rinascita dei Necrodeath, mentre Peso avrebbe portato con sé uno stile frutto di altre esperienze vissute nel corso dei Novanta.

Era Claudio il vero tramite con i Necrodeath storici, l’elemento insostituibile. Mater of All Evil non c’entra niente con Necrosadist o con Internal Decay, ma fu come se una spugna, ancora perfettamente intrisa della cattiveria e della malvagità del disco d’esordio, andasse rilasciando certe peculiarità a poco a poco, con costanza, finché ne avresti preso piena consapevolezza. Suonato, concepito e prodotto in una maniera completamente differente dal suo fratello maggiore, il lavoro del 1999 era attitudinalmente prossimo alla furia iconoclasta a cui associammo l’altro. Mater of All Evil fu un album più malvagio e negativo dello stesso Fragments of Insanity, e – sebbene per poco – ne avrei preferito perfino la qualità dei brani. Un susseguirsi di classici che soltanto oggi possiamo definire tali, in seguito ai tour celebrativi ed alle scalette che si sono date il cambio nel corso dei lustri. Questo a partire da At the Roots of Evil, che all’epoca apriva le danze sul palco – uno dei tre concerti della vita fu il loro al Siddharta di Prato proprio in supporto a quest’album – passando per Hate And Scorn o per quella che preferite voi.

Il più bell’album dei Necrodeath subito dietro a Into The Macabre, per il semplice fatto che confrontarsi con quel titolo non è minimamente sensato o giusto, ed uno degli album più belli che siano mai usciti fuori dalla scena italiana. Dopodiché sarebbe stato obbligatorio confrontarsi con un nuovo punto di riferimento per la loro carriera, cioè questo, ed anche quel confronto sarebbe stato perso in partenza perfino per ottimi titoli come Black as Pitch o 100% Hell. Neanche me ne accorgevo ma si stava ancora scrivendo la storia, quando mi portai a casa quella scatola di plastica con in bella mostra quella figura minacciosa, vagamente umana. (Marco Belardi)

3 commenti

  • Qui parliamo di chirurgia specialistica, ineccepibili anche se personalmente preferisco sempre un po’ di sporcizia, comunque sono veramente dettagli , li adoro e ho tutta la loro discografia in CD ( che per quanto costavano appena usciti non è poca roba) !

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  • Da folle necrodeathiano di tutta la roba pre-100% Hell, apprezzo sempre. Grande Belardi

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  • Bravissimo Belardi. I Necrodeath avevano lasciato tutti in sospeso dopo il 1989, ovvero dopo aver inciso due dei migliori dischi di tutta la storia del Metal, senza notizie e senza speranze. Dieci anni dopo, nel 99, uscì all’improvviso una ristampa su CD di “Into the macabre” (Scarlet), che per l’epoca fu una cosa bellissima, perché ci permise di riavere questo capolavoro in digitale e non più solo su fragili vinili (per chi ce l’aveva) o duplicato in cassetta. Questo fu un primo segnale, e se non ricordo male sulle riviste si parlò della volontà di riformarsi da parte del gruppo. Poi arrivò “Mater”, che doveva confrontarsi con un’eredità enorme, ma che a proprio modo ci riuscì. Tornarono i classici riff (scuola Slayer e Possessed) e l’incredibile batteria di Peso, tornarono i testi horror, anticristiani e lovecraftiani, tornò una voce che ispirava a quella di Ingo, ma che mostrava una propria personalità. Del resto, tutto il disco aveva una personalità distinta dagli esordi, com’era giusto che fosse.

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