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Intervista ai NECRODEATH al Circus di Scandicci

8 aprile 2019

Che fare dopo una giornata infinita a lavoro? Ma è naturale, si trangugiano velocemente due piatti di pappardelle al cinghiale dalla mamma, seguiti da brasato, carciofi fritti e vino rosso, e si corre a intervistare i Necrodeath al Circus Club di Scandicci. Dopodiché, la birra e il doveroso panino alla salsiccia pre-rientro mi avrebbero garantito la più visionaria e lovecraftiana di tutte quante le notti.

Defragments Of Insanity, riedizione del classico del 1989, uscita da alcuni giorni

MB: C’è una cosa che volevo domandare proprio a te, Pier: sei entrato in un momento di grandi cambiamenti per la band, e venivi da un’altra scuola. Arrivi e fate subito due album in netta evoluzione, aggiungete cose inedite. Dopodiché il ritorno alla semplicità e alla velocità degli anni Ottanta: hai mai pensato che ti avessero teso una trappola? Prima te l’hanno fatta assaggiare, poi…

Pier: Beh, no, è stata una cosa piuttosto naturale! Con Draculea c’era stata solamente una collaborazione, sentivamo la voglia di differenziarci un po’, però io stesso conoscevo molto bene i Necrodeath. Ero un loro fan da ragazzo, avevo i due dischi su cassetta. È stato interessante suonare cose diverse, però ho sempre ascoltato tanta roba estrema in vita mia.

MB: Fragments Of Insanity è un album molto bello. Ma se avessi dovuto sceglierne uno della vostra discografia che meritasse una veste nuova, è indubbiamente lui: queste chitarre un po’ nascoste dietro alla batteria… Cosa è andato e cosa non è andato all’epoca, e come avete deciso di procedere nel registrarlo nuovamente?

Peso: All’epoca non sapevamo niente di cosa fosse un suono, siamo andati a Milano per registrare e ricordo che l’amplificatore, un Mesa Boogie, ce l’aveva prestato Andy (Panigada n.d.r.) dei Bulldozer. Non avevamo l’amplificatore, utilizzavamo quello della sala prove, per cui di esperienza non ce n’era. Avevamo fatto Into The Macabre, certo, ma per un anno lo avevamo suonato in sala prove, e su disco finì per suonare in un’altra maniera. Non hai le idee chiare, quindi, ma, a livello di produzione e considerando l’epoca, preferisco il lavoro del 1987 a quello del 1989. Cambiano gli studi, cambia il fonico, ma noi all’epoca attaccavamo il jack e non ci facevamo molte menate. In questo remake che abbiamo voluto fare c’è una consapevolezza dovuta al fatto che sono passati trent’anni: sappiamo quello che vogliamo, dove andare a parare. Però abbiamo mantenuto un approccio vecchia scuola, sperimentato già in The Age Of Dead Christ, levando di mezzo il trigger, il metronomo, cioè tutto quello che è dovuto all’eccesso di tecnologia. Dimentichiamocelo, ci siamo detti. Queste cose, le sue imperfezioni e il suo modo di suonare più live, l’anno scorso ci sono piaciute tantissimo. Le strutture dovevano essere esattamente le stesse, il numero delle battute quindi, ma abbiamo semplicemente affinato il tiro. 

MB: Voi siete insieme da circa dieci anni: dalla situazione lasciata da Draculea ai giorni d’oggi, come sono cambiate le cose in casa Necrodeath?

Peso: Che non ci sopportiamo più, non possiamo stare più di sette giorni insieme. (Flegias lo interrompe e minimizza ridendo n.d.r.) Sappiamo che, dopo una settimana, l’ottavo giorno dobbiamo farla finita. Naturalmente quando vivi per tanti anni insieme, e viaggi insieme, finisci per conoscere pregi e difetti di ognuno, per cui si cerca di andare d’accordo nel limite del possibile. Chiaramente ogni tanto abbiamo le nostre belle discussioni.

MB: Sullo scioglimento del 1990, una mia curiosità è sempre stata: fu scritto qualcosa? Ci sarebbe stato altro nell’immediato, o si va direttamente a tu che suoni in Above The Light, mettendo da una parte il progetto Mondocane?

Peso: Mondocane è stata una cosa che ho curato soltanto io, ho tirato dentro gli altri solo per dei piccoli interventi. Erano nati dei riff, che poi sono andati a finire proprio su Above The Light. Un sacco di roba di Above The Light era roba che avanzò dai Necrodeath. Con la chiusura di Fragments Of Insanity si suonarono alcuni concerti, ma il problema è che l’entusiasmo si era perso.

MB: La causa di tutto fu anche dell’etichetta discografica, che aveva mollato nel supporto al gruppo?

Peso: Non è che ha mollato, non c’è mai stata. Con Scarlet abbiamo un rapporto, anche se ci sentiamo molto indipendenti dato che rinnoviamo sempre per un solo album.
Flegias: Correggimi se sbaglio, qualcosa di non scritto comunque c’è stato. I Sadist si sono chiamati così, definitivamente, ma Peso in precedenza voleva formare un gruppo chiamato Necrosadist e aveva già contattato delle persone, fra cui una cantante estrema francese. Roba che non è stata mai scritta, una parentesi che si è chiusa subito.

MB: E poi c’è il ventennale di Mater Of All Evil, che è uscito in un periodo in cui era in atto una vera rivoluzione. Tutti i casini del download da internet, gli ultimi trend. Qual è l’aspetto che vi piace di più, e non di meno, del mondo musicale che avete ritrovato?

Peso: L’anno di Mater Of All Evil è stato quello che ricordo più piacevolmente: innanzitutto, solo al momento di diffondere il comunicato della reunion abbiamo ricevuto un sacco di telefonate dagli addetti ai lavori, c’è stata una sorta di gara a chi riusciva ad accaparrarci. Alla fine abbiamo scelto Scarlet, un po’ inconsciamente perché era una nuova realtà. Col senno di poi ti dico che si è rivelata un’ottima scelta: le major non ci avevano considerato, per cui, fra le indipendenti, Scarlet fu quella che ci aveva proposto il programma più convincente. Anche il fatto di trasferirci in Svezia per registrare è stata una grande emozione, appena uscito il disco si fecero subito tanti concerti, il No Mercy, il Gods Of Metal con Iron Maiden e Slayer. Quell’anno è stato pazzesco e non ci faceva ancora sentire il gap del fatto di Internet. Intorno al 2003 o 2004, con l’avvento dell’euro e il consolidamento della rete, direi che c’è stato un cambiamento più netto.

MB: Questa la faccio a te che sei il bassista (scalpore generale fra tutti e quattro n.d.r.) : c’è un album “minore” a cui sono piuttosto legato ed è Ton(e)s Of Hate. C’è una bellissima produzione, eravate scappati dallo studio in Svezia e in questi suoni venne finalmente messa in bella vista tutta la sezione ritmica. Molto basso e molta batteria, bella viva.

Gianluca: Ricordo bene quando ascoltai quell’album, me l’aveva regalato Peso a una data milanese. L’ho subito ascoltato in macchina e ricordo che suonava anche a me un po’ strano. Lo sentivo meno cattivo, più ritmato, più tamburi e tom, e si discostava dalle cose precedenti. D’altro canto se tu guardi la discografia dei Necrodeath, un album non è mai uscito uguale ai precedenti. Nell’ottica di fare sempre cose nuove, ci stava una parentesi di quel tipo. E’ comunque un bell’album con dei bellissimi pezzi al suo interno.
Flegias: A livello di produzione, era diversa perché quell’album fu registrato a Roma, e non in Svezia. Andammo da Peppone, il batterista dei Novembre…
Peso: Giuseppe Orlando…
Flegias: Il nostro Peppone aveva giustamente un approccio da batterista, mentre mollammo la Svezia perché tutto quello che faceva lui (indica Peso n.d.r.) finiva messo sotto terra. Cercavamo di dare più spazio al suo lavoro, che è un lavoro che pochi batteristi fanno, e giustamente è uscita una cosa meno aggressiva ma più ricercata.

MB: E ora, dopo Defragments Of Insanity, che si combina?

Peso: Ora calma! Ora finiremo quest’anno qua…
Flegias: …se riusciamo a finirlo.
Peso: Siamo qua, io con un tallone mezzo così, lui con la faringite, non abbiamo più vent’anni per cui dobbiamo stare molto attenti. Però teniamo duro, e l’intenzione per il prossimo anno è di fare questa scaletta, anche perchè tieni presente che come mi hai accennato prima dell’intervista, sono trascorsi due mesi fra la fine di un tour e l’inizio di questo. Abbiamo terminato le 33 date di The Age Of Dead Christ, e in questi due mesi abbiamo lavorato per imparare la nuova scaletta da riproporre dal vivo. E ieri abbiamo iniziato a suonarla, quindi sono due anni che non ci fermiamo. Non stiamo neanche componendo…
Flegias: Però, se scatta il meccanismo, sappiamo che ci metteremmo veramente poco a ripartire e tirare fuori un nuovo album.

E poi c’è il concerto.

Ho perso il conto, era la settima o forse l’ottava volta che andavo a vederli. Non supereranno mai il concerto al Siddharta di Prato in supporto a Mater Of All Evil, quello rimarrà una cosa a parte, ma l’esibizione di ieri al Circus è stata sicuramente superiore a quella dello scorso anno. I Necrodeath erano decisamente più affiatati, Peso per coinvolgimento, Flegias nel dialogo con il pubblico – mai numeroso quanto si spera ogni volta – mentre Pier Gonella mi sembra occupare una posizione sempre più centrale all’interno del gruppo a livello di carisma e attitudine: ogni volta viene dedicato un momento alla sua sei corde, e il pubblico gradisce. Gianluca inoltre è un animale da palco, John era semplicemente un’altra cosa, mentre lui è un thrasher con i controcoglioni. Sono quelle puttanate che noti quando hai perso troppo tempo a trovare le differenze fra le posizioni nelle photo session di The Ultra Violence e quelle di Frolic Through The Park, e il tuo cervello è considerabile come del tutto andato in pappa.

Però ci sono stati due gruppi prima di loro, e meritano entrambi menzione. I Bonded By Hate sono toscani, e di loro ricordavo un videoclip registrato in un garage pieno di attrezzi, tipo quegli infiniti set di chiavi inglesi che, se li presterai a qualcuno, non ritorneranno più indietro nella loro interezza. Continuo a leggere che suonano thrash metal, li ascolto e ripeto che non c’entrano molto con esso. Immaginatevi una band che ricerca suoni piuttosto moderni e “svedesi”, alla Hatebreed per intenderci, ma che mescola due scuole: una più vicina appunto a quel pesantissimo metalcore scandinavo, un’altra sicuramente accostabile agli Entombed di mezzo, e soprattutto agli Obituary di World Demise. Il cantante non sta fermo, mai. Starà fisso in prima fila anche dopo e seguiterà a muoversi in maniera perpetua, e penso che se facessi come lui finirei sdraiato in ospedale dopo due o al limite tre ore. Gli Hate invece sono storia italiana, i giovanissimi Necrodeath aprirono per loro un concerto di nicchia che – in pieni anni Ottanta – fece qualcosa come settecento paganti. La perdita di uno dei membri fondatori li ha fermati per decenni, ed ora eccoli nuovamente qua, in tour di spalla alla band di Marco Pesenti. Hard’n’heavy anni Ottanta con parecchio blues dentro, due coriste, e un album – Useful Junk – autoprodotto sul finire dell’anno passato.

Desirée Aresi Ph.

Dei Necrodeath ho già detto molto, e vi parlerò solamente di un aspetto relativo alla scaletta: è stato un set intelligente e per appassionati. Lasciar fuori Into The Macabre e pezzi celebri come Forever Slaves ha perfettamente senso, se hai scelto di fare un tour tematico che celebri in particolar modo due dischi. Quelle canzoni, Necrosadist così come Red as Blood, le abbiamo sentite chissà quante volte e fa sempre piacere che ciò accada di nuovo: semplicemente quest’anno non è il loro momento, e così ad un paio di estratti dal buon The Age Of Dead Christ vengono affiancate una miriade di canzoni di Fragments Of InsanityMater Of All Evil. Trent’anni per il primo e venti per il secondo, che ancora mi domando come cazzo abbiano fatto a tirarlo fuori in quegli anni così transitori. Thanatoid e Choose Your Death per lasciare quindi spazio a Hate And ScornThe Creature o alle più dinamiche At The Roots Of Evil e Fathers. Quant’è bella Fathers, ho ripensato. E niente, dopodichè Last Ton(e)s Of Hate è stata la ciliegina sulla torta, subito di seguito al tributo agli Slayer, con The Antichrist dedicata al grande Jeff HannemanMater Tenebrarum la risentirete ancora, nel frattempo godetevi quello che solo raramente, avevate potuto sentire.

Non mi dilungo oltre perché a breve parlerò di Defragments Of Insanity, che sto ascoltando proprio in questi giorni, oltre che del nuovo album dei toscanissimi Violentor e di come i cileni Dorso siano riusciti a reinterpretare la cucina con le frattaglie con un pizzico di originalità. (Marco Belardi)

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  1. vito permalink
    8 aprile 2019 18:16

    CHAPEAU ! ragazzi qui parliamo di “vino”non di coca cola.

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