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Avere vent’anni: ENTOMBED – Same Difference

23 novembre 2018

Marco Belardi: C’è una cosa in particolare che quella merda di Same Difference ha: magnetismo. Nessun altro album degli Entombed, escluso Left Hand Path, mi ha portato a riascoltarlo tante volte quanto mi è accaduto con il lavoro che gli svedesi incisero nel 1998. Eppure ogni volta il responso è lo stesso: Addiction King è bella grintosa, What You Need una scarica di pugni in faccia terminata la quale ricominceresti a prenderle da capo come un idiota in attesa del suo lineare e travolgente assolo. Poi ci sono altre due o tre canzoni che mi sono generalmente sempre piaciute, come 20/20 Vision tanto per citarne una. In tutte le altre, incluse quelle di cui non riesco a fare a meno come High Waters, c’è assolutamente qualcosa che non va e che non ho mai saputo definire. Forse è per quello che finisco sempre per risentirlo, e forse questo disastro concettuale accadde perché Nicke Andersson le avrebbe scritte con un altro piglio; o magari no, dato che pure To Ride, Shoot Straight, And Speak The Truth si era rivelato parecchio incerto e discontinuo. La volontà degli Entombed di procedere con un piglio da band alternative rock giusto un filino più cazzuta delle altre, io non l’ho mai capita; per fortuna che Petrov non tentò qui di variare il suo stile canoro, perchè altrimenti sarebbe stato davvero l’Inferno (non l’album del 2003!). Era la maledizione dei dischi con il cane brutto in copertina, filone inaugurato in un altro continente pochi anni prima. Comprai Same Difference esattamente all’uscita, e dalle foto al suo interno capii che c’era qualcosa di terribile in esso: l’atmosfera da gruppettino rock che ti fa vedere quant’è garage il luogo in cui suona, fu subito confermata dall’impostazione dei suoni e da quell’immagine sul retro, in cui sembrava che gli Entombed riciclassero denaro sporco, giocassero a Briscola, facessero merenda. Bellissima era la produzione, forse la migliore mai ottenuta su un loro album. Ma mai avrei voluto sentire un nuovo Entombed suonare come fece Same Difference: oggi ci riprovo, attratto dal suo fatale magnetismo, e duro una fatica bestiale a non saltarne una metà abbondante, che comunque ha quel qualcosa che mi tiene lì incollato a terminarle, criticarle, e comunque riascoltarle per l’ennesima volta. Vaffanculo il magnetismo. Vaffanculo a Same Difference.

Matteo Cortesi: 1998, To Ride, Shoot Straight And Speak The Truth è uscito da poco più di un anno: troppi pezzi, qualcuno bellissimo, quasi tutti gli altri li dimentichi l’istante esatto dopo averli ascoltati. Un disco dei Twisted Sister ma prolisso, l’effetto è lo stesso: memorizzato in cinque minuti, dimenticato dopo cinque minuti. Gli Entombed sono tra i padri riconosciuti del nuovo rock scandinavo, storicizzato nella compilation Swedish Sins (che apre proprio con una loro migliorativa cover di March of the S.O.D./Sargent D and the S.O.D.): gruppi rock’n’roll che stanno uscendo, fotocopie sbiadite degli Hanoi Rocks con più distorsione e facce più impresentabili che per dieci minuti colonizzano integralmente la stampa di settore; passata l’iniziale isteria, l’onda lunga durerà comunque qualche anno – il percorso, più o meno Entombed-Hellacopters/Gluecifer-Backyard Babies-Hives, da allora in poi vale tutto. Nicke Andersson, batterista e principale responsabile della virata death’n’roll intrapresa post-Clandestine, molla per dedicarsi a tempo pieno agli Hellacopters, che artisticamente finiscono in quel preciso istante: tanto esplosivi i primi due quanto irrilevante tutto il resto. 

Cambio di batterista in corsa – il nuovo è Peter Stjarnvind dei marcissimi Loudpipes, esteticamente una replica ripugnante dello stiloso Andersson, ai tamburi pesta il triplo con tutt’altro stile – e via andare, senza fermarsi troppo a riflettere perché il tempo è a sfavore. Same Difference si manifesta a stretto giro, in pieno Entombed delirio di onnipotenza auto-generato, una serie di mosse suicide una dietro l’altra in hughesiano sprezzo del pericolo, convinti che in quanto apripista sia loro concesso tutto: uscire a novembre non annunciati (il che equivale a scomparire da ogni classifica di fine anno); apertura coincidente di un’etichetta propria che pubblicherà poca roba triste per fallire quasi subito; via il logo; font, immagine di copertina, colori da pubblicità di qualche marca di jeans; foto della band in studiato cazzeggio in vari angoli di uno studio di registrazione lussuoso, LG Petrov pettinato che gioca a flipper, pose del genere; produzione Daniel Rey di Ramones retaggio, un lerciume catramoso così diverso dalle chitarre a zanzara Tomas Skogsberg style che avevano da sempre contraddistinto il suono del gruppo. In altre parole il catalogo perfetto di mosse per alienarsi il pubblico che fino ad allora li aveva nutriti, teste metal che ancora oggi aspettano un secondo Left Hand Path, già messe a dura prova dalla maglietta dei Sonic Youth sfoggiata nelle foto di Wolverine Blues. Musicalmente un disco che è la precisa negazione del titolo che porta. Stessa differenza? Col cazzo: gli Entombed come non hanno suonato mai e mai più suoneranno poi.

La sequenza iniziale, una serie di pugni ben assestati in diverse zone dolorose del corpo che disorienta senza lasciare il tempo di prendere fiato: apre con Addiction king, primo singolo – e relativo video autoprodotto senza un senso, esattamente come autoprodotti e sconclusionati erano i precedenti Night of the vampire e Wreckage – un’istantanea sfocata dove dentro c’è tutto quel che serve, meno di tre minuti per quel che bisogna sapere adesso, come a dire questo è quel che siamo, provate a fermarci; The supreme good, come sentirsi crollare addosso le pareti di un palazzo e restare vivi; Clauses, per sgretolare quel poco che era rimasto intatto tra le macerie; Kick in the head, un perfido giro di basso che si attacca al cervello come un adesivo; poi Same difference, il colosso: gli Unsane con un cantante confidenziale che coverizzano gli MC5 solo in apparenza concilianti, la violenza che inesorabilmente monta per deflagrare in un finale che è il perfetto portatore e generatore di sangue che bolle, animi che si scaldano, mani addosso, sfregi. Niente scherzi: probabilmente il miglior pezzo da rissa mai scritto in ogni lingua e ogni tempo. Fanculo le bandiere, criptofasci alla Dropkick Murphys via dal cazzo: menare le mani è universale. Finirà a schiaffi qui, certo. Lo stesso dappertutto.

Si tira il fiato solo su Close but nowhere near, ma è una tregua sospesa: già con What you need (secondo e ultimo singolo/video) torna il materiale da calci in faccia. E così via. I primi sette pezzi in particolare (e qualcun altro dopo) bruciano ancora come gasolio sulla carne viva, un amalgama implacabile che restituisce da dietro un muro di amplificatori la vera essenza della vita – oppressione, gelo, sfasamento della percezione da sbornia molesta, risvegli in hangover in cui piomba addosso tutto il peso dell’esistenza, momenti di lucidità estrema in cui il mondo viene finalmente percepito per quello che è, fino all’accettazione senza riserve perché l’alternativa è in qualsiasi caso peggiore.
Il rilascio, per chi sa cogliere, è smisurato a dire il meno, come risvegliarsi di colpo da un coma profondo, come respirare per la prima volta. La voce di Petrov non è mai stata altrettanto incisiva, ferale, inderogabile, come se stesse cercando di farsi esplodere le corde vocali a ogni istante (Esiste qualcosa per cui valga la pena lottare? Dove andiamo oltre che da nessuna parte?). La chiave di tutto sta nella maglietta Amphetamine Reptile indossata da Uffe Cederlund nelle foto del libretto, quella maglia dice pure troppo: Same Difference, a novembre 1998 come oggi, dopodomani, da qui a quando esisteranno le orecchie, è una pietra miliare di noise rock che gioca ad armi pari con i giganti, vincendone alcune, perdendone altre (soprattutto nella seconda metà del disco), mai mollando la presa. In ogni caso uno dei dischi più sottovalutati di sempre, non solo degli Entombed: in assoluto.

Testi che vogliono dire qualcosa e la dicono come pochissimi altri alla stessa intensità (tutti, in blocco; il più impressionante The day, the earth, degna di Ian Curtis e potrei andarlo a dire a sua figlia guardandola negli occhi), musiche che straccerebbero qualsiasi gruppo AmRep sullo stesso campo da gioco; il problema è che il noise è anche una questione territoriale e in questo senso la Svezia non sta sulle mappe. Resta un disco a parte, come a parte restano alcuni temporanei compagni di strada in quegli ultimi, fondamentali anni: Refused, Breach, altra roba per altri contesti e altre orecchie, che in ogni caso imploderà di lì a poco. Uscire nel posto sbagliato al momento sbagliato, comunque, perché un posto e un momento giusti non esisteranno mai. Gli esiti sono ben prevedibili: chi li aspettava al varco puntualmente rifiuta, schifa o sceglie di ignorare. Il resto del mondo se ne strafrega. Gli Entombed, o quel che resta di loro, non suonano più dal vivo un pezzo di Same Difference dal 2000; hanno pubblicamente rinnegato il disco; quando (se) per caso viene anche solo nominato in qualche intervista accampano scuse risibili come le giustificazioni il giorno dopo aver marinato scuola, glissando con la vergogna di chi tiene un cadavere nascosto in cantina. Come per tanti altri eroici dischi dimenticati, il mondo non era pronto: già dall’estate successiva camionate di invenduti a due spiccioli, frettoloso cambio di marcia con il fiacco e trafelato Uprising nel 2000, dove il pezzo migliore è ancora una volta una cover (Scottish hell, demolisce l’originale dei Dead Horse), ripresa del logo, poi una crisi di identità che va avanti tuttora. Io sono rimasto qui, non torno a Same Difference perché da lì non mi sono mai spostato. Per quel che mi riguarda: Unsane, HELMET, Cows, Tar… Entombed.

3 commenti leave one →
  1. Bacc0 permalink
    23 novembre 2018 15:08

    Disco della madonna, che non poteva ovviamente piacere al mediometal disagiato e che si è rivelato un disastro commerciale. Che belli i tempi in cui le queste band se ne fottevano e facevano uscire capolavori come questo o Host.

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    • fredrik permalink
      23 novembre 2018 19:31

      A me host piace, e gli entombed in salsa death ‘n roll fan cagare. Mai sentito parlare di gusti personali?

      Piace a 1 persona

  2. Fabio permalink
    24 novembre 2018 14:33

    Finiti dopo Wolverine Blues! Punto!

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