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Corsi di yoga e NECRODEATH @Circus, Scandicci (FI) 13.04.2018

16 aprile 2018

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Fa uno strano effetto tornare a vedere un gruppo a così tanta distanza di tempo. I Necrodeath mi sconvolsero la prima volta, al Siddharta di Prato, dando vita ad uno dei concerti della vita mentre era in atto la promozione di Mater Of All Evil. Ci ripenso oggi e capisco quanto fosse gigantesco quel disco, e di lì a poco me li sarei ritrovati davanti continuamente più o meno fino al tour di Ton(e)s Of Hate. Poi il buio, io che dopo il 2006 mi sarei preso una pausa da festival e serate minori per qualche annetto, e loro che – nel frattempo – cambiavano metà formazione, stile, e sfornavano comunque un numero considerevole di album.

Quando è stata annunciata la data del Circus di Scandicci (FI) ho fatto in modo di esserci, perché è in quel posto che ho assistito ai concerti più intimi e col miglior contatto pubblico-band degli ultimi anni, su tutti quello dei Sabotage che ho visto a fine 2016. A dire il vero in questo caso mi sarei aspettato un maggiore riscontro – sebbene non si siano verificati i tristi dati di affluenza registrati nella serata di Procession ed Epitaph di qualche mese fa, occasione in cui i doomster italiani furono a dir poco mostruosi per teatralità e coinvolgimento. Vedere di nuovo in azione la band di Flegias e Peso – a una quindicina di anni dall’ultima occasione – era diventata praticamente una necessità, dopo che avevo particolarmente apprezzato la loro decisione di scarnificare il sound in favore di un aggressivo minimalismo in quel The Age Of Dead Christ di cui ho scritto poche settimane fa. È proprio quando speri di sentire qualcosa di nuovo in scaletta, e non soltanto i classici, che capisci che in futuro quel materiale inciso te lo risentirai ancora. E così è stato, naturalmente, anche se la setlist non è stata particolarmente incentrata sull’ultima fatica dei genovesi. Anzi… 

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L’energia sul palco non è mancata neanche stavolta, favorita anche dal trittico iniziale tutto dedicato al colosso Into The Macabre e inaugurato dalla tetra introduzione di Mater Tenebrarum, una di quelle cose che ti danno i brividi anche se è l’ennesima volta che la risenti davanti a un palco. Mi ha sorpreso GL al basso, decisamente più dinamico e selvaggio del John con cui li avevo ammirati nelle occasioni passate, ed anche Pier Gonella fa la sua ottima presenza scenica e si ritaglia un apprezzabile momento “personale”. Le due garanzie invece si riconfermano sempre tali a distanza di tre lustri: Flegias – che al tempo di Black As Pitch provai a convincermi fosse un elemento troppo espressivo e recitante per la band – è una figura di forte carisma senza la quale ormai non immagino più i Necrodeath, e Peso è semplicemente Peso. Ci sono batteristi che riconoscerei in pochi secondi mettendo su un passaggio di un disco a caso in cui hanno suonato; ad esempio – e senza andare a scomodare i soliti nomi legati solo a doti tecniche mostruose – Igor Cavalera e Brant Bjork. Alcuni di loro, nonostante abbiano partorito una serie interminabile di imitatori, come è accaduto a Pete Sandoval con quel che si era messo a fare nella seconda metà degli ottanta, li distinguerei perché da appassionato dello strumento in questione, mi hanno saputo trasmettere qualcosa con il loro modo personale di interpretarne l’uso. Peso è uno dei nomi di quella corta lista, e non dimentichiamoci come e quando si è cimentato nel metal estremo, nell’uso dei blastbeat e di altri oramai assodati ed evoluti cliché che hanno portato al successo mostri come Derek Roddy, Chris Kontos e tutti gli altri figli degli anni novanta. In sostanza, per metà concerto sono stato a guardare che cosa cazzo stesse facendo, dietro a quel kit tutto sommato relativamente minimale.

Tornando alla scaletta, come in ogni occasione in cui suona un gruppo che vanta più di 25-30 canzoni di alto livello in carriera, si finisce ovviamente per avere quella sensazione di non avere sentito alcuni episodi chiave; cosa che matura e ti lacera interiormente sul momento, per poi fortunatamente scemare a freddo perché è semplicemente normale che sia così. Forse è stato un po’ aggirato Fragments Of Insanity (di cui troviamo la sola Tanathoid), che celebrerà il trentennale il prossimo anno, ed anche di Black As Pitch avrei voluto forse sentire qualcosa in più come ad esempio la pazzesca Red As Blood, una potenziale ottima opener di setlist come lo fu a lungo At The Roots Of Evil (purtroppo Church’s Black Book si trovava nell’encore, che alla fine è stato ristretto alla sola cover di Black Magic degli Slayer).

Poi due estratti a testa per Mater Of All Evil, l’iniziale The Creature ed Hate And Scorn, e per 100% Hell rappresentato dai già classicissimi Forever SlavesMaster Of Morphine. È nei confronti di quest’ultimo lavoro che vorrei spendere due parole: credo sia il capitolo della discografia dei Necrodeath con cui si è confermata la perdita di cattiveria già percepita nel precedente Ton(e)s Of Hate; ma allo stesso tempo è anche quello che ritengo il più completo, maturo e versatile nonché quello che del periodo post-reunion consiglierei – con Mater Of All Evil – a chiunque volesse avvicinarsi a questa band. E sono sicuro che col tempo verrà maggiormente celebrato. Piacevoli infine gli estratti dal nuovo lavoro, su tutte le più rappresentative The Whore Of SalemThe Master Of Mayhem che lo inaugurano, e ammetto che anche il singolo The Triumph Of Pain, di cui avevo molto dubitato al primo ascolto, funziona bene perfino in sede live, e si conferma una di quelle riuscite tracce spettrali che già in passato avevano fatto la fortuna dei Necrodeath, come la famosa Process Of Violation, anch’essa fortunatamente in scaletta.

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Piacevole settima volta di fronte ai Necrodeath, in cui ho ammirato dal vivo anche i toscani Violentor – in cui militano membri dei lontanissimi Hobbs Angel Of Death e dei quali ho ascoltato di recente il piacevole e rozzo Maniacs e mi prometto di approfondire al più presto le cose meno recenti. E settima volta in cui ho rivisto un gruppo, quello ligure, che mi riguarderei di persona anche domani e dopodomani. (Marco Belardi)

Nota a margine: a cinquanta metri dal Circus è situato un altro locale dove si pratica lo yoga. È curioso ammirare, aspettando in auto che arrivasse un amico da Roma, come gruppetti di quarantenni uscissero da quella porta raccontandosi di quanto stessero fisicamente e mentalmente meglio, e allo stesso tempo gruppetti di quarantenni andassero poco oltre ad adorare collettivamente la bestia. Sono le cose belle, grazie di tutto.

Photo © Marco Belardi per Metal Skunk

 

 

2 commenti leave one →
  1. weareblind permalink
    16 aprile 2018 17:29

    Yoga… io sbroccherei dal nervoso dopo 10 secondi.

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  2. 17 aprile 2018 21:27

    Quando sento o leggo la parola “yoga” mi viene sempre in mente Dalshim di Street Fighter II che sputa fuoco. Che sia davvero the age of dead Christ?

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