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A volte ritornano: NECRODEATH – Defragments of Insanity

5 Mag 2019

Fragments Of Insanity è un titolo sul quale avevo pianificato di scrivere qualcosa già dallo scorso anno, ovvero quando mi occupai con grande soddisfazione di Into the Macabre. Che poi è sempre una scusa bella e buona per rimetterli su un’ennesima volta, album del genere. Pensai ora tocca a quello, e poi c’è il ventennale di Mater Of All Evil.

Il problema è che mi hanno anticipato loro, decidendo di registrarlo da capo e pubblicando un disco al quale, sarò sincero, mi sono avvicinato con un certo timore. Il senso è che, se il secondo lavoro della band genovese era l’unico al quale avrei con certezza rifatto il look, oggi operazioni del genere più che a un’arma dal doppio taglio assomigliano ad un vero e proprio tritacarne. Difficile nascondere, in situazioni del genere, la sensazione che possa scomparire tutto quanto il feeling dell’originale, il mood, o chiamatelo come preferite. I concetti che mi viene da esprimere a riguardo sono semplicemente due: i Necrodeath hanno tirato fuori un suono di chitarra e basso semplicemente pazzeschi, e senza aggiungere troppi fronzoli, hanno donato a Fragments Of Insanity una nuova veste – come testualmente accennato in sede di intervista – che si colloca esattamente a metà fra un Fragments Of Insanity rimesso a punto ed un Fragments Of Insanity modernizzato.

La batteria di Peso, che poi è uno dei principali punti d’interesse di tutto quanto il pacchetto, ha un’impostazione che avrei visto meglio collocata in album come PhylogenesisIdiosyncrasy, riferendomi soprattutto al suono della cassa. Inoltre ci sono due brani che già erano stati incisi in passato, Thanatoid per The 7 Deadly SinsSacrifice 2k1 a metà scaletta di Black As Pitch. Inizialmente avevo apprezzato la scelta di includervi quelle due versioni, ma col passare degli ascolti e in particolar modo per quello che riguardava il secondo pezzo (in origine intitolato Eucharistical Sacrifice) confermo che gli avrei senza dubbio preferito una registrazione ex-novo, sia per le differenze di line-up legate soprattutto alla dipartita di Claudio Bonavita, sia a causa del netto distacco con i suoni e l’impostazione generale dell’album uscito nel 2001. Un nuovo titolo, quindi, sebbene le strutture dei pezzi siano rimaste intatte come a volerne preservare la bontà: cambia, semmai, il destinatario. E scommetto che le nuove leve apprezzeranno in particolar modo, anche perché il materiale trattato qua dentro è semplicemente pazzesco.

Quanto all’originale voglio soltanto augurarmi che già lo conosciate: molta aggressività, altrettanta velocità, ma Fragments Of Insanity – che appunto compie trent’anni – è uno di quei classici dischi minori la cui unica colpa, se così è possibile chiamarla, probabilmente risiede nel precedere o appunto seguire un titolo troppo importante, per avviare un mero confronto con esso. Fu il momento in cui la band di Peso scelse di suonare thrash metal puro, abbandonando in buona parte le derive più estreme che soli due anni prima avevano reso i Necrodeath un moniker assolutamente all’avanguardia. Chitarre più strutturate, quindi, anche se un po’ all’ombra della batteria, ed Ingo che – al contrario di ogni previsione – estremizzò ancor più il suo stile canoro. Forse fu proprio quest’ultimo aspetto a tirar dentro con forza il termine “black metal”, poiché di esso non v’era alcuna traccia concreta, qui. Strumentalmente parlando l’apice era individuabile nell’accoppiata formata da State of Progressive Annihilation e dalla successiva strumentale Metempsychosis, anche se i classici divennero ben altri pezzi. Inferiore a Into The Macabre soltanto perché in quel senso avrei a che fare con uno dei miei dieci album preferiti di sempre, piuttosto direi profondamente diverso. Album incredibile e da recuperare ad ogni costo, al netto dei suoi perdonabilissimi difetti. (Marco Belardi)

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  1. 5 Mag 2019 22:54

    Quello che ricordo dell’ 89 è che Fragments of Insanity non era affatto considerato un disco “minore”: era stato considerato da tutti un grande disco, quale in effetti è, anche dalla critica e, se non sbaglio, anche su giornali non sempre a favore del metal estremo quali Flash e Metal Shock. All’epoca il metal si era già estremizzato parecchio, ma lo stile che era ancora molto popolare era il Bay Area, quindi questo passo verso suoni più in linea con la tendenza “seria” del momento (Testament, Megadeth, Forbidden, Overkill, etc.) fu visto favorevolmente, quasi come un processo evolutivo verso uno stile ancora più personale. Piuttosto, rimanemmo tutti molto delusi dopo aver scoperto che i Necrodeath si erano sciolti, proprio dopo “Fragments”.
    Ricordo anche che l’avevo cercato subito, ma era difficile da trovare perché la distribuzione non era stata buona, per cui era paradossalmente più facile imbattersi in “Into the Macabre” che non nel nuovo disco.

    Venendo a “Defragments”, personalmente la ritengo un’ottima operazione, che mantiene lo spirito originale e che attualizza soltanto alcuni dettagli, fra cui i suoni, come giustamente indica il Belardi. Tecnicamente si sente una leggera differenza fra le incisioni già esistenti (la stessa Fragments, Thanatoid, Eucharistical Sacrifice) e quelle nuove, ma è una cosa che non dà particolarmente fastidio. Inoltre, ha il merito di rilanciare sul mercato un materiale veramente pazzesco: i Necrodeath sono unici, sia nelle loro origini che oggi.

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